Approfondimenti Rivista — 07 ottobre 2013

Si fa presto a dire “gli italiani non leggono più”. Calano gli indici di lettura, diminuiscono le vendite di cartacei, chiudono redazioni e falliscono editori, e quando si domanda il perché la risposta è invariata: “Gli italiani non leggono più”. È a causa dei ritmi frenetici della vita- dicono- e dei loro interessi. Preferiscono guardare la tv, piuttosto che leggere un buon libro; preferiscono dedicare il tempo libero ai loro divagamenti, piuttosto che informarsi sui fatti del mondo. Sono le nuove generazioni -continuano- che hanno perso le buone abitudini. Studiano poco e solo per dovere, non alimentano la propria curiosità, non approfondiscono gli argomenti. Stanno sempre davanti allo schermo del pc e quando non hanno le mani occupate a picchiettare sulla tastiera del proprio portatile le usano per scaricare applicazioni per lo smartphone. Se, poi, si chiede perché i quotidiani siano in crisi, la motivazione è così palese che quasi risulta inutile la domanda: alzando le spalle e con l’espressione di chi ha la verità in tasca “è colpa di internet” dicono.

Nel 1994 la percentuale di lettori di età compresa tra i 20 e i 24 anni che leggevano quotidiani almeno una volta alla settimana era pari al 70,1%. Nel 2012 si aggira intorno al 50%. 20 punti in meno. Se si scende alla fascia 15-17 anni lo scarto è identico: dal 53 al 33%. Allora è vero- si supporrà- i giovani di oggi sono la degenerazione del domani. Il futuro, nelle loro mani, ha lo stesso sapore del caviale avariato o della panna andata a male. Affidarsi a loro è come mettere un bambino alla guida di una vettura: se non arriva neppure ai pedali, come si può credere che riuscirà a metterla in moto? E se, disgraziatamente, dovesse trovare la combinazione quale triste fine potremmo trovare? In qualche modo, la matassa -si pensa- deve essere dipanata.“Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute” proporrebbe Svevo, autocitandosi nel celebre brano de “La coscienza di Zeno”. Soluzione troppo drastica, però: in fondo, basterebbe semplicemente liberarsi di tutte quelle apparecchiature tecnologiche che si sono frapposte tra l’uomo e la comunicazione.

Allora, se la causa di tutti i mali sono i computer, i notebook, i tablet, gli smartphone e simili, ci si stupirà sentendo qualcuno affermare che internet è un serbatoio inesauribile di notizie. Dall’Italia e dall’estero, di politica e di cultura, attraverso testate online o blog di appassionati, nel Web circolano una quantità incalcolabile di articoli. E allora, la questione di fondo non è che gli italiani non leggono più; semplicemente, non acquistano più i giornali. Preferiscono avvalersi di altri mezzi, magari più veloci e più facilmente reperibili. “Su internet, la circolazione di informazioni è priva di filtro” obietteranno i detrattori del digitale. “Può scrivere chiunque e non c’è nessuno che assicuri che la notizia diffusa sia stata precedentemente verificata”. Ci chiediamo quindi: è possibile che gli italiani preferiscano l’istantaneità di ciò che si trova online alla qualità del cartaceo? È possibile che la facilità di accesso alla notizia valga di più della selezione e dell’accertamento della fonte? La risposta è no. Niente è accostabile alla bontà della forma e alla verità del contenuto. Se gli italiani, nonostante ciò, scelgono internet un motivo c’è ed è su quello che deve vertere la riflessione.

Il cartaceo, chiaramente, non è in grado di reggere la concorrenza. Ogni medaglia ha il suo rovescio ed è su esso che dovrebbero insistere i giornalisti tradizionali. Alla rapidità di internet, corrisponde l’esiguità dell’informazione: il cartaceo, allora, dovrebbe proporre approfondimenti. Alla varietà di opinioni che circolano sul Web, corrisponde la confusione della notizia: il cartaceo, allora, dovrebbe puntare sull’autorevolezza della voce. Eppure, non è così. La qualità non è appannaggio del Web, ma neppure del cartaceo. È persa, dimenticata, scordata, bandita; e perché pagare per qualcosa che si trova, gratis, con un click?

I quotidiani -anche quelli che hanno fatto la storia del giornalismo italiano- sono diventati avvezzi alla pubblicazione di comunicati stampa, diffusi dalle agenzie. Non li verificano, non li rielaborano, non sviscerano gli argomenti. Spesso, le notizie che appaiono anche nelle prime pagine sono vecchie e riproposte di settimana in settimana. Se si scopre che un servizio solletica la curiosità del lettore allora lo si ripropina fin quando non accade qualcos’altro di altrettanto interessante. È un po’ come accade con i best-seller: se qualcuno riesce a trovare la formula magica per avere successo, la tentazioni di sperimentarne gli ingredienti è più forte della possibilità di trovare una ricetta nuova, propria e del tutto personale. E quando la notizia, di per sé, è poco stimolante, si plasmano titoli, sottotitolo ed eventuali trafiletti per rendere l’articolo più appetibile. Alcuni particolari, invece, mancano: per esempio, omettendo sintesi di articoli precedentemente pubblicati, la conoscenza di un fatto risulta parziale o confusa. Il tutto, poi, è condito da notiziole da rivista di gossip o fotoromanzo. Tuttavia, ciò che infastidisce il lettore anche di più è la totale mancanza di neutralità: che siano schierati politicamente oppure no, i giornali riportano opinioni, non fatti. Sembra quasi- per riprendere il saggio “1500 lettori” di Enzo Forcilla- che la stampa italiana sia pensata per informare non i cittadini, ma a uso e consumo di un ristretto gruppo di persone: i potenti. Ministri, prelati, imprenditori. E quando cade il silenzio sui quei temi che si vogliono strategicamente evitare, al lettore indignato resta la forma di protesta più ovvia e sensata: non comprare.

Alessandra Flamini 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.