Approfondimenti Rivista — 10 marzo 2014

Chi punta a fare informazione sul web sa bene che la velocità è essenziale. Essere i primi a diffondere una notizia, stare sempre sul pezzo, può fare la differenza a livello di visualizzazioni e quindi d’introiti pubblicitari. Sacrificare una forma migliore e un lessico più appropriato non sembra essere un problema nella frenesia con cui ogni giorno centinaia di blog e siti si danno battaglia per un lettore in più. Sacrificio giustificato anche dagli ultimi dati offerti da Chartbeat, azienda di New York che analizza in tempo reale il traffico su internet: secondo le ultime stime, sono ben pochi gli utenti di un social network che leggono un articolo interamente prima di condividerlo. La maggior parte delle notizie, quindi, non sono lette da chi le retwitta. Dall’analisi del tempo di stazionamento su una pagina web prima della sua condivisione, emerge che gli utenti si limitano a leggere il titolo o al massimo le prime righe di una news, fidandosi solitamente del numero di apprezzamenti già ricevuto da questa per giudicarne l’importanza.

Perché mai quindi concentrarsi sui contenuti quando magari basta un titolo accattivante per una visualizzazione? Gli esperti sostengono che tale fenomeno sia da correlare con la grande espansione del settore mobile: la maggior parte degli utenti visualizza le notizie sul proprio smartphone, dove comodità, tempi e risorse sono inferiori rispetto alle possibilità del desktop e al comfort di casa.

Nonostante questo possa sembrare un problema apparentemente marginale o comunque circoscritto all’ormai immane crollo della cultura nel nostro Paese, si traduce in grattacapi non da poco anche per chi su quelle visualizzazioni ci vive e ci guadagna. Le analisi quantitative basate sul numero di click non bastano più per stabilire l’impatto che un articolo ha sul pubblico, e di conseguenza risulta complicato quantificare la soddisfazione di quest’ultimo rispetto ai contenuti proposti dal social network in questione. Se il contenuto non viene letto, risulta impossibile svolgere un indagine qualitativa, e questo ha ripercussioni sulle campagne pubblicitarie; il tutto si traduce con meno introiti per i siti di microblogging.

Non è un segreto che in molti stanno tentando di limitare questo fenomeno, aziende come YouTube ad esempio hanno iniziato a monitorare non solo i click ma anche il tempo di stazionamento su una determinata pagina e i movimenti del mouse all’interno di essa, cercando di debellare il fenomeno delle false visualizzazioni. Twitter e Facebook lavorano a restyling delle proprie pagine così da migliorarne la leggibilità. Innegabile che lo facciano nei loro interessi economici, ma se una soluzione fosse trovata, potrebbe giovare alla sconfitta di un fenomeno dannoso anche e soprattutto in termini educativi e intellettuali.

Luca Loghi

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