Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Mia adorata,

Come ti dissi più volte, il finale è sopravvalutato! Concentrarsi troppo su di esso significa offendere il resto, è come se si volesse parlare della vita pensando in maniera intensa al modo in cui essa si spenge, lasciando strada al sopraggiungere della fredda morte, non di quella luminosa invocata come salvezza e perdono da chi affida alla religione l’alleviamento delle proprie pene, ma quella buia del nulla eterno.

Io, come sai, diffido sempre dalla perversa tendenza alla sintesi finale: sin da bambino ho ripudiato la morale propinataci da chi voleva interpretare le fiabe, godendo invece della bellezza dello scambio fra creature diverse, tra buoni e cattivi, uomini e bestie e mostri d’ogni tipo. Non mi interessava sapere se salvare una principessa o rompere un incantesimo significasse credere ai propri sogni o non cedere alle tentazioni, ma mi estasiavo per come la mia fantasia veniva stimolata dalla convivenza fantastica di creature che si trovavano catapultate nella realtà dello stesso mondo e non se ne preoccupavano, ognuno impegnato a raggiungere un obiettivo che ne assecondasse la natura.

E come potrei ora, davanti a te, al cospetto di quello che siamo stati, abbandonare il metro con cui misuro tutte le cose per rifugiarmi in sterili “perché”? Sono quell’essere incompiuto e perfettibile che vive ogni pagina della propria esistenza senza pensare all’ultima, perché ogni ultima cosa è tale sempre e solo relativamente, e limitatamente ad un unico punto di vista.

Sono il finale che non scriverò, ormai dovresti saperlo. La vita fluisce in tutta la sua completa inconcludenza senza lasciare spazio alla finitezza delle cose.

Pensaci!

Lo stesso destino abbandona le forme precostituite dei nostri desideri plasmando nuovi bisogni e nuovi percorsi per ciascuno di noi, rinnovando sempre quelle vocazioni al tutto, all’onnicomprensivo a cui aspiriamo dai primi vagiti emessi su questa Terra. Siamo il frutto di un creatore capriccioso e beffardo, che si compiace di ricordarci la propria infinitezza sbattendoci sul grugno i nostri limiti di essere infinitamente incompleti, come minuscoli puntini che non arrivano mai alla totale e definitiva coscienza di se stessi.

E pretendi da me tutto questo? Auspichi per me il sublimarsi dell’eterna illusione di poter arrivare allo zenit psico-fisico per vivere in eterno? No, mia cara, lo sai bene, noi siamo il contrario: tendiamo vanamente in eterno alla piena realizzazione di noi stessi per vivere lo spazio di un lampo. Ogni morte arriva brusca, se vogliamo improvvisa, cogliendoci in un giorno qualunque impossibile da prevedere alla nascita. Una vita che arriva al capolinea non è una vita finita, completa: ogni essere vivente lascia qualcosa di intentato, di incompiuto.

È un destino dal quale non si sfugge.

Farla finita… che vorrà mai dire, poi? Smettere di respirare, dare vita (ironia delle parole!) ad un nuovo stato clinico chiamato decesso, ad una nuova parola qualunque fra deceduto, morto, scomparso, defunto? Avrete modo di scegliere la definizione più calzante, capace di riassumere il senso delle cose. Ma, come ti ho detto, è impossibile anelare alla completezza. Qualunque parola utilizzata non spiegherà il come: ed ecco che utilizzando “suicidio” crederai di aver finalmente spiegato tutto. Ma poi sopraggiungeranno altre domande: quando? Perché? Dove?

Non perdiamoci in sterili sogni di completezza, non carichiamo di significati e di gloria il finale delle cose! È una parte del tutto, un frammento non per forza decisivo, un istante di una vita, una tassello del puzzle. Non cediamo al dispotismo dell’attimo finale, mescoliamo la cronologia degli eventi, scomponiamo la fabula e brindiamo all’intreccio!

La grandezza puoi incontrarla nell’incompiutezza: cercami in questo stato di cose.

Non piangere per me, non affannarti nella ricerca di un perché ultimo e definitivo, abbraccia l’idea suprema del mio essere e saprai fonderti in me, diventeremo una cosa sola come non lo siamo stati mai e in quel modo non sarà amara l’ultima parentesi, non sarà la fine a chiudere il cerchio.

Io sono il signor K. Rinchiuso nel Castello alla ricerca di se stesso. Come lui non uscirò, né vincitore né sconfitto, ma sarò, rinchiuso in me stesso, il luogo più adatto al mio essere. E per questo verrò processato per una colpa non solo mai compiuta, ma mai nemmeno conosciuta. Attraverserò l’Oceano e conoscerò i soprusi, dopo aver impunemente seminato il mio seme, cercando rifugio in una nuova fuga, nel circo della vita.

Sarò per sempre un Uomo senza qualità, sublime nella solitudine, incompreso e col talento del genio. Sarò perso nei meandri dell’organizzazione macchinosa di un evento che non vedremo mai.

Sarò per sempre l’ignaro venditore di cani trasformato in soldato, sarò Sc’veik che parla di pace in mezzo alla guerra, mi farò beffe del mondo e della sua follia e resterò per strada senza arrivare al fronte.

Sarò per sempre un cacciatore di anime morte, in giro per villaggi a raccattare fantasmi redditizi nella Russia zarista, perdendomi e abbandonandomi per sempre in quella realtà rurale e tragicomica, senza approdare a luoghi in cui albergano fini e sentimenti più elevati.

Lasciarsi non vuol dire scrivere il finale: quello è stato già scritto e l’epilogo non è mai risolutorio. Morire poi non significa scegliere di non vivere più, perché la vita sfugge sempre, continuamente, non appartenendoci del tutto. Perché dunque arroccarsi vigliaccamente sulle sponde di un inizio e di una fine? Vivere! Quello conta, senza pensare troppo all’attimo eterno del respiro estremo o a quello ancestrale del primo vagito. Senza incatenarsi stupidamente alla prima parola o all’ultima.

Vivere! Senza sopravvalutare i singoli istanti, senza slegarli dal tutto, senza ridurre l’esistenza ad un epitaffio. Il finale è un necrologio senza cuore…

 

 

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