Approfondimenti Rivista — 19 marzo 2013

La storia testimonia lo scorrere del tempo, è portavoce della fugacità della giovinezza, esprime un passato remoto, uno prossimo, e al presente resta poco tempo per vantarsi della sua vitalità.

Sulla linea cronologica ogni evento appare mimetico, fermo e rassegnato all’omogeneità, alla consequenzialità temporale. Tutto incastonato in un disegno che si completa giorno per giorno, quando la vita è consumata e diviene testimonianza veritiera del farsi della storia. Poi ci sono quelle date impresse nella memoria comune, quei personaggi che potrebbero essere astratti dal contesto pur mantenendo un significato pieno, reale, ancora recente. Ci sono periodi che portano nomi di uomini.

In questo discorso i superlativi potrebbero funzionare da discriminante e suggerire una sorta di classifica che annulla i record di chi ha lavorato per lo stesso obiettivo.

I parametri potrebbero naturalmente avere la pecca della soggettività, allora in questo caso interviene la sentenza risolutiva dei numeri.

Solo adesso potremmo introdurre l’agente letterario più influente e invidiato del mondo attuale: Andrew Wylie.

Gli appellativi lo rincorrono, fino ad anticiparlo addirittura, e impauriscono i professionisti che mirano allo stesso obiettivo.

Lo squalo” o “lo sciacallo”. O “la lucertola”, rettile capace di assumere, in caso di pericolo, un comportamento di “morte apparente”: e quando ti accorgi dell’inganno, è già sfuggito.

Così le parole riecheggiano nel precario panorama editoriale. Come inni di guerra scuotono la sensibilità di chi ascolta. Tra questi c’è chi tenta di rispondere col fuoco, chi si accontenta di governare in un territorio confinato e chi invece guadagna terreno spinto dall’indipendenza e dall’unicità del lavoro.

La filosofia di Andrew Wylie segue due binari. Il primo serve per ottenere le giuste ricompense per gli scrittori di qualità; il secondo per attribuire agli scrittori che saranno letti anche tra cinquant’anni il medesimo rispetto e la stessa considerazione finanziaria dei bestselleristi di oggi, alla John Grisham o alla Wilbur Smith. (IlGiornale.it)

L’agente letterario deve garantire all’autore una serie di diritti. Tra questi non si intende soltanto il copyright, ma anche quegli interessi economici, di vendita, di comunicazione e visibilità di cui uno scrittore dovrebbe godere per trarre un buon profitto dal proprio mestiere.

Andrew Wylie ha voluto fondare la sua agenzia, Wylie Agency, su una scuderia di autori che garantiscono una cultura d’élite. Ciò significa divenire portavoce di una produzione letteraria che dovrebbe avere la giusta riconoscenza. I contenuti culturali da valorizzare vengono forniti da quei nomi che secondo l’agente sono sinonimo di qualità.

L’interesse non è per i best sellers, di cui Wylie dà una definizione che non lascia spazio a sfaccettature positive:

Dover leggere bestseller tutto l’anno è praticamente la mia definizione d’inferno”.

Le dinamiche che determinano tirature a grandi cifre sono spesso legate al marketing, alle tendenze, alle mode a cui l’agente letterario made in Usa non si affida per selezionare i suoi clienti e quindi le opere che rappresenterà nel panorama editoriale.

I paladini della “giustizia letteraria” difendono a spada tratta i loro figli adottivi. Della stessa opera magnanima si vantava il collega europeo superbo e superlativo del Dopoguerra: Erich Linder.

Odio l’ingiustizia, i soprusi. E credo che l’autore sia vittima dell’editore. Il mio scopo è di difenderne gli interessi”.

L’agente letterario appare come una protesi antagonista dell’editore. Quest’ultimo infatti sembra non funzionare totalmente, e quindi le sue mancanze determinano una presenza in più. Ecco che entra in scena Andrew Wylie.

Il lavoro svolto dall’agente letterario però permette alle opere di circolare nei mercati editoriali mondiali e quindi di mostrare anche il nome della casa editrice. In questo modo aumenta la visibilità e la conoscenza del marchio stesso.

Il settore del libro attraversa un periodo in cui i vari professionisti si puntano vicendevolmente il dito contro, come se sfoltendo gli interessati si arrivasse alla soluzione del problema. In un panorama del genere la voglia di emergere è impellente.

Ci sono uomini che danno il nome a un periodo storico, rimangono lì impressi nella memoria collettiva come se il tempo che richiamano si fosse prostrato all’importanza del singolo. Eppure i parametri sono soggettivi, quindi i superlativi annullano i record precedenti, ma non le azioni che creano un mestiere. Perché è grazie al reiterarsi dei semplici gesti che il lavoro continua ad esistere.

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