Approfondimenti Rivista — 15 gennaio 2013

Iniziamo subito tranquillizzando i tanti giovani studenti universitari con la valigia in mano: il progetto Erasmus è salvo.
Dopo mesi di trattative, a Dicembre la Commissione e il Parlamento Europeo hanno finalmente raggiunto un accordo, che colma le mancanze del bilancio 2012, e che permetterà alle agenzie nazionali di pagare tempestivamente le borse Erasmus agli studenti beneficiari.
L’allarme scattato mesi fa per la mancanza di finanziamenti al progetto pare dunque essere rientrato anche per i finanziamenti del 2013. Infatti la Commissione sarà in grado di assegnare 280.000 borse di studio ai giovani che parteciperanno al progetto nell’anno 2013-2014.
Tutto bene quel che finisce bene.
Poi però… basta così con i festeggiamenti.
Perché se è vero che l’Europa vuole in questo modo lanciare un segnale importante verso la crescita e la formazione professionale e culturale dei giovani, è altrettanto vero che in questa sede vorremmo porci una domanda che in pochi, evidentemente, si sono fatti in queste concitate settimane di critiche, richieste di diritti, diritti e altri diritti.
L’Erasmus porta o no una crescita culturale e professionale agli studenti?
“Non rinunciate a partire e a cambiare, non tanto il mondo, quanto voi stessi”, è uno degli slogan più in voga tra l’Erasmus generation.
Non so cosa intendano i cosmopoliti del terzo millennio quando parlano di cambiare se stessi grazie all’Erasmus, quello che so è che molte delle persone che hanno trascorso un periodo di studio all’estero sono tornate cambiate, anche se a giudicare dal loro libretto universitario non si direbbe.
L’Erasmus generation può essere considerata ormai un’etichetta che identifica la maggioranza degli studenti che migra verso climi più miti per continuare a fare ciò che in effetti già faceva: studiare poco e divertirsi molto. Solo che in Erasmus ci mettono più impegno… nel divertirsi.
La meta più gettonata? La Spagna, su cui ricade il 34% delle scelte.
Sole, mare, caldo per quasi tutto l’anno, incontro con studenti provenienti da ogni parte d’Europa che scelgono la Spagna esattamente per gli stessi motivi. Poi la Spagna è il paradiso del liberal-nichilismo, del “vietato vietare”. Tutti motivi che ben si conciliano con la scelta di una meta adatta alla propria crescita culturale e professionale.
Ciò in cui si trasforma in molti casi l’Erasmus è poco più di una vacanza di sei o nove mesi finanziata con una parte di soldi pubblici.
Con il pretesto di “sentirsi giovani”, molti ragazzi  la vivono come un’occasione per sfogare le proprie mancanze della vita quotidiana di studente represso, da abitante di un paesello di montagna, da provinciale in cerca di una dimensione diversa.
Essere giovani, sentirsi giovani, vuol dire avere l’intraprendenza per iniziare una nuova avventura, per imprimere qualcosa di sé in quello che si fa e non godere edonisticamente di ogni momento per paura che possa finire subito dopo, che non ci si possa più sentire così “liberi”.
Avere modo di scoprire empiricamente cosa vuol dire risiedere e vivere in paese estero, a mio parere, vuol dire altro.
Il progetto Erasmus così com’è concepito ha dei grossi limiti. Dovuti soprattutto al fatto che la sua serietà è legata alla coscienza di chi vi partecipa. Il che, in fin dei conti, è esattamente quello che succede per una vacanza. Se mi reco in vacanza studio per studiare e divertirmi ne guadagno in modo ambivalente, se vado in vacanza studio per passare un mese di nulla assoluto non ottengo nessun arricchimento personale.
La differenza risiede nel fatto che, oltre ad essere finanziati con soldi della collettività, gli Erasmus dannosi tolgono, gioco-forza, spazio e possibilità ad altri studenti, potenzialmente più meritevoli.
Ciò vuol dire sarà anche un validissimo progetto, ma andrebbe regolarizzato molto di più, a cominciare da un innalzamento del minimo di esami da sostenere richiesto, in modo da giustificare meglio il tempo trascorso in trasferta.

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