Approfondimenti Rivista — 15 maggio 2013

Quando qualcuno scrive di “noi” non possiamo non leggere. Quando, soprattutto, qualcuno scrive sulle pratiche che come un gesto quotidiano ripetiamo inconsciamente, non possiamo non riflettere.

Questo è il primo dei tre appuntamenti fissati da Scrivendo Volo con Marco Calosci. Il giovane fumettista è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’università di Roma Tre, e di seguito verrà proposto un estratto della sua tesi di laurea dal titolo: “Antropologia delle pratiche commemorative funebri on-line.”

Attraverso Facebok, la commemorazione funebre ha infatti assunto una veste insolita, e le persone mostrano e condividono la sofferenza. Come e perché ce lo spiega Marco Calosci.

L’argomento vi convincerà, i “nostri” modi vi stupiranno! 

Nell’ultima parte del primo decennio del 2000, la capillare diffusione del social network Facebook ha fatto registrare una nuova rivoluzionaria tendenza in occasione del decesso di personaggi celebri: la diffusione pubblica di contenuti, pensieri e parole riguardo all’accaduto.

Ogni qual volta scompare un vip, a migliaia, talvolta a milioni se la star è internazionale, scrivono qualcosa sull’argomento e lo pubblicano sulla loro bacheca.

Negli ultimi cinque anni a decine di personaggi famosi scomparsi sono corrisposti milioni di aggiornamenti di status che, tra il serio e il faceto, commentavano l’accaduto.

Ogni volta che un utente piange la star amata sulla propria bacheca Facebook non è una persona qualunque, non è un altro in mezzo ad una folla. In quel momento a piangere, a soffrire, sono i Luca Rossi ed i Mario Bianchi che nel commemorare ci mettono la faccia, il nome e il cognome. Non a caso Facebook vuol dire “libro delle facce”.

La sfera della commemorazione privata assume in questa maniera una nuova veste e da quella che era una triade di privato-pubblico-privato si viene a creare un circolo. Ovvero, se prima il lutto privato dei familiari del morto illustre diveniva pubblico grazie alla notorietà del personaggio, per poi essere assimilato nuovamente a privato dal “fan” che incorporava in sé il dolore del lutto pubblico, appropriandosene e privatizzandolo, adesso questi lo esterna nuovamente in pubblico. Anche prima il lutto poteva venire esternato in pubblico “mettendoci la faccia”, scene di pianto in mezzo a sconosciuti davanti al feretro del morto illustre, dolore esternato nella pubblica piazza davanti ad altri che soffrono lo stesso dolore. Dov’è la differenza? Una prima differenza possiamo forse trovarla nel cosiddetto “metterci il nome”, d’altronde i nomi che leggiamo nei telegrammi con oggetto la morte di Tolstoj ad Astapovo, non erano indirizzati ai nostri occhi e se non fosse stato per certi scaltri giornalisti che (con quali mezzi non ci è dato sapere) si appropriarono delle informazioni, non ci sarebbero certo arrivati. Ma dopotutto il maestro di scuola, definito un rappresentante dell’intellighenzia, si alzò in piedi nella stanza del feretro dello scrittore russo e pronunciò parole toccanti davanti alla cittadinanza raccolta. Dopo questo caso abbiamo visto che nell’era moderna il ruolo è transitato nelle mani delle autorità che, tramite giornali, si pronunciano a nome della cittadinanza. Esse svolgono però un ruolo di rappresentanza. I politici, ad esempio, sono stati eletti proprio dalla popolazione votante, quindi divengono loro portavoce. Ma i “Mario Rossi” a nome di chi si esprimono?

In questo sta la novità: si esprimono a nome proprio, per loro stessi.

Nessuno li ha incaricati, consciamente o inconsciamente, di svolgere questo ruolo. Ciò che fanno lo fanno perché è una loro volontà, una loro necessità. Da privati, che hanno interiorizzato il lutto pubblico e ne soffrono privatamente, esprimono sulla pubblica piazza, telematica questa volta, il proprio sentimento privato, rendendolo pubblico e mettendolo a disposizione di qualsiasi utente, suo pari, che potrà venirne a conoscenza e a sua volta condividerlo o ignorarlo.

In occasione della morte di Michael Jackson, avvenuta nel 2009, durante la cerimonia funebre è stata registrata un’attività di seimila aggiornamenti di status al minuto.

Caso analogo in Italia per la scomparsa della poetessa Alda Merini, nell’accompagnarla ecco come si esprimono gli utenti il 1 novembre 2009, giorno della morte. Riporteremo da adesso in poi tutti gli status su Facebook testualmente per non snaturare nulla:

  • Mary La Ferlita: Grandissima, la più grande e amata!

