Concorso Buk — 22 gennaio 2014

“Devi tirare la pasta spingendo il mattarello ai lati della sfoglia…. così…. vedi che al centro si forma un cerchio… quindi l’impasto va bene…è ben tirato”. La giovane ascoltava Nella con attenzione mentre dalla sala attigua provenivano le voci ritmiche dei giocatori di morra.

“Trè, ott, nöf, quater, möra”.

Un attimo ed i toni si alzarono, Gentile si strofinò le mani nel grembiule e con piglio deciso imboccò la porta che immetteva nella sala della mescita seguita da una nuvoletta di farina.

“Siori chésto lé miä el post de tacà begä”, subito si zittirono e la giovane tornò alla preparazione della sfoglia per i casoncelli. Nella la accolse con un sorriso, sapeva  che la sua aiutante se la sarebbe cavata più che bene, era abituata ai clienti dell’osteria e usava i giusti toni per farsi rispettare. La ragazza riprese con il vigore che le era consono il lavoro con la sfoglia, fece rullare sul tavolo in legno il mattarello riavvolgendo l’impasto e poi lo stese. “el someä èn sul”, disse soddisfatta.

“Braä scetä… ades föm i casonsèi”.

Presero a tagliare il sottile foglio di pasta prima per lungo e poi di traverso. Alla radio  Rabagliati cantava mattinata fiorentina e Nella riprendeva le parole della canzone sovrapponendo la sua voce al compitare numerico dei clienti nell’osteria.

“Gentile dam èn calice” si udì dall’altra stanza.

“Per piaser”, rispose decisa la giovane.

“Per piaser”, replicò sommessamente la stessa voce. Gentile rapida soddisfò  il cliente e fu subito di ritorno.

Sul tavolo la sfoglia era divisa in uguali particelle che attendevano il ripieno per poi essere ripiegate a modo.

“Vado a prendere il ripieno nel frigider”, disse Nella. Era poco che aveva quella moderna ghiacciaia elettrica e ne andava orgogliosa.

 

Circa un mese prima, all’inizio di settembre, nel primo pomeriggio, un giovanotto in camicia con le maniche rimboccate al gomito, i pantaloni che arrivavano a stento alla caviglia ed i polacchini neri impolverati entrò nell’osteria dall’ingresso su via Forcella.

“Cerco la Signora Ornella Lazzari, ho una consegna da fare”.

“Sì, sono io, cosa deve consegnare?” Rispose Nella.

“Il frigider…ma mi serve una mano per scaricare”.

“Ah, certo, lo attendevo…le chiamo subito qualcuno… un attimo”.

“Spètë che de föra”, disse il giovane.

 

La locandiera uscì dalla porta che dava sul porticato e si diresse verso la fucina dove Mario e Steno stavano ferrando la cavalla di Giuseppe Salvinelli detto Pi,  Pì moleneer, il commerciante di farine e cascami che due volte al mese, il venerdì,  consegnava le farine alla stazione di posta con locanda di Piedeldosso e prendeva l’occasione per far sistemare i ferri alla Santina. Nell’attesa trangugiava alcuni calici di vino, solo bianco, possibilmente della Puglia e faceva el sior in qualche partita di briscola o morra; non gli piaceva giocare, preferiva guardare, fumare e bere. Quando consegnava alla Nella non programmava altre fermate ben sapendo come sarebbe finita la giornata. Giuseppe era uomo mite, sempre vestito di chiaro perché sosteneva che el moleneer dovesse essere così abbigliato; quindi basco color beige, pantaloni stesso colore e camicia uguale. Anche il suo baio amava quel posto; mentre Mario delicatamente  pareggiava con la raspa gli zoccoli poteva gustarsi della biada fresca che profumava di campo. Si riposava e ben sapeva che sarebbe stato compito suo riportare il Salvinelli dalla Ciglia prima dell’imbrunire. Il Pì sorrideva, fischiettava e dava ragione a tutti; quando gli animi si accendevano per le carte, la morra, la politica od il vino stemperava con la sua celebre sentenza “tanto nom töch en via lassio”. Sì, perché a San Vigilio, il suo paese, oltre la Forcella in Val Trompia, il cimitero era situato in Via Lazio. Tutti ridevano e lui poteva riprendere a fischiettare, sorridere e bere. Dopo numerose partite di briscola, alcuni “tanto nom töch en via lassio”, e svariati calici di bianco della Puglia, Gentile e Nella lo guidavano al suo carro, lo issavano in panca, lui faceva “ooh”  e la Santina partiva. Conosceva bene la strada: imboccava la strettoia che attraversa Piedeldosso con passo cadenzato e finito quel grappolo di case la strada iniziava ad inerpicarsi su per la collina. Arrivata al tornante sotto la Madonna della Stella si fermava per rifiatare, scrollava il capo, faceva svolazzare la sua bella coda nero lucido a destra e manca ed annusava l’aria pregna di gradevoli effluvi d’erbe. A quel punto il Pì si ridestava un attimo “ooh” e la cavalla ripartiva. Il ripido tornante quindi la strada dava tregua per poi impennarsi nuovamente fino alla forcella, ancora un attimo di sosta, uno sguardo alla Val Trompia e poi la discesa con passo cauto, trattenuto, fino al piano. Il passaggio da via Lazio, un nitrito e l’ultima sgroppata fino a casa. La Ciglia li aspettava come al solito, aiutava Giuseppe ad imboccare l’uscio di casa e portava a ricovero la Santina gratificandola con una bella spazzolata e del foraggio fresco.

