Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Alzi la mano chi ha paura di morire?

Una sfilza di manine alzate più o meno titubanti dai banchi tutti intorno a lei.

Lei, Mirelle da bambina, la sua manina non l’aveva alzata, poi si era sentita sola e diversa.

Era sincera.

Ma la sincerità a volte discrimina e allora lentamente, con le guance dipinte di rosarosso, aveva alzato la mano pure lei.

Immaginava già, allora, di sdraiarsi sul letto con la mamma che veniva a rimboccarle le coperte, se non stava troppo male, e magari le augurava la buona notte, se le pasticche non avevano ancora mandato in tilt il cervello, e lì lentamente immaginava di morire un po’ per volta.

Iniziava dai piedini.

Li teneva immobili e pian pianino riusciva a perderne la sensibilità fino ad avere l’effetto di trovarsi attaccata alle caviglie un paio di legni nodosi e intirizziti.

Poi saliva su, la sensazione era simile a un potente intorpidimento.

Le gambe ferme immobili, prima formicolavano, poi più niente.

La pancia, le braccia, le spalle, il collo e poi ancora più su fino alla faccia.

Le labbra perdevano sensibilità per prime, poi il naso e infine gli occhi.

Allora si sentiva morta.

E ogni risveglio aveva un che di magico, di sbalorditivo, quasi di incomprensibile.

Come si fa ad avere paura della morte quando la sua vita era da sempre stata un continuo ciclo di rinascite?

 

Mirelle aveva letto, quanto era poco più che adolescente, una cosa che le era rimasta impressa.

“La cosa migliore che la legge eterna ha fatto, avendoci dato una sola via d’entrata, è permetterci di scegliere tra migliaia di uscite”.

Migliaia di uscite.

Migliaia di modi terrificanti, era questo l’aggettivo che le saltava sempre in testa, per mettere fine a qualcosa che non aveva scelto.

Ogni volta che ci pensava provava una gran paura e aveva finito per ridurre la scelta ai soli metodi indolore e preferibilmente veloci.

Non ce n’erano rimasti molti una volta effettuata la selezione con questo metodo.

Ma in fin dei conti uno bastava e due erano già troppi.

Era ancora una ragazzina quando le capitò in mano quel libro “Suicidi Esemplari”, non era neppure un granché, ma le era rimasta impressa quella frase.

Era stata una rivelazione.

E il vivere, tutto sommato adesso, le risultava meno insopportabile.

Era un po’ come ritrovarsi per sbaglio sul canale sbagliato facendo zapping.

La vita era meno insopportabile perché tenevi in mano il telecomando e in ogni momento avresti potuto pigiare il tasto rosso, spengere, e mandare al diavolo tutta quella porcheria.

 

Era una cosa ereditaria.

Lei la vedeva così.

La morte è una cosa che ti porti dentro.

Che ti passi come uno sbadiglio.

E il primo sbadiglio anni prima lo aveva fatto sua madre.

 

Lo aveva fatto una mattina, in quella casa in affitto, con il frigo bianco e tozzo, pieno zeppo di panna spray Minusl senza lattosio.

Nessuno dovrebbe decidere di uccidersi con un frigo pieno di panna spray Minusl senza lattosio.

È un po’ come dar fuoco all’albero di natale perché manca la legna.

Insomma è una cosa che non si fa, punto e basta.

Sua madre invece aveva fatto l’ultimo passo in sala, accanto la sua borsa piena zeppa di sigarette e mozziconi.

Le teneva lì sparse, fuori dal pacchetto, sciolte, a centinaia, dentro la borsa, in un caos perfettamente gestisco da lei come unico “dio delle piccole cose” di quel mondo di tabacco.

 

Nessuno dovrebbe fumare dopo aver fatto colazione, pranzato e magari pure cenato con panna spray Minusl senza lattosio.

In effetti quelle sigarette sua madre non le fumava, si limitava ad accenderle e a tirare boccate su boccate senza mandar giù neppure una nuvoletta di quel fumo celestino.

Accendere con mano tremante, aspirare profondamente lunghe boccate, rigirare il fumo in bocca come fosse un vino pregiato, sputar fuori anelli fluttuanti o strisce d’aereo.

Accendere, aspirare, soffiar via.

Accendere, aspirare.

Accendere.

E soffiare.

