Approfondimenti Rivista — 04 gennaio 2013

Chi non ricorda i pomeriggi passati a riempire le pagine del quaderno a righe con una sola vocale in corsivo. Le maestre erano puntigliose in questione e ritenevano importante che le lettere avessero un bell’impatto visivo. Il corsivo era preteso più che richiesto e gli altri caratteri erano studiati ma non utilizzati. Noi non capivamo perchè lo stampatello venisse accantonato, era così semplice e lineare. Sapevamo peró per certo che il corsivo era nostro nemico, potevano almeno inventare una “F” che si distinguesse meglio dalla “h”! L’attenzione che si dava a questo carattere ha fatto crescere generazioni di ragazzi che appena hanno potuto hanno lasciato che la loro mano guidasse la penna nel modo più personale. Vivere il corsivo come un’imposizione ha fatto sì che crescesse in noi il desiderio di liberarcene il prima possibile per dare spazio a caratteri mescolati a piacere. Queste “nuove” scritture influenzate un po’ dal digitale ma comunque lontane dalla precisione della tastiera, sono spesso disordinate e di difficile comprensione seppure veloci e comode soprattutto nel caso di giovani studenti. Odiatissime dalle professoresse che faticano a comprenderle, queste grafie sembrano allarmare quegli intellettuali che vedono nel corsivo l’antidigitale per eccellenza.

La connotazione grafica della scrittura sembra necessitare di un passo indietro verso il tradizionale tratto a penna perché a quanto pare le tastiere la privano di una parte integrante del suo significato. In Inghilterra il lato estetico della scrittura è stato riscoperto già nel secolo scorso e in Giappone “shodo” non significa solo scrittura a mano ma vera e propria arte. Anche l’Italia si muove sulle orme di questi due paesi ideando e realizzando corsi di scrittura per ogni età. La presidentessa del centro Internazionale di Arti calligrafiche Monica Dengo, è riuscita ad introdurre un corso di calligrafia nell’Istituto parietico Terranuova Bracciolini di Arezzo. La Dengo definisce la scrittura una “arte visiva personale” che esprime l’ “inimitabile personalità di ognuno di noi”. La domanda che mi sorge spontanea è se ci sia differenza tra nascondere la propria personalità dietro caratteri digitali o esprimerla attraverso una calligrafia preimpostata che non ci appartiene affatto. Ogni individuo fuori costrizioni sviluppa un proprio carattere di scrittura, lascia che la sua mano si muova liberamente creando un ritmo che genera la scrittura e da vita alle parole. È importante che la “bella grafia” sia studiata, conosciuta, applicata e diffusa affinchè si conservino un’estetica e una regolamentazione che salvino da eccessive deformazioni. Non per questo è da snobbare il quaderno disordinato di un liceale, la sua scrittura veloce gli permette di stare al passo con la lezione e di registrarne sul foglio i punti chiave seppur in modo disordinato e non esteticamente curato. Sfiderei chiunque a prendere appunti costringendo la propria mano a movimenti non spontanei mentre un professore spiega senza pause. Ad incentivare peró il ritorno all’utilizzo del corsivo è la grande attenzione che agenzie grafiche e pubblicitarie puntano sul lettering scritto a mano. Un’opportunità per il futuro quindi, non solo piacere personale. Spero che le generazioni future non si portino dietro l’incubo degli interminabili elenchi monolettera scritti a matita o con la papermate che non cancellava mai bene quel maledetto ricciolino che faceva somigliare le “o” alle “a”. Mi auguro che i grandi di domani riscopriranno il piacere della bella grafia e la utilizzino spinti da un inspiegabile amore, adattandola peró alle loro esigenze e ai loro ritmi. La vera arte della scrittura non sta nella correttezza dei caratteri bensì nella carica emotiva che dalla muscolatura della mano si fa strada nel canale d’inchiostro della penna.

Da qui non gli resterà che trasformarsi in parole che rimangono forse caotiche come sono state pensate o ordinate poiché dettate da un pensiero deciso. Mi appello quindi a coloro che si trovano a scrivere nella vita: sentitevi come dei ballerini che conoscendo a fondo la tecnica studiata meticolosamente, si abbandonano a variazioni stilistiche che non saranno mai canonizzate ma permettono ai loro muscoli di sentire l’emozione della danza ad ogni contrazione.

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