 

“Lè riat el frigider, ocòr na mà a scargàl”, disse Nella ai due maniscalchi

“riòm sübit… sistemòm la caalä…”, rispose Mario

Nella imboccò il portone in legno ed uscì in strada.  Un manipolo di comari osservava quella cassa in legno alta due metri circa ben fissata alla parte anteriore del cassone del camioncino OM color nero opaco parcheggiato all’imbocco di Via Forcella a pochi metri dall’ingresso della locanda. Il giovanotto stava slegando le corde che ancoravano saldamente il grosso pacco e non prestava attenzione al chiacchiericcio delle donne. La più attiva era la Signora Rosa, moglie del ciabattino, informata su tutto ciò che accadeva nel piccolo borgo, a cui dava manforte donna Franca, moglie del Poldo, entrambe dirimpettaie della locandiera. Notavano, registravano e commentavano ogni piccolo accadimento a Piedeldosso e quell’autocarro Loc con il suo ingombrante carico meritava un approfondimento immediato. La curiosità, si sa, è femmina  ma per le due signore era una tentazione irresistibile, cosicché inondarono di domande il giovane autista che però non dava risposte irritando le due comari.

“Ma… che maledücat…. el rispont miä”, disse donna Rosa quando, dal portone della locanda, spuntò Nella.

“Arrivano subito a darle una mano… mio figlio Steno e mio cognato”.

“Buongiorno Signore… serve qualcosa?” Disse Nella alle donne  abbozzando un sorriso.

“No… no se domandaem cosa l’era chel laùr lè… miä per curiusà… isè per saìl…”, rispose donna Rosa colta in flagranza.

“El frigìder”, disse secca Nella

“Ah”, risposero in coro le comari.

Non sapevano cosa fosse quel frigider ma non avevano il coraggio di proseguire oltre nell’interrogatorio.

“Söm chè… ‘ndò èl el frigìder”, disse Mario, mentre usciva, seguito da Steno, con passo lesto dal portone che immetteva nel piazzale interno del casale.

“Dobbiamo tenerlo dritto, così com’è, perché altrimenti si rovina…esce il liquido refrigerante”.

Disse il giovane con i polacchini impolverati ai due uomini. Con movimenti attenti ma precisi Mario e l’autista presero la cassa alla base impugnandola nei lati opposti mentre Steno li guidava tenendo in equilibrio il parallelepipedo sul lato adiacente. Si abbassarono un poco per entrare nell’osteria dalla porta su Via Forcella, fecero i due gradini a scendere che introducevano nel locale e deposero la cassa al centro della stanza. Salvinelli era appoggiato al bancone della mescita, osservava la scena e fumava indifferente.  Le facce delle due comari, come bertucce curiose, sbucavano dall’uscio. Mario prese un piccolo piede di porco dall’officina e incominciò a schiodare la cassa da cui emerse lentamente la sagoma del frigider: metallico, color panna con gli angoli superiori arrotondati, quattro piedi rettangolari a far da rialzo, il grande maniglione cromato sul lato sinistro del portello ed in alto a destra in corsivo leggermente inclinata la scritta Frigidaire.

Le bertucce, scusate le comari, si avvicinarono ed osservarono con curiosità l’oggetto.

“Frigidaire”.

“Ma c’è scritto frigidaire non frigider”, replicò la Franca.

“Si pronuncia frigider”, spiegò paziente Nella.

“Ah… però è scritto frigidaire”, puntualizzò non convinta la moglie di Poldo.

“Franca, l’è  ingles… se scrif a na manierä e se dis en dè ‘nalträ”, disse la moglie del ciabattino con fare saccente. L’altra tacque.

Intanto i tre uomini avevano completamente liberato il frigorifero e su indicazioni di Nella lo posizionarono in cucina a fianco della porta e vicino alla presa di corrente. Steno, curioso, tirò a sé il maniglione e la porta si aprì “clack”, la richiuse “clack”, e riaprì. Lo spazio interno era suddiviso da quattro ripiani ed un cassetto in basso. Mario prese il cavo nero dell’alimentazione ed introdusse la spina negli appositi fori; un fremito percorse l’oggetto e si illuminò. Tutti osservarono in ossequioso silenzio l’elettrodomestico e per un lungo istante gli occhi dei presenti curiosarono ogni angolo del misterioso marchingegno. Il Pì proseguiva nella sua indifferenza, bofonchiando.

Nel mentre il giovanotto con i polacchini impolverati era uscito e rientrato con un plico nelle mani.

“Qui c’è la garanzia e le istruzioni… se ci sono problemi chiami questo numero telefonico”,  disse indicando un’etichetta posta sul retro della busta.

“Devo fare un’altra consegna prima di sera…grazie e arrivederci”.

Il ruggito asmatico del quattro cilindri OM salutò il borgo gussaghese.

Le comari tornarono alle loro case. Per il resto del pomeriggio e nella serata il via vai di persone che volevano vedere il moderno refrigeratore fu ininterrotta, la notizia, stranamente, si diffuse in un battibaleno.

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