Quello non era di certo fumare anche se si portava dietro comunque tutti gli effetti collaterali: unghie marroni, indice e medio sporchi nella seconda falange, puzzo di posacenere, tosse e poi quei denti… Aveva dei denti rovinati da striature orribili, una cosa abominevole da vedere in bocca a una donna.

Lo smalto traslucido aveva assunto il colore marrone e nero tipico di catrame e nicotina.

Mirelle era certa che se sua madre ne avesse avuto la possibilità, se la sua bocca fosse stata abbastanza larga e i suoi polmoni abbastanza forti, probabilmente ne avrebbe fumate cinquanta o cento tutte insieme in una sola volta pigiandosele in bocca in un unico tizzone enorme.

Avrebbe aspirato, aspirato, aspirato fino a consumare tutto. Poi avrebbe spento e ricominciato da capo.

Accendere, aspirare…soffiare via.

 

Un tempo sua madre era stata una donna intelligente e rispettata.

A Mirelle piaceva guardarla dal basso dei suoi cinque anni e vederla gesticolare da un palchetto per politicanti di provincia e dire tutte quelle parole strane che la gente ascoltava con attenzione.

Era stata pure una delegata sindacale e dove appariva lei non mancavano mai gli applausi, doveva senza ombra di dubbio essere una persona importante.

A Mirelle piaceva soprattutto mischiarsi tra il pubblico, non che ce ne fosse molto in quelle occasioni, per carità, ma ogni volta c’era sempre qualcuno che a mezza voce, parlottando con il compagno accanto, diceva “questa qua è proprio una donna con le palle”.

Le piaceva pensare a sua madre completamente coperta di palle di tutti i colori, una specie di albero di natale dove tutti portavano una sfera colorata da attaccarle alle braccia, sui capelli, nella gonna…

Sua madre ricoperta di palle…ah, che bella sensazione!

A Mirelle le si gonfiava il petto d’aria e nel rilasciarla lentamente si sentiva vibrare tutta in una sinfonia di gioia leggera che, dalla mattina, le risuonava addosso fino al bacio della buona notte.

E poi sua madre spesso la cercava con gli occhi, non smettendo di parlare e gesticolare dal suo palchetto e le si disegnava sulle labbra un impercettibile sorriso, era il loro gesto segreto che arrivava dritto al segno, era il loro modo di legarsi e sentirsi unite anche a distanza.

 

Poi tutto crollò. Crollò nel momento in cui l’ennesimo abbandono di un uomo qualsiasi si abbatte su quel corpo poco adatto ad arginare onde.

Era la scusa che le dava diritto di lasciarsi andare e la stampava col fuoco a caratteri cubitali sulla sua pelle come un marchio indelebile: “abbandono”.

Le dava il diritto di sentirsi tradita. Di abbandonarsi e di abbandonare chi aveva accanto. Aveva iniziato a dividere il mondo in “cose che ho fatto io per gli altri” e “cose che gli altri non hanno mai fatto per me”, e in questo mondo sua figlia rimbalzava sulle due sponde di quel precipizio di disperazione.

 

Fu per queste ragioni e per altre ancora che Mirelle venne al mondo vestita di un sottile abito che portava il nome di “senso di colpa”.

E lo vestiva con perfezione di modella che passeggia sulla passerella dove tutto è sbagliato, dove non si può essere all’altezza delle aspettative, dove ogni passo avvicina sempre più all’irrimediabile.

E tra il pubblico, impeccabile, con sigaretta e bocchino, sedeva sua madre.

Fumava e dava la sensazione, osservandola bene, che combatteste tra l’astio che il rimorso.

 

Poi un giorno, quando decise che ne aveva avuto abbastanza, mandò giù una manciata di pasticche di troppo, si fece un bicchierino di panna spray Minusl senza lattosio, fumò senza respirare l’ultima sigaretta e si accasciò sul tavolino, reclinata, con la testa appoggiata sulle braccia conserte, come se dormisse.

“Mamma, svegliati”, le disse Mirelle sopraggiungendo di notte dalla sua camera svegliata da una specie di incubo che sarebbe risultato meno pesante della realtà.

Era abituata a sorprenderla a dormire sgraziata e appoggiata dove capitava, dove il sonno indotto sopraggiungeva senza un preavviso.

“Mamma, sveglia”.

Ma quella notte niente l’avrebbe destata neppure il pianto di sua figlia.

Pianse e alla fine si quietò.

Aspettò il giorno che non sembrava non aver voglia di arrivare.

