Approfondimenti Rivista — 13 ottobre 2012

Il 18 ottobre ricorrerà il primo anniversario della morte di Andrea Zanzotto, classe 1921, grande poeta dei nostri tempi. Lo ricordiamo con le parole che ci aveva lasciato in un’intervista un anno fa in occasione del suo novantesimo compleanno, il 10 di ottobre: “Cosa vuole che si capisca in 90 anni? Per dire parole che valgano la pensa bisognerebbe averne almeno 900 di anni …”

Una dichiarazione che, detta da un poeta, da una persona che ha vissuto tutta la sua vita immerso nelle parole, che si è definito “giardiniere e botanico delle grammatiche”, ci lascia quasi esterrefatti. Ma Zanzotto era così, sempre alla ricerca di una appassionata comunicazione, di un modo per contrastare quella realtà che gli pareva distruttiva, dominio della volgarità e dell’indifferenza, magari appoggiandosi a delle forme particolari di linguaggio, come il suo dialetto natale, il veneto di Pieve di Solingo, o a quella lingua intima, fatta di vezzeggiativi che utilizzano le persone per rivolgersi agli infanti, che lui chiamava in veneto “petèl”.

E’ stata pubblicata in questo mese – ottobre sembra essere una costante quando si parla di questo poeta – negli Stati Uniti, una raccolta particolare, bilingue, l’ultimo lavoro di Zanzotto in vita, Haiku for a season, nome particolare come la storia che l’ha vista nascere.Nel periodo tra il 1982 e il 1984, mentre veniva pubblicato Fosfeni, il secondo volume della sua “pseudo trilogia”, lo coglie una tenebrosa depressione, un male ben più profondo dei suoi soliti malanni – lui ci scherzava sul suo essere ipocondriaco, nelle pause tra una gastrite e un attacco d’allergia – che porta persino a ricoverarsi e ad entrare in analisi. Si sentiva sfinito, spossato, privo di energie, sull’orlo della totale passività, “come se fossi immerso in una palude limacciosa, anzi una fogna” e le parole che venivano fuori da ciò erano “alla stregua di bolle, oscillavo tra il mutismo e un balbettio di pochi vocaboli, drenando degli pseudo haiku”.

Nella primavera dell’84 le uniche composizioni che mette insieme sono proprio queste: gruppi di versi ispirati alla tradizione giapponese degli haiku – li chiama “pseudo” per via della non totale fedeltà alle rigorose regole della loro poetica originaria – scritti in un inglese “ridotto quasi al grado zero” che esplora poco a poco, mescolato al dialetto e alla lingua pura di Dante e Petrarca. Quello che prevaleva, però, era il ricorso al petèl, alla lingua che aveva già usato nel 1968 per la composizione della raccolta La beltà e che non aveva più abbandonato.Questo originalissimo uso del linguaggio gli aveva permesso di muoversi in libertà tra le parole, risalire “la palude” – immagine tipica della sua poesia – e ritornare alla coscienza di sé. “Scrivevo e non mi ponevo il problema se ciò che facevo contasse qualcosa.”Questi haiku rimasero nel cassetto per anni. Solo negli ultimi tempi Zanzotto li aveva tirati fuori, quasi uno ad uno, per disporsi in questa raccolta bilingue, delicata, magnifica, commuovente.

Gli haiku saettano come smussate freccioline che ci vengono da un mondo simile a quello di Alice, ma dotato di una sottile, intricata coerenza che non è soltanto il rovescio dello specchio delle nostre coerenze. Sono spiragli da cui filtra qualcosa di accecante e insieme di carezzevole, sono cuspidi elastiche di qualcosa che deve restare sommerso, per noi (e forse per tutti), ma che pure sentiamo necessariamente nostro” (Andrea Zanzotto)

 

 

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