Approfondimenti Rivista — 22 settembre 2013

Tempo fa ci soffermammo, con un certo dispiacere, sui roghi dei libri.

Dall’antica Roma, all’India, al celebre rogo di Berlino del 1933, bruciare testi letterari equivale a distruggere il sapere. Il sapere di tutti.

Su Linkiesta si pone invece l’accento sulle biblioteche andate distrutte. Per casi diversi, che vanno anche oltre il rogo piromane, come, ovviamente, le guerre.

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Il caso più eclatante resta, nell’intero corso della storia, quello della Biblioteca di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico. La più imponente raccolta di sapere della storia dell’umanità, la cui rovina non avvenne in un’unica data. La prima grande parte dei volumi fu devastata accidentalmente da Cesare quando mise piede in Egitto; poi toccò ad Aureliano, che nel 270 intervenne per sopperire la rivolta di Palmira e che nel corso del conflitto distrusse quasi completamente il palazzo reale. Secondo alcuni storici, la distruzione definitiva è da ricondurre attorno al 400, a causa dell’Imperatore romano Teodosio, nel suo tentativo di estinguere la civiltà pagana ostile al cristianesimo. Infine, secondo altre ipotesi, c’è da aggiungere anche l’intervento degli arabi guidati dal Califfo Oman, attorno al settimo secolo d.C. Un’insieme unico di conoscenze universali spazzato via per sete di dominio e desiderio di distruzione.

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Come dimenticare poi la distruzione ad opera dei serbi della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Sarajevo, la Vijecnica, diventata il simbolo della devastazione della città e di tutta la Bosnia-Erzegovina.
Circa un milione e mezzo di libri andati distrutti, un patrimonio perduto a cui appartenevano tomi rari, manoscritti e periodici, oltre ai cataloghi delle collezioni. La Vijecnica, unico ed immenso archivio nazionale, arse per tre giorni a partire dal 25 agosto del 1992, e la sua distruzione entrò nel cuore di tutti i cittadini come la più grande catastrofe del Paese. Si perdeva la propria cultura, si perdeva un simbolo storico del panorama cittadino, un palazzo bellissimo raffigurato su tutte le cartoline ricordo. Una danno per Sarajevo, per la Bosnia e per tutta l’area jugoslava.

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Tra i casi più recenti degli ultimi anni c’è anche la Biblioteca di Baghdad, saccheggiata e distrutta da vandali il 14 aprile del 2003, sotto l’occhio impotente dell’esercito americano. A Baghdad venivano custoditi volumi antichi e libri rari di letteratura araba, un prezioso patrimonio culturale in gran parte perduto.

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Ultimo, ma solo in ordine di tempo, lo scempio del rogo di Timbuctu. Centinaia di manoscritti che vanno dal IX secolo d.C fino ai giorni nostri. Un sapere che va dall’astronomia al diritto, dalla filosofia alla matematica. È questo il tesoro che era custodito nel Centro Ahmed Baba, un’istituzione nata nel 1973 per preservare i testi, di valore inestimabile. Almeno fino a quando il 26 gennaio del 2012 i mujahidin del nord, durante l’occupazione del Mali, hanno dato alle fiamme diversi manoscritti nel cortile della biblioteca. Un gesto rimane di una gravità incalcolabile: erano opere uniche, originali, la maggior parte delle quali ancora non digitalizzate, quindi perse per sempre.

Impossibile farsene una ragione, impossibile trovare un appiglio per sdrammatizzare un qualcosa che è ben più di un dramma. È la distruzione di una parte di tutti noi, di un pezzo di storia dell’intera civiltà. L’unica speranza, come sempre, è che tutto ciò non si ripeta.

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