Approfondimenti Rivista — 20 febbraio 2013

La caratteristica principale della “commedia dell’arte” era l’assenza totale del copione. Gli interpreti salivano sul palco indossando costumi e maschere e basavano la propria interpretazione su un canovaccio (trama), improvvisando, sostanzialmente, in scena.  Sovente gli spettacoli si svolgevano nelle piazze e nelle strade, su semplici palchetti e anche alla luce del sole. I temi trattati erano, coerentemente con le ambientazioni popolari, quelli più vicini alla vita quotidiana dello spettatore comune, che in tal senso assisteva ad una rappresentazione ironica di alcuni aspetti della propria vita.

Basta sostituire la parola vita con la parola politica e non si può non pensare subito ad una delle tante piazze riempite in questi giorni dal comico/politico Beppe Grillo.

Gli show di Grillo sono l’esempio più genuino di come la politica sia sempre più assimiliata ad una commedia teatrale. Grillo rappresenta iperbolicamente e parodisticamente gli spettacoli, tutt’altro che comici, ai quali assistiamo ormai da anni sui palcoscenici della politica italiana. Le campagne elettorali sono un concentrato di tutte le caratteristiche comunicative acquisite dalla politica nell’era della globalizzazione terrestre.

La campagna elettorale moderna, infatti, si svolge prevalentemente in tv, piuttosto che in Parlamento, e di conseguenza si adatta al mezzo televisivo: i ragionamenti diventano rari e banali, si mutuano logiche dal linguaggio commerciale, che prevedono l’offerta di un beneficio in cambio di altro. Tutto ciò a discapito dell’approfondimento, ormai inesistente. I dibattiti, ovunque si svolgano, diventano talk show mediatici, con un forte investimento nel campo delle emozioni, piuttosto che nell’elencazione di dati concreti.

Debolezza di pensiero, parole chiave che non esistono più e che in ogni caso non sono comprensibili, usi imprevedibili e fuori contesto dei discorsi politici, massiccio ricorso agli audiovisivi per una fruizione ipersemplificata ed istantanea.

Gli slogan sono i padroni indiscussi del confronto politico, attraverso i quali il candidato o il politico di turno punta a suscitare sentimenti di simpatia, amicizia, consenso, mai riflessioni che vadano oltre la sfera affettiva; il messaggio, iperbanalizzato, è racchiuso in uno slogan di 30-40 secondi, con un’inevitabile perdita in termini di concretezza e obiettività.

Come ogni show mediatico che si rispetti, il confronto politico televisivo diventa spesso simile al programma di intrattenimento visto fino all’attimo prima, solo con protagonisti più “autorevoli”. C’è chi si presenta in tv con cagnolino al seguito, chi si incatena le mani, chi racconta barzellette e chi fa imitazioni degli avversari politici.

I programmi elettorali? Passano in secondo piano, e anzi, basta lanciare nel turbinio di emozioni che vengono trasmesse qualche proposta che le accentua ancora di più per conquistare fiducia e consenso.

Nella politica degli slogan anche i social network svolgono un ruolo fondamentale: messaggi istantanei, concentrati, spesso sterili invettive e j’accuse. I pochi, veri approfondimenti si leggono solo sulla carta stampata, ma è ovvio che la percentuale di chi si accontenta di ciò che è fruibile con maggiore semplicità è alta.

Nella vita di tutti i giorni il linguaggio della politica è assente, anzi, il motivo sostanziale che ha dato vita al processo di allontanamento del cittadino dall’istituzione è stato proprio questo. Durante una legislatura la comunicazione con gli elettori è quasi totalmente nulla, spesso non si viene a conoscenza nemmeno di alcuni provvedimenti discussi nelle Aule e le spiegazioni che vengono fornite dei fatti del giorno sono incomprensibili ai più, risultando spesso confusionarie e fraintendibili.

Durante la campagna elettorale, viceversa, si viene travolti da una valanga informativa, nella quale orientarsi diventa difficile e ci si limita a captare gli slogan più incisivi, mantenedo, però, in entrambi i casi, la capacità critica delle persone vicina allo zero.

Allora si provvede da soli a ridurre le scenette alle quali si assiste più simili possibili a quelle già assimilate nella vita di tutti i giorni, riducendo tutto a un mero rapporto di bene contro male, torto contro ragione, quasi fosse “Forum”.

Il dubbio, legittimo, è che tutto questo possa produrre solo una costante sensibilità verso il nulla, il vuoto e che per tornare a suscitare un interesse concreto verso la politica si debba riniziare a rappresentare la realtà con linguaggi e modalità il più possibile aderenti ad essa. 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.