Approfondimenti Rivista — 07 ottobre 2013

Barbari nel baratro o grande rivoluzione? Nell’era delle app le abitudini di lettura stanno cambiando, ormai è chiaro. Secondo uno studio di Nielsen Book sull’anno 2012/2013 su un campione di 2000 bambini (e genitori) britannici è emerso difatti che il 32% dei bambini legge quotidianamente per piacere. E se i dati finora rivelati non sembrano allarmanti la realtà è che il libro sta diventando sempre più un oggetto misterioso, quasi magico, sostituito dalla tv (36%) o da altre attività, come guardare i video su youtube (17%) e utilizzare applicazioni su piattaforme mobili (16%).

Come se non bastasse, sottolinea Joe Henry di Nielsen Book, se si guarda ai dati su base settimanale la crescita nell’utilizzo delle app è quasi inquietante. Barbari nel baratro o grande rivoluzione culturale? Chiederselo è d’obbligo, rifletterci é cortesia. A questo proposito W. Benjamin ci fornisce una chiave di lettura molto interessante nel suo saggio “Il narratore” (Edizione Einaudi), sottolineando la grande differenza che c’è tra il raccontare a voce le storie e scriverle: chi decide di scrivere si trova davanti un pubblico indefinito e una trasmissione del sapere differente. Questo cambiamento epocale si sta spostando oggi dallo scritto allo stimolo visivo e ciò che domina il mondo dell’esperienza sono le idee di sinteticità e di rapidità. Leggere lo Zibaldone ad esempio non è più necessario perché la tecnologia ci viene in soccorso con un ipertesto ed elimina la fatica, ammazza la noia, riduce il tempo. É chiaro allora come prendere in mano un libro sia diventato out; forse troppo kitsch dicono sfogliarne le pagine, annusarle, strapparle se si vuole. Nell’era dell’intensità momentanea, delle app e dei mi piace sui social network, non sono solo le relazioni umane a farne le spese, come sottolinea Bauman: di pari passo si muove la cultura. La noia, l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza, non è forse stato ucciso in una battaglia di Assassin Creed? Si tratta di una provocazione forte, senza dubbio. In verità la tecnologia potrebbe non essere un male totale perché se si pensa alle nuove forme che si possono sperimentare rappresenta un contenitore infinito di possibilità.

Ma come in ogni calderone è necessario imparare a muoversi, a orientare il senso delle proprie scelte e in particolare a riscoprire la misura e il valore di un tempo diverso dal tempo meccanico di cui parla Calvino in “Gli amori difficili”, dove i due giovani protagonisti non sono mai realmente liberi di incontrarsi e di amarsi condizionati dai ritmi del lavoro in fabbrica e del mondo moderno. Al contrario nelle civiltà antiche, osserva Baricco nel suo saggio “I barbari”, è la noia che ci da il senso di qualcosa che lentamente e silenziosamente cresce e si trasforma, come una pianta, donandoci il senso dell’esperienza e della crescita. La lettura, di conseguenza, non può ignorare questo passaggio così fuori moda, vecchio e quasi obsoleto. Se si analizza il tutto sotto quest’ottica non può che essere preoccupante la teorizzazione di McLuhan per cui il medium é il messaggio, un messaggio che se dovesse diventare totalizzante potrebbe provocare un forte impoverimento culturale. Scegliere diventa così un gesto rivoluzionario e un’affermazione di libertà, perché significa innanzitutto scegliere il medium e successivamente scegliere tra milioni di pagine scritte e di storie raccontate, calarsi in un orizzonte di diversità e di infinite possibilità. Farlo da adulti è sintomo di maturità, ma per le nuove generazioni bombardate da stimoli rapidi e violenti il problema centrale, forse, è educativo: educare alla noia, allo sforzo, alla cura, al rispetto del tempo e della natura. La chiamano pedagogia della lumaca; in verità basterebbe riscoprire le favole o, forse, riaffidarsi ai nonni.

Andrea Zarrilli

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