Approfondimenti Rivista — 21 settembre 2012

“Ho cercato di essere il poeta che spiega a se stesso le ragioni che condizionano le scelte del tempo, e così le rende visibili agli altri. Scrivere delle mie rogne private non mi interessa“.

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923) «sensibile interprete delle inquietudini e delle trasformazioni della nostra società» secondo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dedicò tutta la sua vita alla letteratura. Fu partigiano, scrittore, poeta, editore, autore teatrale, paroliere e antiquario. Sin da piccolo, Roversi nutrì per i libri una passione talmente profonda e viscerale al punto che rubavo cinque lire dal portafogli di mio padre per andare a comprare di nascosto la Storia del teatro di D’Amico e, sempre dai suoi libri il poeta, divenuto poco più che ventenne, trasse conforto e coraggio durante la seconda guerra mondiale “Al fronte, nel ’44, ero perso, disperato, sul punto di scappare. La sera sotto un covone di paglia mi tastai la giubba e trovai due libricini che non ricordavo di avere preso.  Uno era Goethe, lo aprii a caso e lessi due versi: “Se l’inverno viene, può la primavera essere lontana?”. Quel libro mi salvò dalla fucilazione per diserzione”.

Un amore, quello per la letteratura, che lo spinse a gestire insieme alla moglie Elena, per 58 lunghi anni (dal 1948 al 2006), la Libreria Palmaverde (all’interno della quale passarono circa trecentomila libri) nel centro della sua amata Bologna. Contemporaneamente alla sua attività di libraio, Roversi si dedicò alla stesura delle sue numerose opere sia di poesia che di prosa e, a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, fu fondatore ed editore,assieme a Francesco Legnetti e Pier Paolo Pasolini, di due importanti riviste culturali dell’epoca: “Officina” e “Rendiconti”.

La sua carriera di scrittore si caratterizzò per una scelta unica nel suo genere. Egli infatti, attorno alla metà degli anni ’60, smise di pubblicare con le grandi case editrici con le quali aveva collaborato in passato (Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli) e cominciò a distribuire liberamente i propri scritti.

Un’altra importante fase della vita artistica di Roversi fu quella relativa alla collaborazione con un altro gigante della cultura bolognese: Lucio Dalla , che di lui ebbe a dire: “Roversi mi ha fatto capire delle cose che non avrei mai capito né a scuola né da solo né andando tre volte sul monte Sinai. Ho capito soprattutto l’organizzazione del pensiero della canzone, la parola, il segno, il senso, la forza.”

I due nel giro di pochi anni pubblicarono ben tre album toccando temi di rilevante portata politica e sociale : “Il giorno aveva cinque teste” (1973), “Anidride Solforosa” (1975) e “Automobili” (1976). Quest’ultimo segnò la fine del rapporto lavorativo tra Roversi e Dalla poiché, pressato dalla casa discografica , il cantautore bolognese inserì all’interno del loro ultimo disco soltanto i brani meno impegnati politicamente.

Nel 2006 Roversi e la moglie Elena decisero di chiudere la Libreria Palmaverde e donare tutti i libri, ritirandosi così a vita privata. Qualche anno dopo, il 14 settembre 2012, Roversi è scomparso. Non ha voluto commemorazioni né cerimonie, se ne è andato allo stesso modo di come ha sempre vissuto, lontano dalle luci della mondanità, lasciandoci in eredità le sue opere: “Non so che sorte avranno.,forse la pattumiera della storia. La carta è riciclabile”.

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