le interviste Rivista — 16 novembre 2012

Leggiamo poco in Italia. E per lo più non leggiamo italiani. Ma siamo anche uno dei paesi con il più basso tasso di conoscenza di lingue straniere. Guardiamo i film doppiati. Leggiamo i libri tradotti. Eppure nessuno mai dedica un pensiero a quelle misteriose creature che ci consentono di riempirci la bocca affermando di aver letto l’ultimo dei giallisti svedesi o il più cool degli autori giapponesi. Ebbene, i traduttori ESISTONO. E noi ne abbiamo incontrata una. Piccola, pallida, dalla testa in fiamme in tutti i sensi: Gaja Cenciarelli.

– Quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?

Leggendo Stephen King e facendo sempre molta attenzione al nome del traduttore Tullio Dobner* [che invidiavo visceralmente, perché poteva leggere in anteprima le sue storie], mi sono detta: ecco, voglio fare la traduttrice. Poi ho cambiato idea, ho abbandonato quella strada, mi sono dedicata ad altri lavori, sempre in ambito editoriale, ma sai com’è, no?, talvolta è la tua strada che ti cerca, anche quando tu ti dimentichi di lei. Dannazione. Stessero zitte le strade, a volte, farebbero meno danni. Ero in contatto con un editore, manifestolibri, con cui dovevo pubblicare un saggio sulla scrittrice irlandese cui ho dedicato la mia tesi. Quel libro non è uscito, in compenso ho ricevuto la mia prima proposta di traduzione. Era il lontano 2002. Da allora in poi non ho mai smesso. So’ una donna del Toro, ‘ndo m’attacco mòro. [non è proprio vero, per fortuna, ma la rima mi scappa sempre, non riesco a trattenerla mai, questa rima, sarà l’età].

*Non ci siamo messe d’accordo su Tullio Dobner, credetemi. Credimi Tullio. Non è una captatio benevolentiae. Però se volessi fare a mezzi della traduzione di un romanzo del Re io qui sto, eh [di nuovo la rima, dannazione].

– Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?

Traduco ogni genere di libro, anche saggi. Ogni genere. Belli e brutti, li traduciamo tutti.

– Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore (mi viene in mente Tullio Dobner con Stephen King). Come traduttrice hai un TUO autore?

Ne ho più di uno, ma quello al quale vengo più spesso associata è Brendan O’Carroll, irlandese, famosissimo in patria e molto venduto anche in Italia. Un cazzone spiritosissimo, un comico, un personaggio, un battutista, un attore, un tutto quello che volete, cui hanno chiesto in ginocchio di scrivere un libro. E lui l’ha fatto. Quando ti chiedono qualcosa in ginocchio, voglio dire, che fai? Rifiuti? Quando ti bussano alla porta con i piedi perché hanno le mani occupate dai doni, pure se quelli che bussano sono greci [questa la capiamo in tre], che fai, rifiuti? Poi gliene hanno chiesto un altro, e lui l’ha scritto. Poi un altro ancora, e lui l’ha scritto. Poi un altro ancora, e lui l’ha scritto. Poi un altro ancora, e lui l’ha scritto. Capite bene che sono diventata una traduttrice famosissima [tacete, branco di avvoltoj sarcastici che non siete altro]. Peccato che i traduttori non vengano pagati con le royalty sulle vendite.

– Sei una scrittrice. Sei una traduttrice. Due anime ben distinte, oppure serve una simbiosi per rendere al meglio un linguaggio, uno stile, un’anima altri rispetto a noi?

No, quando traduco sono traduttrice a tutti gli effetti. Ed essere traduttrice significa essere anche *ri*scrittrice. Ma al servizio del testo che si traduce, non della propria ispirazione.

– Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi?

Se ti riferisci al metodo con cui si procede durante la traduzione un libro credo che ciascuno abbia il proprio. Per quanto mi riguarda, è come quando hai una ricetta segreta, come il trucco di un numero di magia, non lo dirò mai.

Mi vergogno.

– Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?

