Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Sono passati molti anni  da quel giorno, e sono ancora qui, seduto sulla  stessa panchina all’ombra della grande quercia, a guardare il luccichio del lago in lontananza e le chiome ingiallite dal primo annuncio dell’autunno oscillare al soffio di un leggero vento;  una foglia  di tanto in tanto si stacca dal suo ramo,  danza pigramente nell’aria greve dei profumi del sottobosco, prima di  posarsi  al suolo, dove va a concludere il ciclo della sua breve vita . Sono vecchio, ormai, vecchio nell’animo e nel fisico, non so perché,  mi ostino a  continuare il mio rituale. E’ più forte di me, ogni anno, in questo giorno, appena spunta il sole, prendo con me un plaid con cui mi avvolgo per proteggermi dal fresco, un taccuino e la mia penna e me ne vengo qui dove mi siedo a meditare, a scribacchiare qualcosa che aggiungerò alle pagine del mio interminabile romanzo.

Le mie mani scarne, chiazzate di macchie brune, le vene bluastre sul dorso in evidenza, sono scosse da un tremore che diventa  di giorno in giorno più incessante; il morbo di Parkinson è nella fase ormai avanzata, ma  io scrivo, scrivo perché questo è il mio mestiere e non so fare altro.

La voce della tortora mi tiene compagnia, allieta la mia solitudine, talvolta mi immalinconisce. In paese dicono che sono un orso, non permetto a nessuno di avvicinarmi, evito i giornalisti e non concedo interviste, ma io sto bene nel mio harem, nella malinconia compagna di una lunga vita. Mia moglie mi ha lasciato dopo dieci anni di matrimonio portandosi via il nostro unico  figlio. Non posso darle torto, non le piaceva la vita solitaria a cui la costringevo.

Andrea viene a trovarmi  durante l’estate, si ferma con me alcuni giorni, ma poi mi accorgo che si annoia a starsene  in campagna, allora gli consiglio di andare giù al borgo a divertirsi un po’. Lui è giovane, l’ho avuto in età avanzata. Lavora in Inghilterra in una di quelle grosse industrie dell’ingegneria elettronica, in mezzo a tutti quegli aggeggi moderni  dei quali non  ho mai capito niente. Io  uso ancora la  mia vecchia macchina da scrivere dai tasti consumati, quando  non affido la mia ispirazione a carta e penna per meditare in mezzo alla natura, come faccio adesso.

Se chiudo gli occhi vedo scorrermi dinanzi la mia intera vita come un pellicola sbiadita e consumata  per le troppe volte che è stata proiettata. Sto bene qui nella solitudine che io stesso mi sono costruito intorno, ma spesso non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe stato se invece che Maddalena avessi sposato Margherita, il mio amore giovanile, l’unico vero puro sentimento che non è mutato nel corso  della mia esistenza.

La conobbi quando avevo venticinque anni, ero tornato a casa per occuparmi dell’azienda agricola  di cui mio padre, morente, voleva farmi carico. Che cosa potevo saperne io di concimi e di sementi, se fino ad allora non avevo mai  neppure staccato un ramoscello da un ulivo, né mai avevo mosso una zolla dal terreno  arato con le mie  scarpe lucide?  Avevo sempre dedicato il mio tempo alle letture, agli studi di filosofia. Mi laureai quello stesso anno con centodieci e lode e l’orgoglio del mio vecchio. All’epoca ero impegnato con la stesura del mio primo romanzo, il mio sogno non era ancora decollato, ma quella era la volta buona, lo sentivo.  Il babbo però  peggiorò all’improvviso e dovetti trascurare i miei interessi, cos’altro potevo fare, se non fermarmi  nella nostra casa di campagna a tempo indeterminato?  Affidai la gestione dell’azienda ai mezzadri che avevano sempre lavorato per la nostra famiglia, ma le cose non andarono proprio per il meglio e presto la tenuta andò alla deriva.

Era quello l’autunno del ‘54  e Margherita arrivò  dalla città  per insegnare nella scuola elementare del paese. Era molto giovane, al suo primo incarico, con tanto entusiasmo  e una passione per la letteratura classica. Scoprimmo subito di avere molto in comune e cominciammo a frequentarci assiduamente. Il nostro fu amore a prima vista, anche se allora non ce ne rendemmo conto. Diceva che ero la sola persona con cui poteva  parlare di libri e condividere i suoi interessi, la maggior parte degli abitanti del paese era analfabeta, o  ancora troppo giovane. Mi aiutò a superare il lutto del mio vecchio padre che morì in quell’inverno e trascorse insieme a me tutto il suo tempo libero.  Ci incontravamo spesso  in questo posto, al limitar del bosco, e stavamo delle ore a chiacchierare. Quando il tempo cominciò a peggiorare, la invitai  nella mia umile dimora, a prendere un tè che preparava la vecchia tata, la quale  se ne andava a letto presto  lasciandoci da soli a guardare le stelle sotto una coperta, sulle sdraio della veranda.

Quali sublimi sensazioni mi trasmise  la visione del suo copro  senza veli,  il tocco della  sua bocca di rosa, la sua  pelle  di seta scivolare sotto le mie dita!

Mi fece giurare che non l’avrei lasciata mai e, Dio mi è testimone, ero sincero quando spergiurai che saremmo stati sempre insieme.

All’inizio dell’estate eravamo diventati inseparabili, ma la scuola  terminò e lei dovette tornare nella sua città. Il nostro rapporto continuò, grazie ai sotterfugi che si inventava con la madre  per venirmi a trovare, quando non ero io ad andare da lei in città.