Accovacciata sul pavimento stringeva le gambe della seggiola che faceva da bara alla bella addormentata che non si sarebbe svegliata neppure con mille baci.

 

Poi infine il giorno arrivò ma nulla accadde per altre ore, fino a che il telefono squillò.

 

Dentro quella cornetta c’era sua nonna, c’era un funerale e c’era una casa nuova con un’altra specie di mamma molto più vecchia e coriacea.

C’era tutto questo e altro ancora.

Si ritrovò grande con una nonna madre che l’accompagnò alla maggiore età e uno sbadiglio che si formava dentro preannunciandosi con un leggero formicolio su per il naso.

 

Mirelle adesso se ne sta seduta con le gambe accavallate sul bordo della finestra.

Son davvero pochi metri.

La finestra aperta e sembra guardi di sotto ammiccando al marciapiede.

 

Immagina che il momento peggiore sia soprattutto mentre è in volo.

Si immagina a pancia in su con la bocca aperta e con braccia e gambe che si muovono spasmodiche in una specie di nuoto, di stile libero impazzito.

Quello, ne è quasi sicura, sarebbe il momento peggiore, oppure no.

Oppure quello peggiore potrebbe essere lo schianto.

Il colpo sordo.

E il senso di paralisi.

Sarebbe il momento peggiore non  tanto per il dolore, probabilmente quello arriverebbe più tardi in caso di prolungata coscienza, quanto piuttosto per la paura del fallimento con tutto ciò che comporta fallire in un’impresa del genere.

Poi forse arriverebbe pure il dolore.

Non subito.

Ma poi arriverebbe, quei metri scarsi non possono di certo essere un sicuro anestetico.

 

Forse neppure morirebbe.

E allora sì che sarebbe l’inferno.

Costretta a vivere in un involucro senza senso, impossibilitata a scegliere alcunché.

Questa, senza ombra di dubbio, è la cosa che la terrorizza di più, ed è un ottimo viatico per scegliere la vita.

Magari una paralisi, gli ospedali, le operazioni e una carrozzella per il resto dei sui giorni.

Avrebbe bisogno di essere accudita, lavata, imboccata nella peggiore delle ipotesi.

No, non sarà mai dipendente da nessuno lei.

Figuriamoci da Ivan.

Adesso sarà ad ubriacarsi con gli amici e tornerà col fiato che puzza di sigarette, alcol e magari vomito nella migliore delle ipotesi.

Nella peggiore invece avrà un odore dolciastro, di donna, in bocca e sparso per il corpo.

Le si stenderà accanto nel letto e inizierà a russare beato e soddisfatto.

 

Lancia via la sigaretta e scende dalla finestra lasciandola aperta.

D’estate, in un giorno così caldo che ti si appiccica addosso pure di notte, ti sale addosso una malinconia quasi insopportabile.

Ha voglia di tè verde.

La sua seconda droga, dopo il tabacco.

Pensa che dovrebbe assolutamente smettere, forse, poi si accarezza la pancia e le si disegna impercettibile un sorriso.

Adesso c’è lui o lei, ancora non lo sa. Adesso non è più sola e tutti quei pensieri strani, è vero, continuano a farle compagnia ma adesso sono separati, li ha chiusi fuori, come li osservasse da dentro una bolla o un acquario.

Le risalgono lentamente da dentro la pancia, lo sa che son sempre lì presenti anche se diluiti e sciacquati, ormai privi di una vera presenza, senza sapore.

Si allontano dalla finestra, raggiunge il frigo e beve direttamente dalla bottiglia.

“Mirelle”, chiama con voce flebile una voce dall’altra stanza.

“Mirelle, Mirelle, ci sei?” Insiste ancora.

“Mirelle!” Si fa più decisa.

Ci risiamo.

Posa la bottiglia, chiude il frigo, osserva l’orologio che segna le nove e mezza.

Si è già svegliata accidenti.

“Mirelle…”.

 

Probabilmente anche il suo lavoro è un’eredità di sua madre e anche di sua nonna con la quale aveva vissuto gli anni migliori prima che sopraggiungesse quella malattia.

E il suo diploma di OS, quell’accudire persone morenti o malate, in fin dei conti non era nient’altro che quel fastidioso formicolio che si forma nel naso proprio prima dello sbadiglio.

L’aveva addosso e nulla le si addiceva meglio.

