Approfondimenti Rivista — 06 agosto 2013

Le pagine culturali dei quotidiani sono noiose, raramente stimolanti e realistiche, meno puntuali dei settimanali femminili, in cui l’attenzione per libri e i costumi è più viva. Lo ha affermato Paola Jacobbi, giornalista e blogger per Vanity Fair, in una recente intervista, rilasciata in occasione dell’uscita del suo primo romanzo “Tu sai chi sono io”, in cui glamour e beneficenza s’incontrano. “Le pagine culturali –ha esordito- sono il punto dolente dei quotidiani. Io spesso le salto: raramente trovo qualcosa di interessante, stimolante, a contattato con la realtà. Comincerei, dunque, da una loro profonda revisione: ci sono esempi, anche all’estero, di pagine scritte meglio, in modo meno accademico, più fresche. La sensazione è che i quotidiani italiani siano diretti da uomini appassionati di politica, a cui non importa nulla di cultura e spettacolo. Le pagine destinate a questi argomenti diventano soltanto un pretesto per pubblicare la foto dell’attrice discinta o della cantante in hot pants, o per pubblicare la notizia di un premio letterario che coinvolge personaggi di potere dell’editoria. Il resto serve un po’ a riempire lo spazio. Nei settimanali, soprattutto femminili – le donne, si sa leggono di più degli uomini- c’è un’attenzione un po’ più viva: si cerca di segnalare una gran varietà di libri, si fa più un servizio al lettore che alle case editrici. Quanto a internet, di solito chi si occupa di libri ha il problema di essere un po’ grafomane: forse bisognerebbe essere un po’ più sintetici e dare la possibilità a chi vuole approfondire di farlo in seconda istanza. Secondo me hanno un futuro i social network tipo Goodreads: non so quanto servano a vendere, ma mi sembrano animati da uno spirito nuovo”. Parole chiare e precise quelle della Jocobbi, che non lascia spazio a possibili fraintendimenti. Per lei, le pagine culturali italiane vanno reinventate, pena l’allontanamento dei lettori dai libri e dalla cultura e la perdita di pubblico per i giornali. D’altronde un’analisi simile era emersa anche in occasione della prima edizione del Festival di Urbino, conclusosi lo scorso 4 maggio: le pagine culturali in tv, nella radio, sulle testate locali sono in rapido declino e la responsabilità è dei giornalisti che – come ha affermato Piero Dorfles, giornalista e critico letterario- si occupano di cultura privilegiando innanzitutto i rapporti di amicizia, le case editrici e i giri di potere legati a gruppi di pressione. Anche sui grandi giornali il decadimento è chiaro agli occhi di tutti: diminuiscono le pagine dedicate alla cultura, si confonde il costume con l’intrattenimento e cala la qualità degli scritti. Spesso il lavoro del giornalista culturale si riduce a quello di ufficio stampa, con la pubblicazione di comunicati incapaci di adempire al bisogno di accuratezza e completezza di informazioni da parte di un pubblico appassionato di lettura e abituato a standard più elevati. La denuncia era arrivata già nell’aprile dello scorso anno dal blog Satisfiction che, attribuendo alle pagine culturali la responsabilità della nostra morte civile, riporta le seguenti parole, firmate da Gian Paolo Serino: “Oggi, venerdì 27 aprile, si consacra il massimo squallore per chiunque ama i libri. Martedì esce il nuovo romanzo di Walter Siti per RCS Rizzoli e oggi potete leggere la stessa anticipazione su La Repubblica, Il Corriere della Sera, Libero, Il Giornale. Questo non è giornalismo, è essere uffici stampa e reti unificate; questo non è giornalismo, è non provare vergogna! Questo non è giornalismo, è prendere in giro la gente e abusare della credulità dei lettori. Cari critici letterari voi siete i responsabili del perché in Italia non si legge più”. Ecco, dunque, lo scarto del giornalismo culturale del Belpaese rispetto a quello dei paesi al di là delle Alpi: gli italiani non sanno recensire, non criticano, non approfondiscono. Per i giornalisti stranieri non ci sono dubbi sul fatto che agli italiani non solo non interessi il libro in quanto prodotto culturale, ma operano nell’esclusivo interesse di editori ed edicolanti. Ciò che non si considera è che, ponendo l’accento sulla forma anziché sul contenuto, ignorano le esigenze di un pubblico a cui rimangono da percorrere due sole strade: l’allontanamento dalla lettura o la ricerca di pagine culturali d’Oltralpe. Qualunque sia la scelta, le conseguenze per il giornalismo italiano sono amare. Eppure c’è ancora un’ancora di salvezza cui appigliarsi: il web, il cui linguaggio meglio si presta ai termini culturali, meno costretto in recinti ideologici e più alla portata di tutti. Attraverso i social reader, i blog, i giornali online, i forum, la cultura trova il suo appiglio in un mondo che crede di poter fare a meno di essa. “Ci interessa un pezzo piuttosto che un altro –spiega Luca Sofri, direttore de Il Post- perché pensiamo possa meglio aiutare a comprendere il mondo e il cambiamento, ma di fatto poco ci importa che stia nella pagina Cultura o nella pagina Mondo. Le categorizzazioni funzionano poco per l’online perché se domani cancellassimo le etichette e dissociassimo tutti i nostri pezzi, cambierebbe pochissimo”. D’altronde, su internet c’è anche spazio per il dibattito e il confronto, tra i commenti e nelle pagine dei blogger.

 

Alessandra Flamini

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