le interviste Rivista — 15 novembre 2012

Ciao Marco, innanzitutto grazie per la disponibilità:

– Come nasce l’idea di Bamboccioni Voodoo?

Dal 2007 a oggi ho pubblicato cinque romanzi. Il primo romanzo uscito nel 2007 e scritto a venticinque anni è un romanzo complesso sia per la struttura dell’opera che per lo stile di scrittura, io penso sempre che quello sia uno di quei romanzi che si scrivono a sessant’anni e non a venticinque (pur avendo elementi molto “giovani” al suo interno: protagonisti di ventitré venticinque anni, con tutto quel che ne consegue), e quel romanzo è stato possibile scriverlo grazie anche all’esistenza di una stratosferica casa editrice come Sironi Editore che a tutt’oggi in giro non ha eguali, suppongo che per trovare qualcosa di simile bisogna rivolgersi a certe collane Einaudi o Adelphi. Il romanzo (dal titolo La mania per l’alfabeto) è anche una vera e propria “summa” di tutte le opere pubblicate da Sironi: un impasto delle tematiche più ricorrenti quali le problematiche del mondo del lavoro, un certo approccio minimal nei contenuti, l’importanza data alla “parola” come strumento euristico, c’è dentro un po’ di Giorgio Falco, un po’ di Umberto Casadei, un po’ di Davide Bregola, un poco di Trevisan, è un’opera delle opere sironiane. E tuttavia questo romanzo è anche un romanzo sui “bamboccioni”. Perché Michele Astrini, il protagonista, ha un lavoro ma vive ancora a casa dai suoi genitori. Dunque immagino che si possa ricomprendere Michele nella categoria dei “bamboccioni”. Anche Verino Lunari il protagonista del Diario dei sogni – romanzo pubblicato da Las Vegas Edizioni e che riprende la struttura fatta per accumulo di materiali del primo romanzo, il romanzo è una sorta di patografia jaspersiana dove si delinea il carattere del personaggio principale attraverso racconti, appunti, post-it che si incastrano a una narrazione principale – è un ventottenne disoccupato che vive a casa dei suoi genitori. Anche il protagonista del terzo romanzo Domani avrò trent’anni è un trentenne grasso, un ubriacone, e vive dai suoi – un’esistenza sciatta, dove l’unica cosa che fa è tirare avanti una specie di locale che gli dà soprattutto la possibilità di buttare giù qualche drink gratis. Poi ho scritto Il mostro della piscina (storia che è già descritta indirettamente nel primo romanzo e che viene proposta integralmente) che è un horror – e questo, per me, è il romanzo di un “bamboccione”. Per quanto io l’abbia scritto a diciannove anni, sentivo che poteva configgersi bene nel contesto delle mie opere. Leggermente di diversa natura è il quinto romanzo, Il bisogno dei segreti, dove protagonisti sono giovani medici, avvocati, e non mi pare ci siano di mezzo “bamboccioni”, anche se la protagonista del romanzo, Connie, torna a vivere dai suoi genitori, quindi anche qui i genitori sono massicciamente presenti nella vita dei personaggi del libro. Ecco, con Bamboccioni voodoo ho voluto esplicitare questa tematica, tematica che, data la crisi attuale, riguarda sempre di più tutti. Ho scelto di scrivere questi racconti appoggiandomi al genere horror (non particolarmente violento, ma ci sono immagini un po’ macabre) e di scriverli con uno stile non particolarmente elaborato – come nel primo, secondo o terzo romanzo. Non mi andava di scrivere racconti sofisticati trattando il tema di bambocci, inetti. Sarà stata una scelta sbagliata, forse, ma volevo scendere allo stesso livello dei miei personaggi.

– Qual è il messaggio che hai voluto trasmettere al lettore?

I racconti sono innanzitutto di lettura agevole, questo è una raccolta che si può terminare in un paio di sedute. Non contengono, mi pare, nulla che si propone di essere particolarmente intelligente, non sono pieni di riflessioni – avessi letto il mio primo o secondo romanzo, Daniele, capiresti quanta differenza c’è. Ascoltavo un’intervista di Giuseppe Ungaretti, che si può rintracciare su Youtube. S’intitola Poesia e segreto. Ungaretti afferma di aver conosciuto personalmente Mallarmé, il grande poeta francese. Afferma che la sua poesia aveva sempre avuto un che di misterioso, come se contenesse dentro di sé un segreto e, conclude, che poesia è sempre qualcosa che reca dentro di sé qualcosa di indecifrabile, un segreto. Ecco, per questi racconti (che non sono poesia, ma sono prosa) si potrebbe dire l’opposto: questi sono racconti senza segreti. E’ tutto chiaro. Il genere è quello dell’horror. La tematica è quella dei bamboccioni e della crisi. La prosa è piuttosto facile, niente di innovativo o particolarmente arduo o oscuro. Si può decidere se siano racconti “ben fatti” oppure no, ma in ogni caso non ci sono particolari segreti. Poche sono le ambiguità. Dunque anche i messaggi sono univoci.

