Approfondimenti Rivista — 29 gennaio 2013

Agli inizi del Novecento, si chiamava “terza pagina”: oggi si chiama “inserto culturale”.

Che cos’è e come si muove il giornalismo culturale in Italia?

L’informazione culturale nasce sotto forma di rubrica interamente consacrata a questioni di ambito artistico-letterario e offre al pubblico dei lettori una variegata proposta di recensioni, interviste, approfondimenti, riflessioni. L’obiettivo principale, oltre a quello di informare, è quello di muovere lo spirito critico del lettore, di renderlo attivo e propositivo: il dibattito culturale che gli viene presentato deve nascere da idee libere, indipendenti, svincolate da qualsiasi pressione politica o interesse economico.

Oggigiorno, nel parlare di giornalismo culturale, ci si interroga proprio sulla trasparenza delle notizie e delle opinioni presentate dai giornalisti: una corruzione di idee, insomma, sembra essere la minaccia che si presenta anche a quel tipo di giornalismo che, più di tutti, dovrebbe essere libero e spontaneo come lo sono il pensiero e la creatività dell’uomo.

Le riflessioni amareggiate e pessimiste di Michele Dantini e Tomaso Montanari accolgono l’ipotesi di questa minaccia come dato di fatto tangibile nel panorama del giornalismo culturale italiano: si annuncia infatti, da parte loro, “la scomparsa del giornalismo culturale o, per lo meno, la sua mutazione in puro e semplice marketing”. E così, si lamenta la mancata volontà delle testate giornalistiche di convogliare ai lettori un’informazione libera e accurata, chiara e indipendente. Il dito è puntato, ad esempio, sul“Manifesto per la cultura”, inserto culturale del Sole 24Ore, definito “opaco, improvvisato e casuale”. L’opinione del giornalista sembra sempre e comunque accondiscendente, pacata, controllata, e il lettore percepisce tutta l’aridità di un’informazione celata e pressapochista. Allo stesso modo, si criticano gli inserti come “Grandi mostre” di Repubblica e “Grandi Eventi” del Corriere della Sera che trasformano il giornalismo culturale in un mera “industria creativa”“le maggiori testate vendono pagine agli sponsors delle mostre senza dichiararlo in modo trasparente”. Un giro di interessi e di affari che condanna la cultura al giogo di forze economiche e politiche che ne annientano le possibilità.

Tuttavia, credo che sia opportuno non fare di tutta l’erba un fascio. In tempi come quelli che stiamo vivendo, è facile abbandonarsi al pessimismo, ripiegare su una visione tragicamente negativa della realtà come se non ci fosse nessuna via d’uscita. E, a questo proposito, vorrei parlare del caso “Orwell”, l’inserto culturale del sabato del quotidiano “Pubblico”, curato da Christian Raimo.

Nonostante il triste epilogo a cui “Orwell” è andato incontro, venendo sospeso dopo soli tre mesi (dal settembre al dicembre scorsi), l’esperienza giornalistica testimoniata dall’attività di Raimo e dei suoi collaboratori rappresenta una sfida coraggiosa e rivoluzionaria nei confronti del giornalismo culturale tradizionale.

C. Raimo racconta la nascita del progetto: pochi soldi, pochi collaboratori e due principi imprescindibili su cui puntare: sincerità e accuratezza. Per portare avanti questo progetto alternativo, però, è stato necessario scrollarsi di dosso vecchie abitudini negative del giornalismo italiano; e così, prima di tutto, ci si è proposti l’obbiettivo di offrire ai lettori riflessioni critiche, punti di vista personali, e non apatiche constatazioni e opache pubblicità di eventi e novità in uscita. In secondo luogo, si è pensato di puntare sul la riedizione di articoli che trattano vari aspetti dello stesso argomento: perché liquidare con un solo articolo un libro che ha bisogno di essere analizzato con un’attenzione più profonda? In questo senso, si predilige la volontà di costituire un ambiente redazionale, uno spazio effettivo di confronto e di scambio di pensieri che ogni giorno si arricchisce. Infine, la proposta di lavorare sulle retoriche, sul modo in cui un tema viene proposto: in un mondo in cui l’informazione viaggia e si diffonde velocemente, in cui diversi giornali, blog, siti parlano dello stesso argomento, bisogna concentrarsi sul modo di presentare quel particolare tema, per distinguersi e fare la differenza.

Le proposte di Raimo purtroppo non sono bastate per portare avanti la stampa di nuove copie di “Orwell” : il“principio reale dei soldi”, come lo definisce lui stesso, ha messo al tappeto l’entusiasmo di un giornalismo culturale libero e indipendente.

Resta comunque la soddisfazione di una grande prova e di un interessante invito per il futuro del giornalismo culturale italiano: “il sapere che con mezzi di fortuna e intelligenze condivise si può fare un piccolo inserto culturale tutte le settimane senza scendere a compromessi ma creando un gruppo di lavoro, ed educando (sì, usiamola questa parola) i lettori”. (Raimo)

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