Approfondimenti Rivista — 21 settembre 2013

Dopo Fabio Volo in bella mostra tra i filosofi tutti pensavamo che questo mondo moderno ci avesse mostrato il peggio del peggio. Ma è proprio quando si pensa di aver toccato il fondo che, in realtà, si resta impantanati nelle sabbie mobili.

Così, questo terzo millennio sembra abbia la tendenza a rendere più “popolare” possibile qualsiasi cosa: la politica, la tecnologia, la cultura.

E anche quelle poche istituzioni che rappresentavano un ultimo baluardo contro questa deriva, stanno per cadere.

Immagino già la scena: Stoccolma, freddo inverno svedese, Bob Dylan che si presenta sul palco per ricevere dall’Accademia di Svezia il Nobel per la letteratura. Sguardo perso. Espressione spaesata. Tutti che aspettano un discorso celebrativo, e lui che esclama: “Io sono un musicista, cosa ci faccio qui?”

Già, Bob, bella domanda.

Sebbene il suono nome compaia nella lista dei candidati da più di 15 anni, e sebbene persino un cantautore italiano, Roberto Vecchioni, sia tra i candidati, alla domanda immaginaria di Dylan sembra difficile riuscire a rispondere.

Il premio Nobel viene per definizione attribuito a illustri personaggi che hanno contribuito con le loro azioni ad apportare considerevoli benefici per l’umanità.

Ecco, già questa espressione così ridondante potrebbe essere una risposta abbastanza esaustiva.

Però c’è chi, come la stessa consorte di Vecchioni, ha visto in questa apertura un doveroso riconoscimento a una pratica, quella della stesura di testi musicali, che deve essere equiparata alle altre espressioni letterarie. Le canzoni sono come la poesia, in sostanza.

Be’, be’, calma.

Che Vecchioni e Dylan, come tantissimi altri cantautori, siano dei grandissimi in questo genere di pratica è fuor di dubbio. Che alcuni di loro, come Vecchioni stesso, sono anche dediti alla scrittura (ha scritto racconti, libri per bambini due romanzi: “Il libraio di Senilunte” e “Scacco di Dio”), è altrettanto vero. Anche che i testi musicali abbiano un valore poetico è una realtà inconfutabile.

Ma il Nobel, il Nobel è altro.

Di sicuro se Dylan vincesse il premio nessuno pronuncerebbe il più mourinhano dei “Dylan chi?”, come successo, ad esempio, lo scorso anno col cinese Mo Yan, ma la popolarità non basta. Non per un Nobel.

La musica e la poesia hanno le stesse basi, si sa. Addirittura c’è chi sostiene che sia la poesia a discendere dagli antichi “canti”, però il veicolo dei messaggi è diversissimo, e quindi è anche diversa la pianificazione degli scritti. La poesia ha un ritmo narrativo, non musicale, ha una lunghezza arbitraria a discrezione dell’autore, ha bisogno di significati evocativi che non vengono supportati dalle note musicali.
Chi riuscirebbe a comporre una canzone con “m’illumino d’immenso” come testo?

Mettiamola così: Vecchioni, Dylan, chi per loro, grandissimi e talentuosissimi parolieri, scrivano raccolte di poesia, le pubblichino magari sotto pseudonimo per non influenzare un lettore con la propria firma, e vendano milioni di copie in tutto il mondo, magari anche più volte.

A quel punto meriterebbero di essere seri candidati alla vittoria del Nobel.

Oppure, tanto vale aprire il festival di Sanremo anche ai poeti, no?

Daniele Dell’Orco

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