Calzava quel male di vivere alla perfezione e lo faceva con un’eleganza tutta sua.

Mirelle era un Caronte in fuseaux e magliette sciallate.

E giocava a sostituirsi a quelle memorie ormai stracciate attraverso la narrazione di vissuti improbabili, al sol fine di suscitare vampate fugaci di vita a chi ormai non aveva più un passato.

 

Il ricordo in fin dei conti è l’unica cosa che distingue la vita dalla morte.

Il ricordo è l’anima che tiene insieme un disgregato di cellule sparse e indipendenti.

Il ricordo è Dio in forma meno astratta.

E il ricordo era quello che costantemente Mirelle cercava di tenerle acceso in una fiamma che assumeva sempre sfumature diverse.

 

“Mirelle…”.

Son qua.

Come dici? Vuoi bere qualcosa?

No, no, rimani comoda, non alzarti, te lo porto direttamente a letto così magari ti riaddormenti.

No, tranquilla non me ne vado.

Certo che no, non me ne sono mai andata mentre dormi, ma cosa ti passa per la testa?

Ti sembrava?

Non ricordi bene, lo sai.

Su, su, cosa vuoi che sia, ci sono io apposta per questo.

Vuoi alzarti un po’?

Ma sì faccio io, vieni qua che tiriamo un po’ su il cuscino.

Ecco.

Adesso cosa ti prende?

Sei triste?

No?

Allora perché piangi?

Non lo sai e piangi, guarda che sei strana forte.

Guarda che bel viso che hai…hai… hai la pelle meglio della mia, giusto un paio di rughe sotto gli occhi e nient’altro.

Guarda qua.

Sembri sempre una ragazzina.

E piangi, mah, io non ti capisco proprio.

Ecco, adesso sì che mi piaci, un bel sorriso, ecco, ora sì che sei bella.

Vanitosa!

Certo che ti racconto qualcosa, son qua apposta.

Come dici?

Acqua gassata, certo.

E di frigo.

Certo.

No, ma che dici.

Non sono tua sorella, sono Mirelle, ma certo, certo che sei a casa tua e dove dovresti essere?

Arrivo subito tu non muoverti.

Va in cucina, apre il frigo, prende l’acqua e riempie un bicchiere.

Non si è mossa di un centimetro ma adesso sorride beata.

Le fa una carezza sui capelli bianchi arruffati e lei socchiude gli occhi e sorride ancora.

Sembra serena.

Beve.

Certo che ti racconto qualcosa, va bene ma tu stai lì buona e cerca di riprender sonno ok?

Allora:

Ti chiami Dorina e sei nata il primo di Gennaio del ventisette.

Ha detta di tutti eri la bambina più bella del paese.

Quando sei venuta al mondo eri ricoperta di grasso e tutti hanno immediatamente immaginato che fossi baciata dalla sorte.

Sei nata con la camicia tu.

Quando t’hanno portato a casa veniva gente da ogni dove per vederti e per portare piccoli regali.

In fin dei conti i tuoi genitori li conoscevano tutti, brava gente, lavoratrice, non lesinavano mai un favore a chi si trovava in bisogno.

Fu una gran festa per almeno una settimana, tu eri la prima e t’avevano voluto così tanto che per una settimana intera la gente continuava ad andare e venire portando vino, vestitini fatti a mano e roba da mangiare.

Era sempre apparecchiato a casa tua e tuo padre non la smetteva più di stringer mani e ricevere pacche sulle spalle. Era così orgoglioso, tu eri la sua bambolina fortunata.

Tua madre sembrava la madonna della misericordia, si limitava a sorridere e tenerti in braccio con quella faccina bianca e anemica dopo tutto il sangue che le avevi fatto perdere.

Quasi non parlava più dalla contentezza e dalla spossatezza e si limitava a rispondere alle comari con un filo di voce e a te con sussurri mielati.

Eri una bambina davvero buona, dormivi filata tutta la notte, non hai mai avuto problemi di sonno e piangevi di rado. Saresti diventata di sicuro una ragazza come si deve…

Poi quello sciolto nel bicchiere fa effetto.

Non lascerà nessuna traccia, ormai ne è certa.

L’ha fatto altre volte e lo vive serena, i suoi gesti son mossi solo da compassione e niente più.

Dorina allora socchiude gli occhi, accenna a un leggero sbadiglio e se ne va con una specie di sorriso smorzato in bocca.

 

 

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