Già. Perché? Perché gli addetti ai lavori non ricordano mai il nome del traduttore nelle recensioni, o alla radio, o alla televisione – mi riferisco ai pochi programmi ancora dedicati ai libri. Che, di conseguenza, si traducono da soli. O meglio, quando la traduzione è sciatta il traduttore esiste, quando lo stile è brillante, e nella recensione si lascia spazio anche a virgolettati, il libro si è autotradotto oppure è stato l’autore, magari di nazionalità azerbaigiana, a scriverselo direttamente nella sua madrelingua *e* in italiano. Del resto si sa, gli scrittori sono tutti poliglotti. Tutti. Tu vai da un azerbaigiano e gli parli in italiano e quello ti recita la Divina Commedia. L’editore va dall’autore, gli fa il contratto e, per contratto, l’autore deve riscrivere il testo [giammai usare il verbo tradurre, giammai!] in, che ne so, una media di altre cinque lingue. E lo so. Sono scoperte che traumatizzano.

– Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?

I rapporti tra editori e traduttori sono di natura professionale.

Avremmo un libro da tradurre, ci fai una prova?
Occhei.
La prova è andata bene, ti mandiamo il contratto, la consegna è per il giorno X.
Con gli editori con cui il rapporto è consolidato, spesso la prova non è necessaria.

Tra autore e traduttore può esistere certamente un rapporto. Ad esempio, tramite la casa editrice il traduttore si può mettere in contatto con l’autore per chiarirsi alcuni punti complicati o ambigui. Certo, se gli chiedi: senti, ma son significa figlio o sole?, puoi correre il rischio di essere sent to do in the ass.

– Come si vive di traduzione letteraria?

Si sopravvive. Pur traducendo molto, senza pause, né fine settimana, né ferie estive, si sopravvive.

Però che sopravvivenza, ragazzi [disse lei, che ancora, malgrado tutto, si sentiva una privilegiata a fare questo mestiere. Some things never change. Poi dici che una si scava la fossa con le sue mani].

– Esiste un albo dei traduttori letterari professionisti? Oppure traduttore ci si improvvisa tra un esame e l’altro all’università?

No, non esiste un albo, ma esiste un sindacato. http://www.traduttoristrade.it/ [sempre ‘ste strade di mezzo].

E no, traduttori non ci si improvvisa, come non si dovrebbe improvvisare in nessun altro ambito della vita professionale o creativa, traduttori si diventa. La traduzione è uno dei mestieri in cui, più che in ogni altro settore, l’improvvisazione è ridicola e irripetibile [nel senso che quasi sempre non ti danno una seconda opportunità per dimostrare il contrario. La traduzione è Paganini: non ripete. Per quanto, nel senso di pagamento… ma lasciamo stare].

– L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.

Ce ne sono molte, anche se sono una piccola percentuale rispetto a quelle che ho tradotto.

Soprattutto in quest’ultimo anno e mezzo sono stata particolarmente fortunata.

«L’ultima volta», Desmond Hogan, Playground [un capolavoro]

«Sick City», Tony O’Neill, Playground

Un romanzo che uscirà per i tipi del Saggiatore – di cui non conosco ancora il titolo italiano – consegnato un paio di mesi fa e di grande impatto sotto ogni punto di vista – stilistico, storico ed emotivo.

«Guardami», di Jennifer Egan, una delle più grandi scrittrici contemporanee, pubblicato da Minimum Fax, di cui però non ho curato la traduzione [che è di Martina Testa e Matteo Colombo], bensì la revisione.

Un romanzo che uscirà con Sperling&Kupfer. Non so ancora quale sarà il titolo, avendo consegnato la traduzione pochi giorni fa.

– I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?

Sì, credo di sì, ma non sempre, e non per tutti gli editori.

– Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?

I traduttori noti, che si possono permettere di scegliere le opere, sono pochi, ma ci sono. Inoltre, spesso, non fanno solo quello. Ossia, non sopravvivono solo di traduzione editoriale. Del resto, anche i meno noti talvolta non fanno solo quello. Insegnano, lavorano in qualche redazione.

