Approfondimenti Rivista — 06 ottobre 2013

Si fa sempre un gran parlare di quanto sia pratico e di quanto sia rivoluzionario utilizzare un computer e una rete internet per azzerare e rimuovere i confini di spazio e tempo.

Ma niente è totalizzante, nemmeno la tecnologia. E così il partito dei nostalgici, dei romantici e dei passionali che tentano di continuare a vivere in modo “tradizionale” resta sempre piuttosto corposo. Almeno per qualche altro anno.

Un membro di spicco dello schieramento “anti-tecnologia” è senza dubbio Jon McGregor, scrittore e giornalista del Guardian, che ha deciso, da inizio anno, di prendersi una pausa dall’inviare e rispondere alle e-mail.

Una vacanza volontaria da uno dei mezzi tecnologici più immediati che ci siano.

McGregor ha motivato la sua scelta sostenendo di voler “riscoprire” il piacere di scrivere lettere di suo pugno.

Carta, penna e calamaio, quindi. Cancellature sugli errori, calligrafia orribile e niente copia-incolla.

Il suo racconto ha indubbiamente un qualcosa di romantico. Anziché allegati e collegamenti ipertestuali, McGregor e i suoi corrispondenti sono soliti inserire all’interno delle buste postali pezzi di nastro, foto, ritagli di giornale, tutti oggetti fisici che possono essere conservati in un cassetto e vengono resi più preziosi dal fatto che il tempo li usurerà inevitabilmente, e non file da tenere salvati su un hardisk.

Il ribelle McGregor considera inoltre un punto di forza quello che praticamente ognuno di noi crede sia un’obsolescenza vera e propria, ossia i tempi e le distanze, che restano e che non rappresentano un ostacolo così insormontabile. A chi potrebbe obiettare che esistono degli scambi di informazioni urgenti che le e-mail rendono immediati e prioritari, McGregor risponde diretto: “Se la tua e-mail è urgente allora ti chiedo di riconsiderare la tua definizione di urgenza”.

Sembra una rivoluzione copernicana a tutti gli effetti: prima le e-mail hanno mandato in pensione le lettere nel giro di pochissimo tempo, ora ci sono professionisti che con le e-mail dovrebbero farci colazione che sostengono che la carta e il francobollo siano meglio delle e-mail per gli stessi motivi che hanno invece reso indispensabile la posta elettronica. Paradossale.

C’è anche altro, però: secondo McGregor l’aura di segretezza e di riservatezza che regalano le lettere scritte a mano rende lo scambio epistolare più “profondo”. Si viene a creare un rapporto più intimo tra chi comunica scrivendosi via posta.

Una visione davvero affascinante, e probabilmente anche veritiera ma, mi chiedo, quest’aura di intimità le lettere non l’hanno acquisita solo ora che non si utilizzano praticamente più? Non è stata la tecnologia a renderle “speciali”? Mi piace pensare che le lettere siano diventate qualcosa di raro per un motivo, ossia per essere utilizzate per le rarità, per i momenti speciali e profondi, per le persone uniche. Dunque, se dovessi fare una dichiarazione d’amore a qualcuno che è fisicamente distante centinaia di chilometri da me e che non ho modo di raggiungere, probabilmente non deciderei di farlo via mail, ma forse non è nemmeno questo il punto.

Il centro della questione è che le mail non si scrivono con lo stesso pathos delle lettere, a prescindere. Se mettessimo cuore e purezza nello scrivere mail probabilmente anche lo schermo freddo del pc riuscirebbe a far commuovere il nostro destinatario.

E in ogni caso vedo un qualcosa di ipocrita nel tentativo di boicottare le e-mail professionali ma poi magari uscire dall’ufficio e scrivere un sms alla propria amata, o meglio ancora telefonarle, mandando a farsi benedire il principio della bellezza delle distanze.

È il modo in cui si compie un’azione a essere decisivo, sempre e comunque. Il mezzo è, e deve restare, appunto, solo un mezzo.

Daniele Dell’Orco

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