le interviste Rivista — 17 dicembre 2013

E’ la seconda volta che intervisto Luigi Romolo Carrino. E stavolta voglio parlare del suo “Il pallonaro”, e-book che colpisce. Come sempre riesce a fare questo autore. Due parole sul romanzo: mi è piaciuto moltissimo, più di Esercizi sulla madre, precedente prova di Carrino, segnalata per lo Strega. In questo romanzo che osa toccare il Dio Calcio in persona (e che rivela l’esistenza mai confermata di calciatori omosessuali e costretti e nasconderlo), c’è la sua scrittura speciale, ma c’è anche un Carrino che non conoscevo, un narratore “puro”. Uno che ti mette davanti una storia, immagini, suggestioni, caratteri, personaggi vivi. Il Pallonaro è roba forte, è roba che tocca nel profondo, è roba che scotta. Mi è piaciuto, anche, il finale che dà speranza, pur concedendo spazio alla necessità di continuare a essere, di fronte al mondo, ipocriti. Bravo, bravo, bravo. E adesso veniamo alle domande.

LRCARRINO

–    “Il pallonaro” uscito in e-book per Go Ware è decisamente un libro diverso rispetto alla tua passata produzione. Cosa è cambiato in te?

Forse qualcosa nello stile, un po’ ammorbidito per l’occasione. Si direbbe questo il mio lavoro più ‘lineare’, nel senso che la storia è ‘dritta’ e non richiede al lettore inferenze sulla trama, vista la sottrazione in tal senso che spesso opero. Non parlerei però di cambiamento. Sono sempre io, con temi scomodi, storie che mischiano i generi, e una scrittura che sempre tenta di avvicinarsi al linguaggio del corpo.

copertina_ebook_il_pallonaro

–    Tu sei, per giudizio pressoché unanime, un portabandiera di qualità letteraria nel panorama editoriale italiano. Sei stato segnalato per lo Strega. Eri nella lista tra cui scegliere il miglior libro del 2013 per Farenheit. Ogni tua pubblicazione suscita l’attenzione dei lettori più attenti. Eppure l’impressione è che perfino tu abbia difficoltà nel conquistare gli scaffali delle librerie. Perché?

Perché non sono un nome così noto, quasi sempre cambio editore e, a parte Acqua Storta, non ho un titolo che abbia superato le 5mila copie. Gli scaffali si conquistano con la visibilità. La mia visibilità arriva tutta dal web. La mia comunicazione è tutta centrata sul web, considerato che le vie tradizionali mi sono spesso precluse in funzione della casa editrice che mi pubblica, soprattutto se è piccola. Questo è il motivo per cui ho ricevuto una “valanga di voti” per il libro dell’anno a Fahrenheit, non certo perché hanno votato i miei zii, i miei nipoti e i miei cugini, come mi è stato fatto capire. Non ho una famiglia così vasta e, giusto per capire di cosa stiamo parlando, Sinibaldi nell’annunciarmi ha sbagliato il mio cognome, mentre mi guardava con la faccia di chi si chiedeva cosa ci facessi io seduto tra Magrelli, Ottieri e Valenti.

–    Raccontare le ipocrisie, i conformismi e le falsità provinciali del dio Calcio è stato un atto di sfida?

Là dove c’è una pentola che contiene una forma di ipocrisia collettiva, io tento di scoperchiarla. È una malattia, È impressionante, davvero, quante ‘palle’ si raccontino nel e del mondo pallonaro. Poi, nel mio caso, ho raccontato dei gay in questo sport, ma è un aspetto illuminante sulla mentalità imperante nel contesto. I libri della buonanima di Carlo Petrini raccontano molto, ma molto di più.

–    Hai affermato che, per ambizione, non sei disposto a rinunciare a te stesso. Ma davvero l’aut aut è “o famoso o umano”?

Il mio desiderio è di arrivare a quanti più lettori posso. Ma per questo mio obiettivo non sono disposto a snaturarmi, né come scrittore né come uomo. Sarebbe una mancanza di rispetto per quelli che oggi mi leggono, una mancanza di rispetto alla mia indole.

