Approfondimenti Rivista — 15 dicembre 2012

Qualche tempo fa, mi è capitato di discutere con alcuni amici, a proposito della noiosità del leggere. Mentre io, a spada tratta, difendevo la nobile arte dell’addentrarsi nelle parole, questi ,con irreprensibile nonchalance, additavano come conferma della loro tesi, lo spiacevole luogo comune del “si legge a letto, prima e / o per (?) addormentarsi”.  Io, da brava dittatrice del mio pensiero, mi adiravo e mi infuriavo con quanta più veemenza, bofonchiando frasi d’effetto come: “il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”. Perché? Perché è una solitudine nella solitudine essere esclusi dai libri, da Madame Bovary, da Mr Darcy e da Sancho Panza.

Tuttavia, niente da fare: non sentivano ragioni. Così, ragionando e sragionando, iniziai a smussare un poco del despota che è in me e, rabbonita, mi convinsi del fatto che forse costoro non avevano mai incontrato i libri “giusti” e, chissà, si erano imbattuti in letture noiose, tediose, perché no, soporifere. (E comunque, se mi è concessa un’osservazione banale, a Chiunque soffra di suddetta patologia, consiglio vivamente un’abbondante dose di Dickens, è un presidio medico che si può somministrare anche a stomaco vuoto e anche sotto i dodici anni. Un prodigioso toccasana).

È dalla ricerca dei cosiddetti cinque libri “più noiosi” che si avvia questo articolo, affinché ne possiate prendere le distanze se li avvistate in libreria, mettere l’anima in pace se dimorano, polverosi, sul vostro comodino da tempi immemori, o mettervi alla prova per testare la vostra determinazione.

Al primo posto troviamo, a opinione condivisa, “Il capitale” di Karl Marx, opera in cui il politico getta le basi del marxismo chiarificandone interpretazioni e fondamenti.  Nonostante l’indubbia rilevanza ai fini dell’esegesi storica e filosofica di Marx, risulta indigesto perfino per i più appassionati del rosso.

 

Segue, “L’uomo senza qualità” di Robert Musil. Un romanzo di ambientazione mitteleuropea che presenta un protagonista, Ulrich, incarnazione della vacuità e complessità novecentesca. C’è dentro un po’ di tutto, forse un po’ di troppo, e si discorre senza alcuna leggerezza di arte, politica, filosofia… mentre, per dirci che era “una giornata di sole”, Musil fa ricorso a equatori, latitudini, barometri e pluviografi.

 

Al terzo posto un eccentrico Salman Rushdie con “I figli della mezzanotte”.  All’alba dell’indipendenza indiana, nascono  1001 bambini dotati di superpoteri degni dei professionisti della Marvel. Si delinea così una grottesca galleria di fantasmagoriche avventure, un conglomerato non ben assortito che fa sì che il lettore, dopo qualche pagina, magicamente dimentichi quanto appena letto e sia continuamente tentato di chiudere il libro una volta per tutte.

 

In quarta posizione, il cocco delle professoresse di italiano più “underground” che, sentendosi al passo coi tempi, pensano di fare cosa buona e giusta propinando ai loro sedicenni le snervanti problematiche adolescenziali de “Il giovane Holden”. Diciamocelo: lui con quell’aria scocciata, la sua infanzia schifa, la sua confusa ribellione anticonformista e il suo umor nero, sono noiosi.

 

All’ultimo posto, una scelta dibattutissima: Virginia Woolf con “Gita al faro”. L’intera opera si basa sulla possibilità o impossibilità di fare una gita al faro per rendere felici i figlioletti: la signora Ramsay promette che il giorno seguente si potrà compiere mentre il padre prevede un brutto temporale. Un tantino esasperante.

 

Per non lasciarci prendere la mano dal pessimismo che impernia questo articolo, ricordiamoci la lezione di Daniel Pennac quando presenta i dieci diritti del lettore (tra i quali, il diritto di saltare le pagine, di non finire un libro e di spizzicare) scrivendo qualcosa di sensazionale: “Ma, contrariamente alle buone bottiglie, i buoni libri non invecchiano. Ci aspettano sui nostri scaffali e siamo noi ad invecchiare. Quando ci riteniamo abbastanza “invecchiati” per leggerli, li affrontiamo un’altra volta. Allora possono succedere due cose: o l’incontro ha luogo o è un nuovo fiasco. Forse tenteremo ancora, forse no. (…) 

Tanto più che esiste un piacere raro: quello di rileggere un libro capendo finalmente perché non ci piace. È un raro piacere: quello di sentire senza scomporci il pedante di turno che ci urla nell’orecchio: “Ma come può non piacerti Stendhal?”

Può. 

 

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