Approfondimenti Rivista — 02 ottobre 2013

Ogni storia letta lascia dentro di noi delle sensazioni, impercettibili sussurri del cuore e stilizzate immagini della mente che cerca di vedere attraverso occhi astratti ciò che circonda gli amati personaggi. Spesso immaginiamo i luoghi così come le vicende ce li fanno sembrare, altre volte invece l’autore ci guida dando particolare importanza ad una località che diventa così una meta, un luogo da visitare ma che sicuramente immagineremo un po’ diverso da come è in realtà, più romantico. E certamente leggendo ora un libro scritto molti anni fa troveremo descritto un luogo di un’altra epoca, allora in quel caso la storia diventa testimonianza, documento scritto di un passato che si è velocemente trasformato in un futuro più chiassoso da cui abbiamo bisogno di evadere illudendoci per un attimo di vivere in un malinconico ieri.

Ci sarebbe piaciuto nei pomeriggi d’autunno passeggiare a Washington Square per schiarirci un po’ le idee. Quel luogo in cui gli alberi costeggiano i viali, in cui c’è tanta gente ma si può stare soli tra l’arancione delle foglie attaccate ai rami e il rumore di quelle cadute e calpestate da scarpe eleganti. “Washington Square” era diventato il nome non solo della piazza ma anche di un libro, accadde quando Henry James decise di raccontare. E se dovessimo farlo noi adesso parleremmo dalla vetrata di un grattacielo e guardando in basso vedremmo la gente camminare in un cerchio grigio circondato da alberi, è la nostra Washington Square, quella di oggi.

Ci immagineremmo quindi tutta un’altra storia, perché l’ambientazione è la prima ispirazione di uno scrittore, il luogo racchiude tutta l’anima di una storia, come per due amanti hanno valore i luoghi in cui si incontrarono. Francis Scott Fitzgerald pensando alla Union Station di Chicago ricordava il ritorno da scuola e dal college. Doveva essere un posto affollato e allora già moderno in cui si respirava l’incoraggiante crescere di una tecnologia vorace.

Ora, trovandoci lì, staremmo sicuramente scrivendo un tweet sul nostro viaggio o sul ritardo di un treno, forse leggeremmo un libro sull’ereader o il giornale del giorno direttamente sull’ ipad. Certamente però non avremmo le stesse emozioni di chi tornava a casa da scuola, di chi arrivato il treno a Chicago scendeva dal vagone con l’impazienza di trascorrere il Natale a casa. Di certo ci sarà stato molto più fracasso al Temble Bar di Londra, le carrozze circolavano in continuazione e sollevavano nuvole d’acqua nelle serate piovose.

Charles Dickens ci racconta la Londra degli anni 50, tutto il suo grigiore e la sua malinconia covano a Temple Bar, qui le giornate sono più crude e le strade più fangose. Oggi l’asfalto ha coperto il fango, sicuramente c’è ancora la pioggia ma si cammina a piedi e le carrozze sono attrazioni per turisti. Hermann Melville guardava il mare andando oltre, vedeva il solitario faro di Eddystone lanciare una luce che ad ogni giro tornava ad illuminargli gli occhi. Ma di più solitario di quel faro c’era un cumulo di sabbia in mezzo al mare, una collina all’orizzonte che sembrava galleggiare sull’acqua. Avrà di certo avvistato di tanto in tanto un’imbarcazione attraccare alle coste di Nantucket, qualche vela gli aveva coperto la visuale sulla terra solitaria. Ora basta pensare al grande porto e alle imbarcazioni con prezzi da capogiro per allontanarci dal pensiero di Melville, forse faremmo un elogio all’estate, ci godremmo il caldo del sole sulla pelle e finiremmo per desiderare una vita da ricchi, senza preoccupazioni. Di certo non scriveremmo “Moby Dick”.

Gaia Schiavetti

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