le interviste Rivista — 19 febbraio 2014

Esce per SensoInverso Edizioni un romanzo toccante, che senz’altro urterà la sensibilità di ogni lettore perché per sua natura tenderà a metterlo di fronte ai limiti dell’essere umano. Ma il modo in cui lo fa è quello giusto, grazie al quale l’uomo è “costretto” a confrontarsi con se stesso e che, magari, lo aiuterà a renderlo in grado di apprezzare di più la bellezza delle cose semplici della vita.

Abbiamo intervistato l’autrice di “Stella cadente”, Laura Horses:

senso

 

http://www.ibs.it/code/9788867930395/horses-laura/stella-cadente.html

–       Il titolo del suo romanzo è “Stella Cadente”. Ci spiega da dove nasce questa idea e qual è il suo significato?

Una stella cadente, per antonomasia, è associata ad un desiderio espresso in una notte d’estate. Ma per “Stella” si definisce anche un personaggio al di sopra delle parti. La ‘star’ che si può permettere tutto perché ha i soldi per poterselo permettere. “Cadente” per comunicare al lettore che ‘niente dura per sempre’ e Colin lo ha dimostrato nel momento in cui voleva fare un passo indietro e riprendersi la sua vita di ragazzo.

–       Ci racconta di cosa parla il suo libro in modo sintetico?

Racconta la storia di Colin Crowne, il ragazzo di Madison in Illinois. Colin è un famoso cantante rock che si trova a combattere ogni giorno con le dicerie della gente, con le trovate giornalistiche, smettendo di assaporare il gusto delle piccole cose, quelle più comuni e importanti, come la famiglia ed il rapporto con gli amici. Colin vuole scendere dal treno del successo, e ci riuscirà, suo malgrado. E …  be’ non posso svelare tutto.

–       Cos’hanno in comune Colin la bestia, una celebre rockstar, e un semplice impiegato che affrontano la stessa malattia?

Tutto. Il mio intento è quello di descrivere le pene di un ragazzo di 32 anni, che potrei essere io (che ne ho 34), non le pene della rockstar. Credo che se dovessero dirmi che mi resta poco da vivere, farei di tutto per viverla al 100%, realizzando sogni che non potevo permettermi e senza badare alle conseguenze. Mi batterei per sistemare i ‘sospesi’ con amici e parenti, tanto per non avere rimpianti. Colin ha fatto lo stesso, con l’unica differenza che lui passa dal vivere al 100% come ‘star’ al vivere al 100% come Colin. E basta.

–       Quale messaggio vuole inviare al lettore con questa sua opera?

Ho due messaggi, uno più ‘infantile’, l’altro un pochino più profondo.

Il primo : quando vi soffermate a guardare quel poster che avete in camera, che adulate come un Dio, fermatevi a pensare ed a fissarlo negli occhi. Vi dirà più cose quel fermo immagine di tante riviste. Credetemi, a me è successo.

Il secondo : cercate di lasciare meno cose in sospeso, se dovete dire “Ti voglio bene, mamma”, fatelo! Se avete litigato con il vostro/a compagno/a per una cavolata, alza il telefono e fai pace.  Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, perché il domani non è così certo.

–       Ha un lettore tipo a cui il romanzo si rivolge?

Mi piacerebbe dire “Tutti”, ma non riesco a vedere una nonnina che legge un libro condito da tanti francesismi. Il mio romanzo si avvicina a coloro che hanno avuto, hanno (come me tutt’ora) o avranno un idolo. Quindi a ragazzi, o giovani adulti. Lo consiglierei anche a gente più matura, che sono coloro che spesso rimuginano sul passato.

–       Quando e come la passione per la scrittura è entrata nella sua vita?

Una vita fa. Ero alle superiori, primo o secondo anno, non ricordo. Ero l’unica che gioiva quando c’era il tema in classe e cavolo il professore mi premiava spesso, oltre che con un bel voto, leggendo a tutti il mio componimento. Ero quella che non scriveva quello che lui voleva sentirsi dire, ma scrivevo quello che pensavo io, ragazzina di 15 anni su temi sociali o argomenti di pura inventiva. Ricordo ancora quando citò il titolo di un tema “Descrivete un episodio che vi ha visto protagonisti”. Be’, con molta fantasia, raccontai la mia nascita, vissuta in prima persona. Ho preso 10 e lode ed i complimenti del preside. Wow.

Un bel giorno mi prese in parte e mi disse di non mollare, di studiare giornalismo, perché avevo tutte le carte in regola per poter fare della scrittura il mio lavoro. Non lo presi sul serio, ma adesso ci ho ripensato.

–       Come pensa possano essere stimolati e incentivati i giovani ad apprezzare la pratica della scrittura e della lettura?

Non tutti i ragazzi di oggi hanno la fortuna di crescere in una famiglia che apprezza leggere libri. Quindi per incentivarli bisogna aspettare che per loro smetta di essere un obbligo. A scuola ti dicono cosa leggere, come leggere e quello che devi capire da quel libro. Non mi vergogno a dire che fino ai 18 anni leggevo due, forse tre libri l’anno e sinceramente li ho trovati pure noiosi. Poi non so cosa mi sia capitato. Ho iniziato a leggere i grandi classici, che a scuola non avevo letto, ho incontrato uno scrittore americano che scrive romanzi horror che adoro e dall’ora non ho più smesso.

Per la scrittura il discorso è diverso. È un qualcosa che ti senti dentro, chi nasce con il talento del disegno, chi della musica e chi con il talento della scrittura. Non dico di avere talento, ma almeno riesco a mettere insieme due parole su di un foglio bianco. Cosa che non riuscirei a fare con due note su di un pentagramma.

–       Quando scrive preferisce lavorare al computer o è ancora fedele alla cara vecchia penna?

Al computer, solo per una questione di comodità, anche se il profumo della carta sotto l’inchiostro blu, aveva un suo perché.

–       Rilegge il frutto del suo lavoro dopo la trascrizione o ha qualche persona di fiducia che lo fa per lei?

Preferisco farmi le critiche da sola. Ho terminato di scrivere il libro a febbraio dell’anno scorso e dopo averlo stampato, riletto, corretto per circa 20 volte ho creduto opportuno fermarmi. Stavo continuando ad aggiungere, togliere, rimescolare e lo avrei rovinato. Alla fine mi sembra sia uscito un bel lavoro e quando l’ho riletto, sotto Natale, mi è piaciuto e sono rimasta soddisfatta. Se lo facessi leggere in anteprima a qualcuno per farmelo correggere, o sistemare, non lo sentirei più ‘mio’.

–       Ha orari particolari o rituali che la accompagnano nella pratica della scrittura?

Se scrivere di notte, a luce soffusa, con la radio nelle cuffie lo definisce un rituale, allora sì.

–       Progetti per il futuro?

Ne ho talmente tanti che non so da dove iniziare.

Il primo, senza dubbio, è continuare a scrivere. Mi ingolosisce questo mondo e spero mi possa sfamare, nel vero senso della parola. Mi piacerebbe diventasse il mio lavoro e che mi porti lontano. Forse nei luoghi che ho descritto nel libro, che ho ricostruito grazie alle foto su Internet, ma i profumi e le emozioni, quelle, su Google non le ho trovate.  

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