Editoriale Rivista — 26 novembre 2012

Le immagini delle manifestazioni studentesche degli ultimi anni ci hanno abituato a familiarizzare con quelli che sono diventati, o stanno diventando, i simboli della gioventù in rivolta: la maschera di Guy Fawkes così come la indossa il protagonista del fumetto V per Vendetta, utilizzata per la prima volta dal movimento Anonymous nel 2008 per protestare contro Scientology, e il materiale utilizzato per “protezione”, fatto di caschi del motorino in testa, quando non scolapasta, e scudi di gommapiuma che rappresentano la copertina di un libro.

Piuttosto facile immaginare come mai molti di loro abbiano deciso di coprirsi il volto con il ghigno del sovversivo cattolico inglese, anche se in realtà il suo personaggio, o almeno il protagonista del fumetto, non è così inflazionabile. Ribelle per antonomasia, certo. Anarchico e nemico di ogni dittatura, questo sì. Ma il termine “Vendetta” che lo accompagna qualcosa significherà!

Vuol dire che la battaglia che conduce è personale, lui è il frutto di un esperimento da laboratorio mal riuscito e dal quale è scaturita tutta la sua sofferenza terrena. Il suo istinto di ribellione parte da lì, vuole coinvolgere tutti a combattere la battaglia insieme a lui, ma una battaglia diversa. Lui è un mostro creato dal sistema, e insieme a quel sistema deve perire. Gli altri no, devono aprire gli occhi e tirare fuori il coraggio di impadronirsi del proprio destino. Tant’è che una volta placato il suo desiderio di vendetta, “V” non ha più ragione d’esistere, mentre coloro ai quali ha provato a mostrare una via semplicemente creando caos iniziano la loro battaglia contro l’istituzione. È un antieroe, creato dal male e che con il male scompare. Fossi uno studente in rivolta terrei conto di questo messaggio che è molto diverso da quello che loro hanno intenzione di inviare.

E i libri? Come mai i libri? Il fenomeno del “book bloc” nasce a Roma il 23 novembre del 2010, quando gli studenti scesi in piazza per protestare contro la riforma Gelmini, manifestarono muniti di scudi a forma di libro, con i titoli scritti sopra. Tra questi, le opere di Ray Bradbury sono tra le più diffuse.

Il rimando a “Fahrenheit 451” è immediato.

Bradbury immaginava un futuro nel quale una dittatura spietata bandisce i libri, bruciandoli, riconoscendo la tv come unico mezzo di comunicazione e di diffusione della cultura.

In quello che costituisce un vero e proprio catalogo del ribelle, non mancano altri richiami magari a personaggi che le rivoluzioni le hanno fatte davvero, come Lenin, o a classici come “Moby Dick”, “Lolita”, “Don Chisciotte”, fino ad arrivare al più recente “Fight club”.

Va bene l’ispirazione alla realtà dipinta da Bradbury, ma in “Fahrenheit 451” i libri da salvare erano “La Bibbia”, “La Repubblica” di Platone, “Il principe” di Machiavelli, le dottrine ghandiane e confuciane.

Libertà dell’uomo come filo conduttore, in un certo modo.

Il continuum che lega i testi utilizzati dagli studenti per schierarsi a testuggine contro le cariche della polizia qual è, invece?

Forse fungono da grido di battaglia? Un manipolo di pochi in difesa della cultura? Un ultimo baluardo contro il nichilismo e la massificazione?

Il collettivo di scrittori Wu-Ming, al quale si deve l’invenzione di questa pratica e del termine stesso “book bloc”, sostiene che lo scudo rappresenti la cultura stessa che resiste ai tagli, il romanzo che si scontra con la polizia.

Il rischio, concreto, è che questo significato latente perda parecchio del suo valore. Lo scudo con sopra il titolo del “Capitale” di Marx, finisce con l’essere utilizzato semplicemente per quello che è, ovvero uno scudo, appunto! Ciò che ritrae passa in secondo piano. Ciò che vorrebbe ritrarre nessuno se lo chiede nemmeno.

Il ruolo della cultura è quello di far crescere se stessi, aprire le menti, rappresentare un’arma potente contro la massificazione dell’io. In uno scontro di piazza, al di là dei torti e delle ragioni, utilizzare uno scudo di plastica con scritto sopra polizia, o uno scudo di gommapiuma che ritrae la copertina di un libro fa davvero poca differenza.

Il libro dovrebbe sostituire lo scudo e il manganello, non diventare una faccia della stessa medaglia.

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