Approfondimenti Rivista — 06 novembre 2012

Haruki Murakami nasce a Kyoto, ex capitale dell’impero Nipponico, ma poco tempo dopo si sposta, insieme ai suoi genitori, a Kobe ed è qui che avvengono i primi contatti con la letteratura straniera, soprattutto Inglese ed Americana.
Nel 1975 si laurea in lettere all’università di Tokyo e insieme a sua moglie decide di aprire, grazie ad un prestito ricevuto, un Jazz Bar, chiamato Peter Cat, che in poco tempo riuscirà ad avere uno straordinario successo.
Sente improvvisamente l’impulso, malgrado il Jazz Bar andasse a gonfie vele, di iniziare a scrivere e contemporaneamente di cominciare un allenamento serrato, giorno per giorno, nella corsa su strada.
Quindi non solo scrittore, Haruki, ma anche maratoneta e professionista del triatlon, parallelamente alla scrittura la corsa su strada è divenuta con il passare degli anni qualcosa di irrinunciabile e soprattutto fondamentale per la riuscita della sue opere.
Ogni anno gareggia in una maratona e lui stesso ha affermato che ”l’arte di correre”, ha scritto anche un saggio omonimo edito per Einaudi, è per lui fondamentale in quanto lo aiuta a liberarsi dalle tossine accumulate durante le ore di lavoro e solitudine giornaliere che la scrittura gli procura.
L’autore stesso nel saggio ha scritto che ha imparato molte cose rigurardo alla scrittura facendo jogging ogni mattina sulle strade.
Con l’allenamento giornaliero, corre circa 10 o più km al giorno, è riuscito a sviluppare capacità di concentrazione e soprattutto perseveranza che per un autore che non è benedetto da Dio per genialità, questo è ciò che pensa lui, sono caratteristiche fondamentali per non perdersi nel corso degli anni.
Le due attività diverranno necessità e indissolubilmente inseparabili l’una dall’altra.
Finalmente nel 1982, dopo mesi di duro lavoro, esce il suo primo romanzo di successo intitolato: “Nel nome della Pecora”, dove emerge la sua poetica che con il passare degli anni andrà sempre più arricchendosi di cultura pop Americana.
Lo scrittorie Nipponico inaugura una narrativa innovativa della sensibilità postmoderna in grado di coniugare l’immediatezza di uno stile minimalista con la complessità di un immaginario visionario, ai confini del metafisico e del surreale.
“Noruwei no mori”( Norwegian Wood ) è il libro che lo lancia definitivamente al successo vendendo più di 4 milioni di copie in tutto il mondo, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1993 con il nome di Tokyo Blues, ed è sicuramente l’opera più introspettiva e sentimentale da lui mai scritto fino a quel momento.
Il titolo del suo capolavoro, Norwegian Wood, è tratto da una canzone dei Beatles, dal titolo omonimo, e questo gioco di richiami all’ambito musicale non è di certo un caso sporadico, in quanto Murakami nei suoi romanzi aggiunge molto spesso atmosfere legate indissolubilmente ad una canzone, che può variare tra il Rock, Jazz o Classica, quasi sempre di stampo Angloamericano.
Sin dagli esordi l’attenzione all’inconoscibilità di se stessi e alla sua rappresentazione con i modi ludici del pastiche, del collage, dell’umorismo, sono stati aspetti fondamentali della narrativa di Murakami e con ”Norwegian wood” e ”A sud del confine, a ovest del sole”, si trova la sintesi sia in senso fantastico che sentimentale.
Tipico della sua scrittura è la moltiplicazione dei mondi narrativi e le numerose diramazioni del reale a qualificare la ricerca identitaria dei protagonisti che arrivano a scindersi in un mondo altro dove si condensano tutti gli oggetti perduti o rimossi del desiderio.
Gli ultimi due romanzi dell’autore nipponico, “Kakfa sulla spiaggia” e “1Q84”, sono stati la conferma che ci troviamo davanti ad un vero e proprio caso letterario come pochi, purtroppo, ne orbitano nella letteratura contemporanea.
Apprezzato in tutta Europa è divenuto il simbolo della letteratura Nipponica e sono anni che il premio Nobel gli viene negato, ingiustamente, nonostante le sue opere siano di indubbio valore oggettivo.
E ci auguriamo, citando le sue parole, che fino a 80 anni e oltre possa continuare a regalarci ancora romanzi di indicibile splendore come solo lui sa fare.
”È strano, ma ognuno di noi nella propria vita tocca un apice. Una volta raggiunto, non può che scendere. Nessuno però sa dove sia il proprio apice. La linea di confine può presentarsi all’improvviso, quando si crede di essere ancora al sicuro. Nessuno lo sa. Alcuni possono raggiungere quel culmine a dodici anni. Da quel momento in poi la loro vita scorrerà nel più monotono tran tran. Alcuni continuano a salire fino alla morte. C’è chi muore nel suo massimo splendore. Molti poeti e musicisti hanno vissuto in modo febbrile e sono morti a trent’anni per aver bruciato traguardi troppo in fretta. Picasso a ottant’anni passati realizzava ancora quadri pieni di vigore, ed è morto serenamente senza sperimentare il declino. È impossibile conoscere il proprio destino senza averlo percorso fino in fondo.”

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