Approfondimenti Rivista — 01 febbraio 2013

Quando intraprendiamo un percorso quasi mai consideriamo che l’odore delle esperienze vissute ci contraddistinguerà per il resto della vita. Scegliamo un sentiero come tanti, scelto da tanti, eppure lo percorriamo a modo nostro. Fa differenza il ritmo dei passi? È più importante il numero di volte che ci fermeremo a cogliere un fiore osservandolo con stupore o quanto veloce sarà la corsa dell’attimo seguente?

Gli individui si formano sul proprio vissuto, non esiste adulto che non abbia camminato a tal punto da sentire le gambe bruciare. Ci siamo costruiti attorno una società che ci aiuti nel processo di formazione, che ci guidi, che ci dia dei punti cardine, dei segni sugli alberi per ritrovare la strada giusta tra gli innumerevoli sentieri del bosco della vita.

Fin dall’infanzia cerchiamo di sfruttare appieno le nostre capacità intellettive, la scuola ci conosce neonati e in realtà non ci abbandona nemmeno da adulti e rappresenta sicuramente uno dei principi più fermi della vita, il punto di riferimento più concreto, poichè affrontare un percorso scolastico è arduo e piacevole come l’esistenza stessa. Ma cosa accade quando quella sicurezza, quella fiducia incondizionata vengono a mancare? Ci perdiamo forse nei sentieri del bosco cercando invano la giusta strada per il progresso intellettivo o ci tracciamo tra gli alberi e la vegetazione un cammino tutto nostro?

Questo è un interrogativo che gli studenti italiani si portano dietro da tempo e nascondono segretamente nel diario scolastico, quel dubbio salta fuori ogni volta che si apre la piccola agenda nel tentativo di cercare lo stimolo per prendere i libri e portare avanti gli studi. E quando sono gli stimoli a mancare non si trova più nessuna buona ragione per continuare, non basta l’amore per il sapere perchè purtroppo nelle scuole odierne non c’è sentimento, non occorre avere negli occhi la luce dello stupore quando si ascolta il monologo dell’insegnante, tutto quello che ci viene richiesto è essere in grado di ripetere quello che ci sentiamo dire da un rispettabile signore seduto dietro la cattedra.

Che ciò ci fa sentire realizzati o meno ci assicurerà un bel voto su un pezzo di carta dal valore sopravvalutato e uno sguardo amichevole da parte di tutti i docenti. Ci si rende conto che queste non sono solo supposizioni o giudizi prematuri di studenti svogliati quando un professore si esprime sulla problematica formulando un pensiero analogo. Carlo Ossola in un’intervista per La Repubblica ha individuato nel rapporto insegnate-discente la fonte principale del declino dell’efficienza della scuola come istituzione. Da quando il professore ha smesso di pretendere l’interesse dell’alunno e quest’ultimo non ha più trovato altro stimolo che quello del giudizio finale espresso in numeri, il legame tra i due si è affievolito gradualmente fino a desistere del tutto o a svilupparsi con una connotazione negativa.”Se io riesco a chiamare lo studente a testimoniare attraverso la propria voce, vuol dire che il soggetto di cui gli sto parlando sta diventando effettivamente suo. Non conosco modo migliore per recuperare la perduta autorità dell’insegnante”.

Esiste forse proposito migliore?
Le parole di Ossola sono chiare: se il compito dell’insegnante ha perso la sua magnificenza l’unico modo per rendere di nuovo nobile questo ruolo è svolgere il mestiere stesso. Trasmettere la cultura non è come lavorare in fabbrica, nonostante gli anni si susseguano imperterriti mentre gli argomenti sono immutati l’abilità dell’insegnante di renderli ogni volta diversi attraverso le parole o le immagini scelte per raccontarli non deve atrofizzarsi o automatizzarsi come il muscolo del braccio di un operaio. Soprattutto “non si deve offrire allo studente un blocco organico di verità”, bisogna fermare l’avanzata del dogmatismo o tutto ciò per cui intere generazioni emerse dall’ignoranza hanno combattuto sparirà allo sventolare di una pagella scolastica. Opportuno è allargare la critica anche allo studente italiano di oggi, la sua curiosità sembra essere stuzzicata solo dagli schermi digitali e dalle tastiere, i siti internet sono i nuovi maestri di cultura e di vita. Forse i professori o gli insegnanti in generale dovrebbero cogliere l’attimo e risorgere dall’oblio dell’anonimato partendo dalla figura dello studente piuttosto che da quella del professore, non c’è rinascita più bella di quella motivata dalla passione. I giovani lanciano forse un appello alla società manifestando il disinteresse e la sfiducia nella scuola e gli insegnanti, coloro che rappresenterebbero un punto di riferimento sia umano che intellettivo dovrebbero lanciarsi noncuranti al soccorso degli unici individui nella società che possono svelare la vera faccia del loro lavoro, che possono, se stimolati, spolverare via la noia dalle cattedre e profumare l’aula con l’aroma dell’interesse.
“Credo che sia proprio questa coscienza della fine, a darci la forza per combattere la nostra battaglia. Certo, potremmo anche uscirne sconfitti. Ma non bisogna mai negoziare troppo con il presente”(Carlo Ossola).

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