Approfondimenti Rivista — 21 gennaio 2013

Amore di mamma, studia le lingue, così poi sei pronto per andare dovunque e trovare lavoro all’estero”.

Indubbiamente la lungimiranza di mia madre colpirebbe anche i più scettici del cosmopolitismo. La frase successiva che era solita ripetermi, dall’alto della sua erudizione in ambito geo-politico, è: “Ormai il futuro è ad est, studia cinese e arabo”.

Non si offenderà se gioco un po’ con i discorsi fatti a tavola milioni di volte prima di prendere in considerazione qualsiasi scelta inerente al mio percorso di studi universitario. Non si offenderà nemmeno se scriverò qui, senza mezzi termini, di non avere preso in considerazione la possibilità di prendere lingue nemmeno per un istante. Ottusità, certo. Perché nonostante fossero discorsi “da domenica a pranzo”, triti e ritriti come slogan pubblicitari, forse un fondo di verità ce l’avevano anche.

Per mia fortuna però esiste l’allegra compagnia dei membri del dipartimento ricerche e sviluppo della Microsoft, capitanato da un certo Rick Rahid che nello scorso ottobre ha sfoggiato, in occasione di una conferenza di lavoro in Cina, un uso invidiabile del mandarino. Non tutti si sono accorti però che Rahid “imbrogliava”. Il disonesto infatti ha avuto questa geniale trovata per mostrare ai cinesi di cosa fosse ancora capace il colosso statunitense. E lo ha fatto sfoggiando un sistema di traduzione simultanea a dir poco stupefacente. Il suo discorso era pronunciato in un inglese purissimo, e le sue parole sono state tradotte in tempo reale in mandarino, prima come sottotitoli su uno schermo posizionato alle sue spalle, poi addirittura pronunciate da una voce sintetica generata da un computer, il quale aveva il compito di riportare il più fedelmente possibile non solo il discorso del manager, ma anche il suo tono di voce, fatto di accenti, cadenze, inflessioni, slang.

Dico la verità, la prima cosa a cui ho pensato una volta appresa la notizia è stata porgerla a mia madre con un fare un po’ denigratorio e altezzoso. Scostante, quasi. Leggendo incredula di quella performance incredibile e vedendo il sardonico ghigno stampato sulla mia bocca, non ha potuto fare altro che rendersi consapevole del fatto che la tecnologia potrebbe, un giorno non molto lontano, porre fine alle mie carenze linguistiche. E senza lo sforzo di dover passare anni a studiarle.

Gag familiari a parte, quest’ultima frontiera tecnologica, che pare essere uscita direttamente da un romanzo di Jules Verne, potrebbe in effetti aprire strade molto concrete verso un sistema di comprensione universale delle lingue. Solo un visionario come lo scrittore francese avrebbe potuto pensare che fosse già arrivato il momento di vedere a disposizione del genere umano un dispositivo di una tale utilità.

A fomentare ancor di più i miei entusiasmi sono state le tecnologie simili a quella di Microsoft che negli ultimi anni si stanno moltiplicando per rendere il problema della comprensione della lingua parlata un impedimento preistorico.
Will Powell, un inventore inglese, ha approntato recentemente un congegno per tradurre una conversazione dall’inglese allo spagnolo, o viceversa: ma gli interlocutori devono essere pazienti, parlare lentamente, dotarsi di un telecomando connesso a un telefonino e indossare speciali occhialoni su cui leggono la traduzione in sottotitoli, come se guardassero un film straniero. La Ntt DotCoMo, gigante giapponese della telefonia mobile, ha fatto di meglio: è in grado di tradurre le telefonate dal giapponese all’inglese, al cinese, al coreano, e poi di trasformarle in voce sintetica, maschile o femminile a seconda delle esigenze, come quelle delle segreterie telefoniche con cui già discorriamo in mezzo mondo, digitando numeri per passare da una centralinista sintetica a un’altra, senza riuscire più a comunicare con un essere umano.
Chiaramente il percorso è ancora lungo, i traduttori simultanei fraintendono spesso troppe parole perché non sono in grado di discernere ancora tutte le diverse regole grammaticali che ogni lingua possiede. Spesso mettono le parole in fila con un ordine diverso. Dovranno ancora dimostrare di essere in grado di recare sostegno a tutta quella parte di comunicazione paraverbale, fatta di gesti, smorfie, espressioni che vanno accompagnate dal giusto timbro di voce, che rende il tutto unico ed efficace.

Ma, come vorrei dire a mia madre partorendo uno slogan che darebbe il definitivo colpo di grazia alla nostra diatriba: in tecnologia, come in amore, vince chi sa aspettare.

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