Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Ed eccoci giunti al primo di una serie di giorni, apparentemente interminabili, che dà l’avvio al tanto – poco – atteso anno scolastico.

La sveglia ha cominciato a distruggere il mio dolce far niente e la calda quiete offerta dalle mie lenzuola. Prima di poggiare il piede a terra, la mia mente ha cominciato a vagare. E quello è un serio problema perché quando inizia non la smette più fino a quando non urta contro le finte pareti della realtà. Colleghi, studenti, bidelli, banchi, tutto ciò che avrei rivisto da lì a poco ha cominciato a prendere consistenza. Il rumore maledetto del gesso sulla lavagna, il frastuono dei banchi spostati con disattenzione, il suono di quella maledetta campanella hanno cominciato a martellarmi in testa. Per non parlare poi del chiacchiericcio del Balducci in corridoio, delle urla raccapriccianti della Zanetti e degli improperi di Schifani. Che poi il motivo per cui ci si ostina a chiamarsi per cognome non l’ho ancora capito: si passa più tempo insieme che con se stessi. Un obbligo istituzionale o semplice cortesia? Rispetto della cultura che si ostenta o semplice presa per il culo?  La cosa è abbastanza opinabile, forse per questo rimarrà sempre un mistero, una delle tante domande, sul mondo del lavoro, che rimarrà senza una risposta, nei secoli dei secoli.

Fatto sta che appena si varca quella maledetta soglia e si riprendono le sembianze di comune cittadino, come per miracolo, Balducci diventa il fidatissimo Enrico, Zanetti  si trasforma in un’attraente Francesca e Schifani riprende le sembianze del buon padre di famiglia pronto a sopportare i capricci della figlia adolescente.

Ho sbuffato così forte da alzare il lenzuolo, fino a quando la sveglia ha ricominciato a strillare e a ricordarmi che, da bravo cittadino e infaticabile lavoratore, dovevo alzarmi di gran corsa e rimettere la maschera dello stimatissimo – e sottopagato – docente di Filosofia.

“Ma chi me lo ha fatto fare?!” E’ una frase che, da anni ormai, mi ripeto continuamente e a cui, onestamente, non riesco a dare una risposta esauriente. Potevo scegliere di fare l’operaio, l’impiegato, il medico, il macellaio, un mestiere insomma che mi avrebbe dato l’autorizzazione di guardarmi allo specchio e riconoscermi come uno che, in un modo o in un altro, contribuisce comunque alla sussistenza di questa società.

E invece no! La vita da professore era quella che, all’epoca della mia giovinezza, faceva sognare, quella che avrebbe contribuito alla costruzione di un mondo migliore – o di castelli in aria –  che avrebbe accompagnato i giovani alla scoperta dei piaceri della conoscenza – e al disgusto dell’ignoranza – o alla distruzione totale della cultura scolastica. E quale disciplina migliore della filosofia, che per opinione comune è la materia “con la quale o senza la quale la vita resta tale e quale” e che, detto in altri termini o con altri toni, non è mai servita a un cazzo!? Ecco, io sono stato un eroe in questo senso, un martire che ha deciso, per amore della sapienza, di gettarsi nelle fauci delle belve feroci.

Considerato che queste belve mi attendevano, impazienti e pronti a sbranarmi, nell’atrio della scuola, ho deciso di velocizzare i tempi e, accompagnato da queste divagazioni nostalgiche, mi sono lavato, vestito e sono giunto a quel rituale magico che riesce a dare un senso al mattino: il mio consueto caffè amaro che riesce, delicatamente, a portarmi all’attualità del mio stato.

Giunto a scuola, ho accennato lievemente qualche sorriso di “benvenuto” e “ben ritrovato” a ragazzi nuovi e vecchi che, con lo zaino alla moda sulle spalle, ostentano un’allegria e un’energia, che ben presto si trasformeranno in noia e stanchezza.

Con la solita pacca sulle spalle, Balducci mi ha salutato e mi ha consigliato di evitare il solito monologo, di presentazione-programma, che ai giovani sembra un turpiloquio. E’ come se, da buon presentatore, io esponessi, all’inizio di una commedia o, sarebbe più appropriato dire, all’inizio di una tragedia, le trame della vicenda che sta per essere narrata, i protagonisti e l’atmosfera che, inconsciamente, determina le loro azioni. I miei uditori aborriscono, sbuffano, si annoiano e si guardano basiti di fronte a quell’accozzaglia di sillabe che costituiscono il vocabolario filosofico.

Io parlo di immanenza, maieutica, monade; loro parlano di emoticons, browser, di plug-in. Due mondi paralleli che non si incontreranno mai  e se qualcuno, come un professore, ci prova viene additato come un attentatore alla libertà altrui.

Ho accettato il suggerimento del mio collega e sono entrato in classe. Il mio “buongiorno a tutti” si è scagliato come un fulmine a ciel sereno. Ho disturbato l’animato chiacchiericcio dei ragazzi. Pochi mi hanno risposto, molti mi hanno ignorato.

