Approfondimenti Rivista — 30 luglio 2013

L’avvento della scrittura può essere considerato a pieno titolo uno dei momenti più significativi e rivoluzionari nella storia dell’umanità: sorta alla fine del IV millennio a.C. ha accompagnato l’uomo nei secoli, consentendogli di sviluppare la sua immensa capacità d’astrazione, permettendo al pensiero umano di raggiungere picchi sempre più elevati nella riflessione su se stesso e sul mondo tramite lo sviluppo della filosofia, della scienza e della letteratura. Questo evento storico, tanto complesso quanto affascinante, è stato analizzato in un articolo di Marcos Such Gutiérrez (professore dell’Università autonoma di Madrid), pubblicato nel numero di questo mese della rivista Storica.

Partiamo dall’inizio. Gutierréz ci rivela che “la prima scrittura dell’umanità, quella cuneiforme, comparve in Mesopotamia”. Presupposto fondamentale per la sua origine è la rivoluzione agricola del 13.000 a.C. circa. Difatti, con l’agricoltura le popolazioni (da nomadi quali erano) divennero stanziali; da qui nacque l’esigenza di controllare i capi di bestiame e la quantità di grano che possedevano. Veniamo quindi al nucleo centrale dell’articolo di Gutierréz: “la scrittura cuneiforme nacque con finalità economiche […] come dimostra il fatto che la maggior parte della documentazione conservata si riferisca a questioni amministrative”; dunque è l’economia che origina la scrittura, il numero si differenzia nella lettera. Ora, occorre circoscrivere l’area geografica: la scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri, una civiltà stanziata nel sud della Mesopotamia (2900 a.C. circa), ed era costituita da circa 900 segni.

Quest’antica popolazione imprimeva nell’argilla “una serie di tratti totalmente rettilinei, i cunei”; inizialmente questi segni possedevano una duplice funzione: potevano rappresentare, a seconda dei casi, un’idea o un suono (il segno “ka” rappresentava una testa umana, ma la sua fonetica poteva venire utilizzata anche per frasi composte, come è-lugalla-ka/nella casa del re). All’inizio del II millennio a.C. i segni si ridussero a 600, e furono utilizzati maggiormente per il loro valore fonetico. Il declino di questa forma di scrittura coincise con i processi storici che videro la sconfitta della civiltà accadica che la ereditò. Passata sotto il rullo compressore dell’aramaico, lingua ufficiale della dinastia persiana degli achemenidi (539- 331 a.C.), si ridusse a lingua di un’élite sacerdotale colta sotto i seleucidi, eredi dell’Impero di Alessandro Magno, fino a scomparire. Tuttavia, la sua grande eredità vive tutt’oggi, legata intrinsecamente alle più alte funzioni dell’umanità. Grazie alla scrittura riusciamo a imprimere un segno nella storia, lasciando qualcosa di concreto e di tangibile per chi verrà dopo di noi: proprio per il suo grande ruolo quest’ultima continuerà a sopravvivere nei millenni, a dispetto di chi prevede una sua scomparsa in favore di Internet, che potrà fagocitare il mezzo, cartaceo o televisivo, ma non il fine, la parola scritta come presupposto essenziale per comunicare. È la scrittura a elevare il pensiero, senza di essa non sarebbe concepibile l’umanità per come la conosciamo.

Andrea Emmanuele Cappelli

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