Per quanto mi riguarda, io che sopravvivo solo di traduzione editoriale, avrei sicuramente tradotto Twilight o le Cinquanta Sfumature di Polvere sei e Polvere ritornerai [speriamo presto], il lavoro è lavoro, e più ce n’è, meglio è. Noi traduttori paghiamo le bollette come tutti gli altri, noi traduttori non siamo choosy, noi. Anzi, se gli editori volessero pagarci puntualmente, così come puntualmente noi consegniamo le nostre traduzioni. Grazie, eh.

– Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?

Il traduttore è una figura mitologica, metà umano, metà computer. Non è ancora ben chiaro se la metà elettronica sia quella superiore o quella inferiore. In effetti si scambiano di posto a seconda delle necessità, delle esigenze – come dire – dei bisogni.

– Quanto è difficile, se lo è, per una scrittrice quale sei resistere alla tentazione di ri-scrivere?

Quando traduco, io sono una traduttrice – e come tale mi comporto.

– Parlaci del libro che stai traducendo adesso.

Non so se sia il caso di parlare in pubblico dei libri che sto traducendo, ho sempre avuto molti scrupoli a farlo. In un certo senso, forse scioccamente, mi sento vincolata alla riservatezza. Posso solo dire che mi sta coinvolgendo molto.

– Parlaci del tuo prossimo libro, quello che devi solo tradurre dal tuo cuore a quello del lettore.

Grazie, ma questa è un’intervista sulla traduzione. Preferisco dedicare tutto lo spazio che mi concedi a una professione fondamentale e fondamentalmente sconosciuta. Di scrittura si parla ovunque e spesso a sproposito [e comunque non avrei detto niente dei miei futuri libri – soprattutto il nome del futuro editore. Ma nemmeno a mio padre, a mio cugino, alla mia gatta. Errare è umano, ma perseverare sarebbe diabolico ed è da un bel pezzo, ormai, che sulla mia candida fronte non compare più la scritta “Gioconda” ;)]. Anzi, ti ringrazio molto di avermi concesso questo spazio, è un angolo in più, un passo in più per tutti i traduttori.

Grazie

A te, cara Laura.

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  4. Si sono alternati due stati d’animo, in me, durante la lettura di questa bella intervista: l’impulso a sorridere (e mi è sfuggita anche qualche risata), perché Gaja è simpaticissima, ironica e auto-ironica, e ha uno spiccato senso dell’umorismo che ben trapela nelle sue risposte. L’altro stato d’animo è, direi, opposto e posso definirlo rabbia. Non certo verso Gaja, ma verso un mondo letterario (che comprende anche i lettori) che, almeno qui in Italia, non tiene conto dell’importanza della figura del traduttore. Figura alla quale tutti, dagli editori, agli autori, e, soprattutto i lettori, dovrebbero provare gratitudine. Se non ci fossero i traduttori nelle nostre librerie di casa mancherebbero non solo i pilastri della letteratura straniera, ma anche tanti libri minori, che ci sono piaciuti e ci hanno tenuto compagnia. Ma questa gratitudine, la maggior parte dei lettori non la prova mai. E gli editori? Perché non scrivono il nome del traduttore sulla copertina, sotto il nome dell’autore? A fronte di pochissime case editrici che lo fanno, tutte le altre se ne guardano bene. Io sarei per una legge che facesse di questo un obbligo. E perché il traduttore, come scrive Gaja, non è pagato con le royalty sulle vendite? E perché i pagamenti di un lavoro che richiede, credo, una grande accuratezza e un grande impegno, vengono ritardati?
    Voglio fare i complimenti a Gaja, per la sua ironia, ma anche per la sua serietà. Mi è piaciuta molto la risposta in cui afferma che “non si dovrebbe improvvisare in nessun altro ambito della vita professionale o creativa, traduttori si diventa.”. Mi sarebbe piaciuto che Gaja parlasse anche della sua attività di scrittrice, ma poi ho letto la sua risposta alla richiesta di Laura e devo dire che anche con quella risposta ha dimostrato la sua serietà, sia professionale, che come persona.

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