  • Daniele Visioni: Che grande…

  • Antonella Torquati: Alda, tu ci mancherai… ma resterai immortale nelle tue parole…

  • Gabriele Coccia: Amata e Grande

  • Billo E Basta: Sicuramente non la conoscevo benissimo e questo mi spiace… ma so che è una grande poetessa … ciao alda ..dopo fernanda (Pivano) anche tu voli via….

Altri si impegnano per cercare parole diverse, ricercando termini e periodi complessi, cercando di infondere una maggiore profondità:

  • Marco Bomboli: …nonostante i versi che rimarranno ai posteri, lascia un vuoto incolmabile nella poesia italiana contemporanea… è un momento triste per Milano e per l’Italia… nn ho letto tutte le sue poesie ma sono rimasto colpito da alcuni suoi versi… una sensibilità unica… ciao Alda… rimarrai sempre nei nostri cuori…

  • Patrizia Zancan: una vita difficile espressa in modo sublime..peccato x ciò ke nn darà più ma grazie x ciò ke ha lasciato..

  • Mario D’amora : Un saluto ad un personaggio letterario pieno di profonda umanità.Ciao Alda

Schemi che diventeranno comuni andando avanti, incominciano a profilarsi all’orizzonte. Anche nel caso della Merini i “ciao” si sprecano, così come i R.I.P. Ovvero il rest in peace (riposa in pace) d’origine americana-cristiana, spesso usato in una veste che immaginiamo essere laica. Chi ci lascia, per il privato che lo commemora è sempre “il più grande”, nel suo campo o in generale. Il morto che se ne va “resta nei nostri cuori”, di lui ci rimarranno le sue opere che sono ormai immortali, poco importa che si tratti di prosa, poesia o canzoni.

Chi se ne va “resta nei nostri cuori” e poi “vola via”, non sappiamo se voli verso un paradiso cristiano o un’idea laica di un qualcosa che sta su e dove vanno i defunti.

Quando a morire è una persona famosa allora chi lo commemora ne parla come del suo preferito, e quando muore lo si confronta sempre a qualcun altro del suo “rango” che è già morto. Dice Pozner che Tolstoj è uno di quelli che decide quando morire, come Goethe o Voltaire; l’utente Billo E Basta saluta Alda Merini che è volata via dopo Fernanda Pivano, teniamolo a mente, torneremo a parlarne più avanti.

Alla morte di Amy Winehouse e Whitney Houston, entrambe cantanti, i messaggi sono così simili che, nascondendo il nome della defunta, potrebbero confondersi ed essere invertiti. Ppesso il saluto è espresso con un brano della canzone dell’estinto, o con un video dello stesso. Ben si presta “I will always love you” all’estremo saluto della storica popstar.

Amy Winehouse

  • Carli :”RIP Amy, eri la mia cantante preferita e quello che è successo è incredibile”

  • Lynn “Avevi una voce spettacolare, ci mancherai Amy”

Whitney Houston

  • Carmela Bisicchia: mi dispiace tantissimo peccato fosse entrata in un tunnel maledetto aveva una voce bellissima ma sono sicura che e’ felicissima dove si trova adesso

  • Anna Marchese: era è sarà sempre la mia cantante preferita!!!R.I.P.

  • Lawan: I will always love you!

Un primo effetto che la commemorazione 2.0. può provocare è una spersonalizzazione del morto. Se il commento non è preceduto dall’indicazione del nome del defunto le parole possono suonare vuote e intercambiabili, in queste circostanze emerge la verità oggettiva: non si è mai conosciuto personalmente l’illustre scomparso. Ogni cantante che ci è piaciuto avrà per noi “una voce bellissima”, “unica”. Estrapolati dal contesto, in questo caso le pagine Facebook dedicate alle due cantanti, i commenti si mostrano in tutti i loro limiti. Tuttavia questo ci fa tornare i modelli comuni riscontrati da De Martino nella lamentazione lucana, dove afferma che il ripetersi di uno schema preciso “crea una protezione destorificante che media la singolarizzazione del dolore”. Ovvero il ricorso a schemi precisi e conosciuti nella lamentazione, così come nella commemorazione 2.0 aiuta il sofferente a non farsi sommergere dal dolore ma a ristabilirlo in un ottica comunitaria. In riferimento alle lamentatrici siciliane annota che “i loro canti.. son sempre gli stessi e si tramandano inalterati di generazione in generazione: mutano il nome e qualche circostanza accessoria[…]”.

Quindi quelli che abbiamo davanti sono dei modelli-tipo della lamentazione/commemorazione, da utilizzarsi in caso della scomparsa di un cantante.

Il “ciao” ed il “RIP” sono invece, evidentemente, modelli generali ed universali appartenenti tanto al pubblico quanto al privato.”

Marco Calosci

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