Approfondimenti Rivista — 16 ottobre 2012

Un libro non si giudica dalla copertina, o almeno così recita un noto proverbio italiano. Mai fermarsi alle apparenze e andare sempre oltre la punta del proprio naso, se non si vuole peccare di superficialità. Eppure c’è anche chi crede che la prima impressione sia quella che conta e che in superficie sia riflessa la personalità di ciascun individuo.

Cercare di trovare un punto d’incontro tra le due tesi è un’ardua impresa: il conflitto tra l’essere e l’apparire sembra essere senza via di uscita. Tuttavia, come bisogna comportarsi quando l’oggetto della questione è un libro?

È giusto lasciarsi condizionare dal frontespizio, oppure occorre dare una chance anche ai libri il cui titolo non risulta così allettante? Giangiacomo Feltrinelli ha affermato: “Chi ha detto che non si giudica un libro dalla copertina? In verità vi dico che la copertina fa anch’essa parte del libro, per cui bisogna dare il giusto peso all’anima del libro, e il giusto peso a come si presenta”. La preoccupazione per l’involucro del libro, d’altronde, risale a tempi remoti: basta considerare che anche dopo l’invenzione della stampa (1450), i testi di maggior valore continuarono ad essere concepiti in forma di pregiati manoscritti, realizzati con preziose rifiniture da meticolosi amanuensi. Sebbene tale pratica sia andata perduta, la definizione della veste dell’opera rappresenta tuttora una fase fondamentale nel processo di genesi del libro. Lo scrittore, e ancor di più l’editore, sa che, spesso, a guidare l’ipotetico lettore nello spoglio dei testi da approcciare sono fattori che esulano dal contenuto; e se la selezione delle immagini di copertina e dei caratteri grafici da impiegare non rientrano nelle competenze dell’autore, la scelta del titolo è una tappa da cui non può prescindere.

Per molti autori la scelta del titolo rappresenta un vero e proprio cruccio.

Tra le più celebri testimonianze trova spazio il romanzo storico “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, denominati nella prima redazione“Fermo e Lucia”. C’è poi anche chi, come Umberto Eco, ha definito una vera e propria metodologia da seguire, al fine di trovare per la propria opera un titolo convincente. Nelle Postille a “Il nome della rosa” ha spiegato: “Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costruire un’indebita ingerenza da parte dell’autore”. A distanza di circa 30 anni dalla loro prima pubblicazione, queste parole possono ancora dirsi valide? Considerando la classifica dei libri più venduti pubblicati sulla pagina “Lettura” de “Il Corriere della sera”, la risposta è senz’altro affermativa. Al primo posto, con un totale di circa 31 milione di copie vendute, si trova il romanzo “Cinquanta sfumature di grigio” di E.L. James. Nella sua forma originale, il titolo “50 Shade of Grey” gioca sul cognome del protagonista, Christian Grey. In questa prospettiva, la teoria di Eco si mostra vincente. Tuttavia, cosa dicono le recensioni di critica letteraria in merito al contenuto dell’opera? Beppe Severigni è sicuramente uno tra i critici più severi e lo dimostra quando, nel blog “La ventisettesima Ora”, scrive in merito ad una frase del romanzo: “Questa frase, da sola, autorizza a lanciare il libro oltre la finestra, stando attenti a non colpire un passante”. Insomma, non ci sono dubbi: se, da una parte, la scelta della copertina del libro condiziona l’andamento del mercato librario, dall’altra, non necessariamente i romanzi esternamente più attraenti meritano l’attenzione dei lettori. Per questo, mentre al pubblico spetta il compito di non lasciarsi condizionare da copertine poco convincenti, è degli autori la responsabilità di rendere il proprio testo più accattivante possibile.

 

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