Approfondimenti Rivista — 29 luglio 2012

Particolare e molto affascinante l’avvicinamento di Jack London alla narrativa.
Credo che per riuscire a comprendere a 360 gradi il punto di arrivo di un percorso, quest’ultimo debba essere analizzato nella sua interezza. Questa regola ha ancor più valore se parliamo di Jack London. E’ importante, quindi, avere una visione d’insieme di quella che fu la vita di questo scrittore. Perché, come sappiamo, il vissuto di ognuno di noi incide sempre e inevitabilmente sul nostro percorso.

Jack London nacque a San Francisco nel 1876. Non fu quella che possiamo definire una nascita gioiosa e desiderata: suo padre cercò di convincere la madre ad abortire e lei in un momento di disperazione tentò invano di suicidarsi. A pochi mesi dalla sua nascita la madre si risposò con John London e il padre si disinteressò completamente di lui. London crebbe quindi con la madre e il padre adottivo, ma fu tenuto all’oscuro di tutto e fino all’età di 21 anni credette che l’uomo che lo aveva cresciuto fosse il suo vero padre.
Un’esistenza travagliata quindi, fin dai primissimi anni, che molto presto diede i suoi risultati: quando era solo un bambino, frequentava già compagnie poco raccomandabili, tra ladri e contrabbandieri. Negli anni successivi condusse la vita del vagabondo, intraprendendo le esperienze lavorative più improbabili: lo strillone di giornali, il pescatore clandestino di ostriche, il lavandaio, il cacciatore di foche, il coltivatore e diversi altri lavori.
Nel 1897 quel suo già fragile mondo di carta crollò definitivamente, nel momento in cui scoprì la verità sul suo passato e la sua famiglia.

Appena un anno prima nella costa occidentale dell’America, un qualunque pescatore di salmoni, George Washington Carmack, trovò del metallo luccicante, dando vita ad una frenetica corsa all’oro che nel giro di due anni assunse dimensioni elefantesche, coinvolgendo più di 100mila persone. C’era chi cercava un po’ di avventura, chi ricchezza, chi voleva semplicemente rincorrere un sogno.

A London sembrò l’occasione perfetta per un po’ di amata avventura, o semplicemente per guarire le sue ferite personali e scacciare quei fantasmi che tanto lo tormentavano.
Il 25 luglio del 1897 si imbarcò alla volta del Nord Ovest, per unirsi a questa folle impresa della corsa all’oro.

Una delle tappe più importanti di questo viaggio fu l’inverno passato all’interno di una capanna. Fu forse il momento in cui riuscì apparentemente a trovare se stesso. “Lì nessuno parla. Tutti pensano. Puoi trovare il giusto punto di vista. Io ho trovato il mio”.

Nel maggio del 1898 London si rese conto che quell’impresa altro non era che un’utopia, e la sua ricerca dell’oro terminò.
Iniziò, però, un’altra impresa, decisamente più importante: quella della memoria. London decise di mettere per iscritto i ricordi più significativi di quell’esperienza indelebile.
Scrisse Un Natale nel Klondike e altri sette racconti, ma rimasero inediti e furono pubblicati postumi soltanto Nel 1976. Nel 1925 Chaplin realizzò La febbre dell’oro.
Da allora London si dedicò interamente alla scrittura e ben presto divenne tra i più famosi scrittori del tempo.
In tutta la sua carriera letteraria scrisse circa 50 volumi, uno di questi fortemente autobiografico: Martin Eden, la storia di un giovane marinaio che si scopre scrittore e che una volta raggiunta la fama sceglie di autodistruggersi.
Infatti Jack London non riuscì mai completamente a trovare quell’equilibrio interiore che sempre gli era mancato. Continuò a vivere di eccessi e nel 1916, a soli 40 anni, morì, probabilmente distrutto dall’alcool.

 

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