In autunno il suo incarico nella scuola del paese fu riconfermato e tra noi tutto tornò  a filare liscio. Intanto  continuavo a scrivere  ma non avevo un lavoro su cui contare e le proprietà lasciatomi in eredità non fruttavano granché.  Per  la gente del borgo  ero  un sognatore, un pensatore, uno che viveva con la testa tra le nuvole. Non c’e da stupirsi se quando mi decisi a chiedere la mano di Margherita, la madre non mi fece neppure finire di parlare. Non ero il partito migliore per la sua ragazza, lei aspirava ad altro: un matrimonio che avrebbe risollevato entrambe dalla miseria con cui aveva dovuto fare i conti da quando era rimasta vedova.

Scoprii che aveva già programmato tutto nei dettagli, senza chiedere il parere di  sua figlia. E fu spietata, ma anche molto diplomatica nel ricattarla con i suoi attacchi di cuore, ragion per cui, Margherita non osò contraddirla più di tanto quando le ordinò di rinunciare al suo lavoro per assisterla.

Mi promise che avrebbe aggiustato le cose, ma mi chiedeva di pazientare, e io lo feci.

L’estate successiva la passammo lontani l’uno dall’altra;  la madre la portò in una località balneare  sulla costiera Romagnola, io rimasi  al borgo. Ci scrivevamo lunghe lettere per sopperire alla forzata separazione. Nella sua ultima missiva, finalmente mi annunciava che stava per tornare.

Mi dava appuntamento   nel nostro solito posto il 30 settembre del ’56.

Non è mai venuta al nostro appuntamento e io sono ancora qui ad aspettarla, dopo cinquantaquattro anni. La cercai a lungo prima di rassegnarmi a perderla.  Nella sua casa di città non abitava più nessuno, mi dissero che era partita con la madre,  per dove non lo seppi mai.

Presi allora l’abitudine di  tornare in questo luogo, ogni anno nello stesso giorno. Non ho mai detto niente a mia moglie, né a mio figlio o alle poche persone che mi sono amiche, mi prenderebbero per pazzo.  Forse lo sono per davvero, ma non ho mai smesso di sperare che quella dolce e vulnerabile fanciulla possa ancora ricordarsi degli anni belli della sua gioventù e tornare anche solo per concedermi  un saluto.

Che scherzo mi fanno ora gli  occhi miei?  Sono dunque matto a tal punto da avere le allucinazioni?  Una ragazzina, poco più che una bambina, con i capelli biondi  sulle spalle e un vestitino vaporoso, si avvicina e mi si siede accanto. E’ bella, le somiglia molto, sebbene sia passato tanto tempo, il suo volto non l’ho dimenticato. Mi osserva con curiosità eccessiva, tiene in mano un diario che sfoglia  svogliatamente. Poi prende coraggio e mi rivolge la parola.

E’ vera, non è una mia  visione.

“Lei è lo scrittore   Giuliano de Angelis?”

Annuisco schiarendomi la voce, il mio  tono burbero non deve essere molto incoraggiante, ma lei sembra rilassarsi e comincia a raccontarmi delle sue aspirazioni da scrittrice. Mi stupisce, è così saggia per essere  ancora una bambina, mi racconta della sua vita, di un amore  che non ha avuto un lieto fine.

Non è possibile, non può aver vissuto tanto.

Mi sento incoraggiato a raccontarle  le mie vicissitudini; le parlo a lungo  della donna che ho perduto e che aspetto ancora, da più di mezzo secolo.

Quando ho finito mi  sorride e poggia la mano sulla mia. Mi  assicura che la rivedrò presto nel posto dove  mi sta aspettando già da molto tempo.  Le sue parole sono confortanti,  il  sorriso mi scalda il cuore, i  suoi denti sono bianchi, bianchissimi, lo sguardo enigmatico, il suo volto Angelico non è di questo mondo.

Sì, ora la riconosco, l’ho menzionata tante volte nei miei libri, l’ho descritta come una bambina allegra e disinibita, a volte eterea e irraggiungibile, minacciosa e ammaliatrice, ma non avrei mai immaginato che si presentasse a me nelle sembianze del mio antico amore.

Mi chiede di fare una passeggiata  fino al lago. Come faccio a dirle di no? È così dolce e tentatrice. Mi sento anch’io un bambino, non ho paura, non l’ho mai temuta. Sono pronto per il mio appuntamento più importante.

Mi costringo a lasciare il taccuino sulla panchina, una delle tante pagine da aggiungere al mio capolavoro senza fine. Qualcuno domani lo raccoglierà  e lo concluderà al posto mio.

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scrivendovolo

(6) Readers Comments

  1. Voto il racconto della scrittrice Ida Perrone, lo trovo avvincente e ben scritto.

  2. Complimenti Ida…

  3. Struggente favola di un grande amore.C’è un romanzo interminabile,mi pare,che è stato scritto da sempre e che si ripete,di scrittore in scrittore, unicamente per rispondere a questa semplice domanda:Si può amare una donna tutta una vita? Ida Perrone con questo breve racconto risponde,come al solito col suo tono lirico,dolcissimo e bruciante..

  4. COmplimenti Cara Ida! ^_^

  5. Bellissimo racconto! Complimenti, un significato tanto profondo da far piangere 🙂

  6. Congratulazioni vivissime per questa ennesima dimostrazione di gradimento che la tua “piacitudine letteraria” suscita e riscuote. Con amichevole orgoglio: CREATIVI MALVITANI, MOSTRA PERMANENTE ARTISTI MALVITANI, VIVI, MALVITO!, MALVITANI nel MONDO ed Emilio Labrosciano.

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