– Una raccolta di racconti dove misceli alla perfezione serio e faceto. È un modo per far riflettere il lettore senza appesantirlo troppo?

Sì, e come dicevo prima è il mio modo di allinearmi ai personaggi delle storie. Montale diceva “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato”, e “Una sola cosa possiamo dirti: quello che non siamo…”. Difronte all’orrore, secondo Montale, la parola poetica non può che mettersi a tacere. Ma ci sono altre forme per affrontare l’orrore… In fondo, pensiamoci, quando siamo scioccati da qualcosa cominciamo a balbettare, la nostra capacità di esprimersi s’indebolisce. Scrivere “male”, non “sofisticato” può essere un modo per affrontare gli orrori di oggi. In qualche modo Bamboccioni voodoo è vicino a SuperWoobinda di Aldo Nove – pur essendone molto diverso. Ma credo che le premesse generali siano simili.

– Ci spieghi la natura del titolo?

Il titolo è Bamboccioni voodoo. E’ un gioco di parole. Il “bamboccione” riprende la definizione fornita da Tommaso Padoa-Schioppa e si riferisce a coloro i quali non vanno via da casa, stanno dai genitori, disoccupati o lavoratori che siano. Dunque dipendono dai genitori. E dunque le loro vite sono in mano d’altri. Un po’ come i bamboccini del voodoo. Il bamboccino voodoo è quello che se infilzi con un ago sulla coscia la persona di cui il bamboccino è la rappresentazione avverte una trafittura alla coscia, lo infilzi nel costato e la persona di cui è il bamboccino è la rappresentazione avverte un dolore al costato, sbatti il bamboccino di qua e di là e la persona che il bamboccino rappresenta viene sballottolato di qua e di là. I bamboccioni voodoo sono vite in mano ad altri, vite che rischiano grosso, forse senza rendersene davvero conto.

– Perché hai deciso di aprire la raccolta con un omaggio a John Cheever?

Perché ho fatto visita a Iowa City in Iowa, Stati Uniti (sono stato negli States per due anni e passa) e ho visitato il cafè del campus universitario dove Cheever e Carver bevevano gomito a gomito e parlavano di letteratura. Il racconto a cui ti riferisci riprende The enourmous radio. The enourmous radio parte dalla stereotipo della radio che cattura la voce dei fantasmi e Cheever ne fornisce una rielaborazione molto interessante, magnificamente scritta. Io ho ripreso il racconto – è quasi una recensione – e poi fornisco la mia rielaborazione di questa situazione “stereotipata”. Nella raccolta ce ne sono altre, di situazioni “stereotipate”. Hobson parte dallo stereotipo del “patto col diavolo”. Bamboccione voodoo parte dallo stereotipo del “rito vudù”. “Per un abbraccio a Stephen King” è la rielaborazione del “viaggio in macchina per gli stati americani”. “Disco volante Michael Jackson” (uno dei racconti più kitsch della raccolta) tratta un “avvistamento ufo del terzo tipo”. Eccetera. Aver individuato, come dicevo sopra, con chiarezza una tematica che voglio trattare, ossia quella dei “bamboccioni”, ha rinnovato anche la mia creatività. Nel tipo del bamboccione io vedo la grande possibilità di far confluire sottogeneri che ho sempre amato quali l’horror, il grottesco, parlare di libri, perché il “bamboccione tipico” è pieno di interessi e per delinearlo ci si può mettere dentro musica pop, letteratura kitsch o ipercolta, appunto vedo in questa figura la possibilità di far confluire molto dell’immaginario che frequento e che è poi quello anche quello che ci circonda.

– Quale credi possa essere la ricetta per uscire dalla crisi idealistica che dilaga?

Per uscire dalla crisi d’ideali, non bisogna dormire sulle soluzioni di comodo. Quelle offerte dalla società. La laurea piuttosto che il mutuo. Mentre scrivevo i miei romanzi e questi racconti avevo in mente come modello di riferimento Italo Svevo. Ma la verità è che allo stato attuale sento il ritorno prepotente di Luigi Pirandello. La vita come messa in scena, teatro, siamo maschere. Credo che oggigiorno ci muoviamo su queste coordinate, che Pirandello potrebbe essere una buona bussola per tornare a capirci. E’ teatro, è stato teatro, e adesso la messa in scena è finita. Siamo giunti al capolinea. I modi come siamo riusciti a protrarre tanto a lungo questa messa in scena sono numerosi. Uno è ad esempio quello della “rateizzazione”. Pago un tot al mese e nel frattempo fingo di essere il proprietario di una merce (dalla macchina al frigorifero alla casa) che non posso realmente permettermi. Ma esistono anche altre forme di “rateizzazione”. Ad esempio studio per sette anni, otto anni, dieci, quindici anni… e alla fine ho un titolo di studi che mi permette di dire di essere “dottore” tanto quanto uno che ha finito gli studi in quattro anni, magari tre, a suon di borse di studio. Poi se ho le conoscenze o la “fortuna” posso esercitare la mia professione ai massimi livelli e questo senza meritarlo, seguitando nella recita, una recita che non finisce mai. Ci sono molte forme di “rateizzazione”, di “un po’ per volta facendo finta che sia tutto subito”… Solo che questo sistema adesso non regge più come prima, la messa in scena è finita. Bisogna rendersi conto che “bisogna fare qualcosa di grande per essere galantuomini appena passabili” (come dice Barley Blair nella Casa Russia, romanzo di John Le Carré). Non basta incanalarsi nei percorsi di vita pensati da altri (quello è solo un altro modo di essere nel “vudù” che dicevamo sopra, di mettere la propria vita in mano ad altri, di avere le ore contate), ma bisogna crearsi i propri percorsi, scriversi il proprio copione da sé.

