Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Non credo che voi possiate capire. Cioè, forse è meglio dire che non penso che la gente comune (voi ed io) possa rendersi conto di cosa vuol dire vivere ai margini. So che siete confusi: non lo ero anch’io forse? Ma adesso che ho vissuto questa esperienza credo sia giusto rendere partecipi anche voi; non sarei qui altrimenti.

 

Non è importante sapere dove abito o cosa faccio per vivere: vorrei avere un lavoro originale, interessante, ma, più o meno, faccio quello che fate voi. Sicuramente vivo in una città come la vostra e, di certo, dormo in una casa non meno ordinaria.

Tutti i giorni per andare al lavoro faccio sempre la stessa strada: andata e ritorno, coda e semafori, radio accesa e clacson arrabbiati come sottofondo. Quindi sapete anche voi come un sorriso, lungo il tragitto, sia una merce davvero rara. Di certo non lo vedo spesso quando guardo gli altri “compagni di viaggio” ed ancora più raramente lo trovo riflesso nello specchietto quando mi osservo distratto. E così, quando mi è apparso il suo, ci ho messo un po’ per riconoscerlo: in effetti ci sono voluti 4245 giorni. No, non stupitevi, in fondo sono solo 15 anni di lavoro.

In questi anni ho cambiato macchina tre volte, ho avuto due figli e sono molto cambiato anch’io: non d’aspetto (quello purtroppo era pessimo anche prima) ma diciamo che ho perduto più di quello che ho guadagnato. O almeno non ho trovato ciò che speravo.

E lui, in tutto questo tempo, è sempre stato lì: col sole e con il vento, la pioggia o la neve. Lui era al suo posto ad aspettare. Non me, ma era in attesa di tutti e di nessuno. Straccio sporco nella mano destra, mozzicone di sigaretta nella sinistra, e quel suo solito sorriso in bocca.

La prima volta che l’ho visto pensavo avesse una paresi: una cazzo di paresi che obbligava la sua faccia ad avere quell’inaspettata smorfia di felicità, con quei denti bianchissimi e quegli occhi furbi. Aveva movimenti lenti, studiati: ti avvicinava con deferenza, quasi si vergognasse di quella sua condizione; non diceva mai niente, bastava il suo sorriso, ed un impercettibile movimento della mano con lo straccio. Indicava il vetro, una volta sola. Spesso non attendeva nemmeno il rifiuto e passava ad un’altra macchina. Se invece qualcuno diceva di sì, allora si animava, e “puliva” con una padronanza dello straccio da far invidia alle migliori colf filippine. L’importante era non aspettarsi un risultato all’altezza dell’impegno profuso: lui utilizzava lo stesso straccio su tutte le macchine e lo bagnava quando capitava (almeno 4-5 volte la settimana) quindi più che pulire spostava lo sporco, ma lo faceva con una solerzia che ti faceva restare senza fiato per lo stupore.

 

Il nostro primo incontro (o dovrei dire scontro) è avvenuto per caso: quella mattina, al suo solito cenno, ho risposto con un rapido movimento della testa; in realtà io, quel suo cazzo di cenno, non l’avevo nemmeno notato (come tutti gli altri giorni del resto) anche perché lui era per me solo un oggetto che faceva parte dello sfondo. Niente di importante, nulla a cui dare peso. Invece per lui, quella mattina, la mia testa aveva dato un silenzioso ma inequivocabile consenso al suo lavoro e così ha cominciato a strofinare il mio parabrezza.

Non me ne sono accorto subito. Ci ho messo un po’ a mettere a fuoco quell’ombra grigia che si muoveva a destra e a sinistra del mio campo visivo. Ma quando ho capito cosa stesse accadendo ho urlato qualcosa (non ricordo cosa) ed ho fatto partire il tergicristalli. Lui mi ha guardato, sorridendo naturalmente, poi ha allungato timidamente una mano, senza dire nulla.

“Vattene!” Ho gridato.

Ma lui restava lì, con quella sua mano sporca.

“Ti ho detto di andartene!”

L’unico cambiamento, nella sua strana realtà, era quel sorriso, che era ancor più aperto e pieno di speranza. Ma a me pareva una presa in giro. Pensavo: cazzo avrà da sorridere questo negro?

Mi sembrava impossibile che uno così fosse felice (di certo quel tipo di sorriso erano anni che non lo ritrovavo sul mio viso) e così ho fatto per aprire la portiera, pronto a scaricare su di lui la mia rabbia.

E così è successo. Non volevo, ma è successo: sono uscito di scatto e lui, per evitarmi si è spostato all’indietro ed è stato investito da una macchina che arrivava dalla corsia opposta. Un corpo può volare per alcuni metri se colpito nel modo giusto; un volo affascinante, se non fosse stata una situazione causata dalla mia temporanea follia.

Da quel momento la mia vita è cambiata: la nostra vita dovrei dire, visto che Patrick (così si chiama) è entrato a far parte della mia vita.

 

Quella mattina non sono andato al lavoro: ho passato le successive 6 ore tra pronto soccorso ed ospedale. Qualcuno ha chiamato l’ambulanza. Qualcuno i carabinieri, e così ho scoperto che Patrick aveva molti amici tra gli automobilisti; mi è bastato farlo quasi ammazzare per ritrovarmi addosso gli occhi sprezzanti di tutti.

 

Da quel giorno sono passati quasi 2 anni. In questo lasso di tempo ho continuato a fare lo stesso percorso solo che al ritorno, dal lunedì al venerdì, prima di tornare a casa mi fermo alla clinica dove lui vive ormai a mie spese. Dopo l’incidente ed un’inutile operazione d’urgenza, i medici hanno decretato che Patrick non si sarebbe più mosso dal letto: paralisi completa dal collo in giù.

 

La cosa più assurda è che continua a sorridere, sempre, ed ora sono io che mi muovo a destra e a sinistra del suo campo visivo, con un fazzoletto in mano, per pulirgli la bocca ed il mento mentre lo imbocco lentamente, disprezzandolo.

 

 

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