Approfondimenti Rivista — 10 marzo 2014

J.K. Rowling scrive gialli, e: “Minchia signor Tenente!” cantava a San Remo Giorgio Faletti, poi s’è messo a scrivere libri, piace e faceva pure il cabaret. Nulla di nuovo sotto al sole se cambiando genere ci si trascina con sé gli entusiasti del mito ma, come spesso accade, è giunto anche un latrato di fastidio dal filone preso di mira. Lynn Shepherd, talentuosa e riconosciuta autrice di alcuni documentatissimi gialli in epoca, solleva la testa dalla ciotola, intimorita dal fatto che la vetrina di tanti come lei che cercano, in anni di messa a punto, di emergere possa essere offuscata dalle luci del grande magazzino di fronte. Sinceramente, vedo la possibilità di indirizzare quel fascio verso un genere magari in difficoltà. Potrà essere una manovra mirata a interessare nuove leve di lettori, ma consideriamo l’opportunità per quegli scrittori che del “buon” pubblico si infiltri da altri settori, quello che sà guardarsi intorno e al quale andrebbe pagata una Messa; mica fa male se nel menù a prezzo fisso ci fanno scegliere dalla carta.

Voglio dire, se adori Harry Potter magari non apprezzi la Rowling in giallo, ma puoi annusare e decidere altri colori e autori; stesso discorso in senso inverso. Il libero mercato nell’editoria vuol dire visibilità, a patto che il contadino cui vien voglia di lanciare la rete da pesca sappia pescare, altrimenti torni a zappare l’orto lieto di aver fatto venire voglia di pesce e a chi mangiava solo insalata e peperoni, lamentandosi della pancia gonfia.

Per lo scrittore affermato, preservare i propri estimatori è una regola e al tempo stesso un confino; pensate se l’ape regina facesse volare le operaie solo sui tigli, non avremmo il miele d’acacia! Tra una larva e l’altra il dilemma può giocare una mano fondamentale: “Continuo a scrivere fino al Big Ben della doppia punta del pelo nascosto sotto l’ascella o metto me stesso, il mio talento, in gioco e cambio tavolo al casinò?” Se sai scrivere e ti piace il lavoro che fai devi aver voglia di giocare, è indispensabile nutrire il bambino dentro di noi, non stiamo parlando di un autista di autobus che invece di stare attento alla guida gli viene voglia di girarsi verso i passeggeri e mettere in pratica la tesi del suo esame di laurea.

Non amo particolarmente le librerie specializzate in cui il cliente è lasciato a sé, libero di dirigersi a binario unico sul “suo” genere letterario bello in evidenza, evitando ad anca luoghi che nemmeno immagina. Perché, mi chiedo, evitare la fortuna di incappare in nuove scoperte? Aspide! E’ come fare un viaggio in aereo (sempre a risparmiare tempo) tirando in linea retta verso la meta e ritorno, senza assaporare quello che scorre sotto il sedere. Tiziano Terzani lo fece per un anno intero, in un continente non proprio alla mano in fatto di transitabilità, e per questo guadagnò l’essenza stessa del viaggio, non certo la meta. Teniamo pure stretti una manciata di scrittori dalla scintilla del primordio all’eternità, a patto di lasciar respirare il nostro naso e il nostro cuore libero di amare.

Perdere lo sguardo fra migliaia di brossure, titoli, autori e storie che girano, la magia così lontana del libro sotto al naso, giocarsi il tunnel carpale sfogliando mondi paralleli mai così vicini; non consideriamo la sostanza al pari di una tisana dopo cena.

Paolo Miserocchi

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