–    Vuoi parlarci del tuo progetto FMDM (fatti mangiare dalla mamma)?

È un progetto curato dalla drammaturga e attrice Rosamaria Caputi. È dedicato alla memoria del poeta Fabrizio Pittalis, morto a 26 anni a causa di un tumore-Sarcoma di Ewing. È un libro di ricette della mamma, raccontate dai figli, narrate e illustrate.

Più di settanta nomi, scrittori, artisti o solo ‘figli’ che in qualche modo erano in contatto con Fabrizio, ma anche chef editor, nutrizionisti, esperti di vini. Io ho partecipato in qualità di impaginatore e di editor. Un libro corale, divertente e ironico, una sorta di memoir dove ogni ricetta tende la mano all’altra, come una catena del nostro ricordo collettivo.

È composto da varie sezioni. Accanto alle dosi e al procedimento, ai consigli nutrizionali e a quelli su come impiattare e ai vini consigliati, brevi narrazioni raccontano i momenti in cui veniva preparata la ricetta, o storie inventate, nostalgiche, divertenti, alcune surreali. C’è la sezione della figlia che insegna le ricette alla mamma, quella su come cucinarla la mamma, le ricette di chi ha scelto di fare da mamma ai gatti, e tutte le ricette hanno un segno zodiacale che le caratterizza, e persino il legame mamma-figlio, nel loro relazionarsi attraverso il cibo, viene raccontato in una sezione attraverso scene di film famosi. Tutto il libro è corredato da disegni  e in nota anche le traduzioni in inglese! Non ci siamo fatti mancare niente: nemmeno un fantasioso booktrailer.

Tutti abbiamo lavorato gratis e il ricavato della vendita verrà devoluto all’Ospedale Pediatrico Oncologico Santa Chiara di Pisa, dove Fabrizio è stato curato.

Il volume è pubblicato in self, con ilmiolibro.it, è anche presente sul portale della Feltrinelli, è prenotabile in libreria, e sta avendo grande riscontro.

–    Self-publishing come ultima frontiera per chi non si piega alle logiche editoriali?

Per chi non trova editore, soprattutto. Perché qua di autori disposti a ‘piegarsi’ ce ne sarebbero. Un libro viene curato, seguito da un editor, addetti alla comunicazione, grafici, impaginatori, illustratori, e segue una direzione data dalla collana in cui è inserito.

Il self riversa sul mercato tanta roba, alla rinfusa, e per il 99% è spazzatura. Il danno che fa è notevole per quelli che sono davvero bravi e hanno qualcosa da dire, perché confusi nel rimanente omicidio della scrittura (non so come altro definirlo), seppelliti nel cimitero delle vanità.

–    Oggi i social network mettono lo scrittore a diretto contatto con i lettori. È un bene?

Sì. Esiste un doppio legame nel nodo scrittura-lettura. Ricevere un complimento o un insulto dà la possibilità di tastare il polso a questo legame. Almeno per me, questo è fondamentale, e va oltre l’aspetto commerciale e promozionale. Sarà perché ne ho pochi di lettori, e quindi riesco a interagire con una buona percentule di quelli che mi scrivono.

–    I calciatori non sono considerati degli appassionati di lettura. Sai se qualcuno dei nostri campioni in calzoncini ha letto il tuo Pallonaro?

Che io sappia, no. E se lo faranno non lo diranno di certo.

–    Cosa ti aspetti dal nuovo anno?

Di poter dare po’ di bene. Di riceverlo. E la salute, ballerina, che smetta di ballare. Vorrei innamorarmi ancora. Che le persone a cui voglio bene siano serene. Qualcosa di soldi, per vivere dignitosamente. Che Maurizio impari il rispetto e l’umanità. Che Maria Grazia resti sempre la bella donna che è. Che si abbassi il prezzo delle sigarette (la vedo dura) e che io riesca a trovare una ‘casetta’ editoriale che accolga tutto quello scriverò, che mi promuova e creda in me.


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