– Com’è iniziato il tuo percorso di avvicinamento alla lettura?

A undici anni. Be’, già a otto mi alzavo al mattino presto e sfogliavo la Divina Commedia con le illustrazioni di Gustave Doré. Ma a undici ci fecero leggere in classe Zanna Bianca. Scoprii London, mi innamorai della lettura. Compravo i libri dei Fratelli Melita, ma sono subito passato a Guerra e pace di Tolstoj a dodici anni e poi Balzac e insomma facevo sul serio, anche perché contestualmente alla passione della lettura mi è presa la passione della rielaborazione creativa dei contenuti. Sono fatto un po’ così, per capire una cosa devo farla io. Imparavo a leggere scrivendo, scrivere una storia aiuta a godere meglio della lettura.

– Cosa ti sentiresti di dire a un giovane che vuole diventare scrittore in un momento storico come questo?

Ci sono molti modi per diventare uno scrittore. Si scrive perché non si riesce a non farlo. Perché ci si è nati. Sì, magari non si è tanto bravi, ma fa lo stesso. Per me un uomo appassionato di qualcosa a questo mondo va ammirato a prescindere. Chi se ne frega se non è capace? E poi chi lo stabilisce? Nessuno. Dunque questo è un modo di diventare scrittore – e nessuno potrà mai svilirtelo. Poi se si vuole diventare scrittore, pubblicando, ossia diventare scrittore per gli altri, be’, bisogna guardare gli altri. Bisogna crearsi una sensibilità per gli altri. Cosa vogliono, cosa interessa. Il modo più falso e spiccio è quello di fare il “compitino”. Ciò che vogliono gli “altri” è ciò che vogliono gli “editori”, cercarsi un editore consimile e proporre le proprie storie oppure scriverle al fine di pubblicare per questi editori. C’è chi lo fa, boh, se uno vuole affermarsi come scrittore nella sua unica vita, se ci tiene tanto, ok, bravò. Altrimenti si scrive, con passione, incassando rifiuti, lottando. Ma per fare questo ci vuole la passione, altrimenti molli, prima o poi molli. Scrivere non è per le persone intelligenti. Le persone intelligenti fanno il “compitino” e poi mollano dopo due o tre libri. Prima o poi mollano. E’ il mulo, il pugile suonato, quello che non molla mai, quello che alla fine ti darà qualcosa. E questi non vogliono affermarsi come scrittori, questi vogliono affermarsi come uomini. Sono questi gli scrittori interessanti.

– Il tuo passato lo conosciamo. Hai avuto importanti riconoscimenti in Italia e all’estero. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho firmato un contratto per un romanzo con la casa editrice Anordest, è un bel romanzo già pubblicato a puntate su Vibrisse il bollettino di letture e scritture di uno scrittore padovano che io a malapena conoscevo e che dopo non ho nemmeno più sentito e che ha destato anche l’interesse di qualche media – Il Corriere della sera lo segnalò e anche Rai Educational e poi altri siti… -. E’ un romanzo che a me piace tantissimo, spero piaccia anche a chi lo leggerà. Poi ho finito un altro romanzo e sto cercando l’editore. Adesso sto scrivendo racconti – più corposi e strutturati di quelli pubblicati in Bamboccioni voodoo. Infatti ho problemi a trovare riviste in Italia in grado di pubblicarmeli. I range di battute delle riviste italiane sono troppo brevi. Al massimo quindici cartelle. Ma esistono racconti ben più lunghi a questo mondo! Per me è assurdo che si giudichino i racconti dalla loro lunghezza, un racconto va giudicato dalla godibilità, dalla bellezza…. I racconti di Bamboccioni voodoo sono stati pubblicati su riviste perché la loro lunghezza era adatta agli standard italiani. Questi nuovi che sto scrivendo non posso nemmeno proporli. Vedremo. Dovrebbe uscire nel 2013 il diario dei sogni tradotto in Canada per Guernica Editions e poi l’edizione cinese dell’antologia americana dove sono finito dentro con tanta fortuna dal titolo Best European Fiction 2011.

Daniele Dell’Orco

 

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