Approfondimenti Rivista — 17 novembre 2012

La scuola. Un ambiente a cui tutti, magari per ragioni diverse, siamo affezionati. Un ambiente reputato come indispensabile per la formazione culturale e personale dei bambini, prima, e dei ragazzi, poi. Si tratta di un ambiente, quindi, che va preservato e custodito come un’opera d’arte, che va salvaguardata dalle “incursioni barbariche” della contemporaneità e restaurata qualora ce ne fosse bisogno.

Oggi, però, il “monumento scuola” è contaminato da un tarlo apparentemente invisibile che, tuttavia, sta mietendo terribili conseguenze, infettando, oltre al sistema didattico in generale, proprio coloro che ne sono i diretti interessati, ossia i ragazzi. Stiamo parlando di quella che il celebre linguista Simone Raffaele ha definito nel suo ultimo saggio, “Presi nella rete. La mente ai tempi del web”, con il felice neologismo di “mediasfera”. Con questo termine, Raffaele si riferisce a tutti quei media, a tutti quegli oggetti digitali ai quali siamo costantemente connessi e dai quali siamo come perseguitati: l’ubiquità della mediasfera ci sta trasformando in consumatori compulsivi di gadget tecnologici, talvolta nemmeno così necessari, ma che, proprio in virtù di questa stregata assuefazione, siamo spinti a portare sempre con noi. I primi ad essere colpiti sono, per l’appunto, i giovani ragazzi, figli diretti dell’attuale “età tecnologica”.

Tuttavia, il problema non si circoscrive soltanto al desiderio spasmodico che spinge le nuove generazioni a chattare, messaggiare o navigare senza sosta. Da attento osservatore della società contemporanea, Raffaele parla bensì di una vera e propria “svolta antropologico-evolutiva” che sta sortendo effetti davvero allarmanti nelle scuole: “i ragazzi non sanno leggere”, annunciano insegnanti e presidi delle scuole superiori d’Italia. E qui la questione si fa preoccupante.

Evidentemente, si intenda, non siamo davanti ad un’apocalittica situazione di analfabetismo diffuso: il problema è che i ragazzi, distratti e accecati, imbrigliati e stravolti dalla mediasfera, hanno perso le capacità necessarie per una corretta e riflessiva pratica di lettura sottoposti, come sono, a ripetuti attraversamenti di altri linguaggi. L’abitudine alla comunicazione veloce, alla lettura attraverso immagini e al cieco “copia-e-incolla” alterano la concentrazione e il silenzio che devono essere rivolte a qualsiasi testo scritto, dai sonetti di Shackspeare alla pagina sportiva di un quotidiano: “si è passati da una concezione classica della lettura come la definisce Georges Steiner in cui è necessario silenzio, solitudine, continuità, a quella attuale che si basa sull’interruzione e sull’impazienza” (Raffaele).

Di conseguenza, tutto ciò che è lento e progressivo, “sequenziale”, per usare le parole di Raffaele, viene surclassato da ciò che invece è “simultaneo”, rapido, pratico. In questo senso, un istituto culturale come la scuola viene delegittimato, perché inevitabilmente reputato troppo graduale e complesso agli occhi dell’iper-velocità garantita dalla tecnologia. L’apprendimento dunque, che per sua natura richiede tempi e modi appropriati, viene frammentato, sbriciolato in facili nozioni che, in sostanza, non servono a nulla.

Ed è per questo che un’attività come la lettura si presenta in così grave pericolo: la lettura è una pratica che va portata avanti con cura, con esercizio costante e partecipato, per permetterci di sperimentare il contatto con nuovi vocaboli, nuove tecniche di scrittura, nuove emozioni. Per leggere, occorre saper pazientare, e la corrente idea di un sapere a tutti i costi strumentale e votato all’utile sembra non andarci molto d’accordo. Di conseguenza, la scuola finisce per diventare obsoleta.

Ma qualcosa si può fare, e senza dover per forza rimpiangere un passato considerato aureo: occorre, prima di tutto, stabilire una modalità di convivenza pacifica e produttiva con la tecnologia. Del resto, non possiamo fare diversamente, dopo che il ministro Profumo ha annunciato lo stanziamento di 24 milioni di euro per fornire a tutte le classi pc e tablet. Tuttavia, questi oggetti devono essere intesi nella loro sostanza originaria: si tratta di strumenti, di supporti che, in quanto tali, non devono alterare gli obbiettivi e i contenuti della filiera educativa scolastica, bensì devono saperli indirizzare verso nuove modalità di fruizione.

Ciò significa che non si può spiegare la “Divina Commedia” a mo’ di semplice favoletta, veloce e facile da comprendere; ma si può, invece, leggerla su un tablet, con la stessa attenzione e solennità che si sarebbe avuta leggendola dalle pagine di un volume scritto: tecnologia “ancilla culturae”, insomma.

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