Approfondimenti Rivista — 19 agosto 2013

Non più adunate oceaniche, folle assiepate sotto il balcone di Piazza Venezia per ascoltare il timbro roboante del Duce. Non si tratta neanche dei guerrieri ariani delle SS, con la loro rigidità marziale, protesi verso la ricerca dello spazio vitale. È a questi eventi del secolo scorso che si pensa, in un turbinio di libere associazioni, quando si sente parlare di “populismo”. Il termine, tornato in auge in tempi recenti, s’è imposto anacronisticamente nel linguaggio comune per descrivere alcuni protagonisti della scena politica contemporanea. Come ci ricorda Stenio Solinas dalle pagine del Giornale, “se il populismo sia un’ideologia, uno stile politico o una mentalità, è difficile dire”. Secondo una visione critica, il sociologo Pierre-André Taguieff vede nel nuovo modello populista “una corruzione ideologica della democrazia”, dove il popolo esprime “un’esigenza di democrazia partecipativa e di cittadinanza attiva che il sistema funzionale ben temperato della democrazia rappresentativa non è capace di soddisfare”. A questo proposito, vengono in mente il Movimento 5 Stelle italiano (creatura politica del comico/tribuno Beppe Grillo, attivo dal 2009), il Piratpartiet svedese (fondato da Rickard Falkvinge nel 2006) e il Piratenpartei tedesco (anch’esso fondato nel 2006).

Questi movimenti sono scaturiti in maniera spontanea da Internet, e grazie a Internet si sono diffusi in maniera virale: effettivamente il web sta diventando la base politica di un associazionismo spontaneo che, partendo dal basso e diffondendosi a colpi di “retweet” e di “condivisioni” facebook, cresce a tal punto da venir preso in considerazione, come un interlocutore alla pari, dalle forze politiche parlamentari e di governo; ma si tratta davvero di populismo, o il termine utilizzato è improprio? L’Enciclopedia del pensiero politico (diretta da Galli ed Esposito per Laterza) definisce quest’ultimo come “un atteggiamento politico favorevole al popolo, identificato nei ceti socio-economici più umili […] ma concepito in modo generico e velleitario, di qui il carattere demagogico. […] Il popolo è assunto come mito del ritorno atavico a indeterminati valori risalenti alle origini della società o comunità nazionale per cui il popolo, per tradizione, si riconosce […] dato che il populismo è più latente che teoricamente esplicito”.

Da questa definizione, si comprende come il populismo sia intrinsecamente legato sia ad uno “spirito del popolo” che risiede nell’inconscio, sia ad un più esplicito concetto di “nazione” (elementi messi in risalto a suo tempo sia dal fascismo che dal nazionalsocialismo). In questo senso, è difficile derubricare come populisti movimenti come quello di Beppe Grillo o il Piratenpartei tedesco: difatti, se è vero che il loro obiettivo consiste nel restituire al popolo un potere politico più incisivo, basandosi su una (illusoria?) democrazia diretta virtuale, dove tutto viene sottoposto al voto popolare e apparentemente sottratto al discernimento delle élite ai vertici del partito, essi non sono fondati su presupposti ideologici, non fanno appello a una comunità o a una nazione per legittimarsi. Infine, compulsando l’Enciclopedia, comprendiamo che il populismo, per formarsi, ha bisogno di un suo “centro d’origine” (la nazione, o il territorio che si ritiene appartenuto, in un passato ancestrale, al “volk”); questa sua trasposizione del XXI° secolo, invece, nasce in più punti dello spazio (virtuale), non germoglia da un terreno preciso. Concludendo: è lecito parlare di populismo nel XXI° secolo, o ci troviamo di fronte a un modello politico che, per quanto possieda molte affinità con esso, è da considerare come fenomeno a sé stante? Tra qualche tempo la scienza politica, molto attenta a questi fenomeni, saprà darci una risposta.

Andrea Emmanuele Cappelli

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