Si sono accomodati ed è cominciato l’appello che io, personalmente, farei durare una vita. E’ uno dei pochi sistemi che la società contemporanea possiede per ricordarci chi siamo. Nome e cognome seguiti da un “presente”, urlato, sussurrato o taciuto a seconda della consapevolezza che ognuno ha di se stesso o della voglia che si ha di esserlo. Tutti presenti!

E, finalmente, si comincia con la prima lezione di filosofia, alla quale ho deciso di dare un’impostazione diversa dal solito. Chiedo ai ragazzi di esporre le loro aspettative nei miei confronti e, soprattutto, nei confronti di autorevoli signori come Kierkegaard, Feuerbach e Heidegger. Loro si guardano e pensano che evitare di incrociare i miei occhi significa eludere la questione. Sembrano cani bastonati, vittime sacrificali, individui soggetti alle pretese maniacali di uno che non ha capito un cazzo di cosa significhi vivere. Dopo lunghi e interminabili minuti di imbarazzante silenzio, si alza, dal quarto banco della terza fila, un tipo occhialuto le cui lenti non riescono a nascondere uno sguardo che sembra voglia andare oltre.

“Prof, mi sa che lei vuole sapere più di ciò che è lecito sapere!”

“Cosa intendi dire?”

“Intendo dire che noi non abbiamo aspettative nei confronti di uomini del passato che pretendono di insegnarci a vivere o a pensare. Noi viviamo e pensiamo e in questo nostro vivere e pensare ci sta pure la storia della filosofia. Ci tocca studiarla e la studiamo, ma non ci chieda di più per favore!”

“E se io vi chiedessi di ricominciare a rivedere il vostro modo di vivere e pensare?”

Ovviamente, questa mia ultima domanda non ha avuto una risposta diversa dai loro sguardi di disapprovazione e di pietà. Io ero il povero pazzo che non aspetta altro che essere deriso e mandato a quel paese.

Non potevo fare altro che riprendere le sembianze di un professore ordinario, uno di quelli che segna le presenze, spiega, interroga e assegna le pagine da studiare. Ero solo questo, nient’altro che questo.

Cosa mi aveva portato ad essere quello che ero?

Alla fine delle mie ore di lezione, decisi di non rientrare a casa. Andare in giro con l’auto senza mèta mi è sempre piaciuto. Il paesaggio che mi scorre davanti gli occhi, la solitudine del viaggio e la velocità mi aiutano ad entrare in un’altra dimensione: quella del tempo che scorre senza utilità alcuna. Capii che con la domanda che avevo posto ai ragazzi, avevo proprio toccato il fondo. Non loro ma io dovevo rivedere il modo di vivere e pensare.

Con lo sguardo completamente perso lungo la strada che stavo percorrendo, mi accorsi, dopo non so quanto tempo, che non stavo andando da nessuna parte. Già…da nessuna parte. Mi stavo semplicemente allontanando. Ma da cosa non saprei dirlo. Avevo solo una voglia incontenibile di andare. Forse stavo semplicemente fuggendo da quello che ero diventato.

Non ero più un Io ma un Qualcuno che, pur di essere cellula anonima di questa società che non guarda in faccia nessuno – nel senso più vero e significativo del termine – aveva smesso di vivere e aveva cominciato ad esistere. Non ero più “mister Vinci” ma il professore Vincenzo Asta. “Mister Vinci”…chissà quante volte Gigi mi aveva chiamato in quel modo. Un modo come un altro per battezzare un compagno d’avventure o un modo come un altro per creare quello strambo legame che si suole definire amicizia?

Me lo ricordo ancora quel mio primo e ultimo compagno di giochi, di amori e di simpatiche cazzate con cui passavo ore spensierate e che mi aiutava a non pensare che a me stesso e alla voglia di dare libero sfogo a tutte le mie emozioni.

E proprio Gigi, il suo ricordo, mi spinse ad aprire il finestrino dell’auto e respirare l’aria fresca del mare che mi si spalancò davanti.

Ero giunto al mare, quello stesso mare!!!

Accostai, scesi e guardai l’orologio. Un’ora e venti minuti di viaggio per arrivare lì.

Quale parte di me aveva stabilito i chilometri che dovevo percorrere e la destinazione? Chi mi aveva portato lì? Vinci o Vincenzo?

L’unica cosa certa è che adesso Vincenzo era seriamente incazzato con se stesso per aver perso il controllo. Per di più il desiderio di assecondare Vinci era davvero forte. Indeciso sul da farsi, con una mano sul fianco e una sul cofano, cercavo un nonsochè che, timidamente e con discrezione, mi convincesse a restare. Ovviamente, in quell’istante dovevo avere dentro l’anima qualcosa di veramente insolito per uno come me, talmente insolito da convincermi che tutto ciò che desideravo era ascoltare quei suoni, sentire quegli odori e rivedere quelle immagini che avevo deciso di mettere in cantina. Decisi di proseguire quel viaggio di ritorno.

Altri quindici chilometri mi separavano dalla casa in cui ero nato e dall’amore a cui avevo rinunciato. Li avrei fatti anche a piedi. Perché? Perché avevo una incontenibile, smisurata e terribile voglia di ritornare.

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