le interviste Rivista — 14 dicembre 2012

Ogni traduttore è un mago, ma se avete letto Cormac McCarthy, converrete con me che Maurizia Balmelli ha una magia ancora più grande. Per questo siamo felici di aggiungere la sua autorevole voce a quelle dei traduttori che stiamo presentando ai lettori di Scrivendovolo.

 

– Maurizia, quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?

 

Volevo scrivere. L’allora responsabile della narrativa Einaudi aveva amato molto un mio racconto. Mi ha detto: scrivine altri nove. Gli ho detto: posso fare una prova di traduzione? Mi hanno dato il primo Vargas importato in Italia, e siccome anch’io arrivavo giusto giusto da Parigi avevo il francese bello vivo ancora in circolo, con tutte le impurità mutuate dalla strada – che per tradurre la Vargas è utilissimo conoscere. Era il 1998. Gli altri nove racconti non hanno mai visto la luce.

 

– Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?

 

Ho avuto questo strano percorso per cui a un certo punto dal francese mi hanno traslata (o meglio estesa) all’inglese. Più precisamente all’americano, mi verrebbe da dire. Ma poi penso ad Amis, a McEwan… quindi niente. Posso solo dire di essere versatile. Per cui scorrazzo/mi scorrazzano. Ovviamente entro i limiti della narrativa.

 

– Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore. Visto che la traduzione di un capolavoro come Suttree ti è valsa il premio Vallombrosa Gregor von Rezzori 2010, possiamo dire che consideri Cormac McCarthy il TUO autore?

 

Certo che lo considero mio! Ho cominciato a sentirlo molto vicino rivedendo la traduzione de La strada, firmata da Martina Testa. Non perché sia una scippatrice, ma perché McCarthy (del tutto inaspettatamente e inspiegabilmente) mi corrisponde davvero. Tanto che certi giorni non avere niente di suo da tradurre mi fa sentire, come dire, afona. Per fortuna ora è arrivata la sceneggiatura di The counselor.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi? In un’intervista hai parlato dell’importanza di percepire il “ritmo” della scrittura.

 

Su un piano teorico si dicono cose interessantissime, poi nella pratica non so, sono scettica. A me sembra di non averlo, un metodo, ma i miei allievi assicurano il contrario, quindi… Sì, certo, il ritmo; anche se non per tutti gli scrittori è la cifra identificativa. Una giovane traduttrice cui ho fatto da tutor, alla fine del percorso compiuto insieme mi ha detto che era stato prezioso vedere come “leggo” un testo. O forse ha detto “ascolto”. Ecco, ascoltare è importante. Poi certo, dopo averlo ascoltato, il testo bisogna anche saperlo intonare. (So che a molti questa metafora risulterà irritante, ma per me è davvero così.)

 

– Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?

 

Se anche in Italia si introducessero finalmente le royalties per i traduttori, forse il loro nome inizierebbe ad acquistare realtà. Personalmente, più che a vedere il mio nome su una pagina di giornale, ambirei a percepire una parte anche ridicola dei diritti di opere alle quali ho prestato le mie parole, e che vendono decine di migliaia di copie.

 

– Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?

 

Il rapporto tra i suddetti non si differenzia molto da tutti gli altri rapporti tra umani. Vale a dire che ogni rapporto è a sé stante. Quel che è certo è che tale rapporto può anche mancare. Se è assente fra traduttore e autore poco male, per quanto mi riguarda (io lo cerco pochissimo). Se invece manca fra traduttore ed editor è un guaio. Perché se il traduttore è per certi versi scrittore (diciamo ri-scrittore), capisci che l’editor un suo ruolo ce l’ha eccome. (Rileggendo mi accorgo che era “editori”, non “editor”, ma se non ti dispiace, da traduttrice, mi sembra più pertinente considerare i secondi.)

 

– Come si vive di traduzione letteraria?

 

Se si ha una rendita o un marito ricco, molto bene.

 

– L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.

 

Uhm. Difficile. Mi verrebbe da dire Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère. Ma poi ho amato disperatamente anche La vedova incinta di Martin Amis. Però ho il sospetto che The Book of My Lives di Aleksandar Hemon, che inizio a tradurre ora, li sbaraglierà tutti.

 

– I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?

 

Sì. Al punto che ultimamente per questioni di esigenze e tempi editoriali inderogabili mi sono ritrovata (onoratissima) a tradurre un autore non mio.

 

– Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?

 

Guarda, nei primi anni, di titoli non esaltanti ne ho tradotti più di uno. Ma quando “non c’è l’autore”, o magari c’è ma non ti piace, non lo stimi, rimane pur sempre la lingua. Ed è con lei che dialoghi. E il piacere lo puoi ricavare anche dal micro-gesto, dalla ricerca di un singolo sinonimo. A un certo punto, insomma, il testo che produci assurge a un’autonomia che può essere sufficiente a procurarti delle soddisfazioni. Detto questo, avere la fortuna di confrontarsi con grandi talenti e grandi intelligenze è impagabile. Margine di scelta? Diciamo che le proposte degli ultimi anni non lasciavano spazio a dubbi (al terrore forse, ma ho sempre raccolto la sfida). Quanto a Twilight, sì, in mancanza di altro l’avrei tradotto.

 

– Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?

 

Il traduttore è decisamente uno strumento. Ma come lo era il pianoforte per Glenn Gould. (Che strano, fino all’altro ieri avrei detto che il traduttore, al suo meglio, è Glenn Gould; oggi mi viene da rovesciarla così.)

 

– Parlaci del libro che stai traducendo adesso.

 

Sono due: Rapport aux bêtes, della scrittrice svizzera romanda Noëlle Revaz, salutata dalla critica come un’erede di scrittori elvetici quali Ramuz o Chappaz, se non addirittura di Céline. La sua è una lingua espressionistica, una reinvenzione scritta della lingua delle montagne, del patois d’alpeggio. Felicissimo esercizio di stile per il quale – come mi disse la stessa autrice – sono costretta a misurarmi con la scrittura propriamente detta, a ripartire dalle fondamenta, svincolandomi da lei. L’altro, come accennavo prima, è The Book of My Lives, di Aleksandar Hemon: una raccolta di saggi narrativi (se così vogliamo definirli) che comprende il racconto autobiografico più tragicamente sublime che mi sia mai capitato di leggere.

 

Grazie a Maurizia Balmelli

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(1) Reader Comment

  1. Balmelli, non Belmelli, sorry…

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