Approfondimenti Rivista — 03 novembre 2012

Un proverbio di vecchia data (e forse di dubbia veridicità), recitava così: “parenti, serpenti”.

Da bambina, Scienza e Letteratura me le immaginavo un po’ in questo modo. Lontane parenti. Parte di un’unica, stessa, grande famiglia.

Scorbutiche e arcigne tra loro come vecchi randagi di strada, pungenti come un concerto di unghie sulla lavagna. I fianchi pingui, le spalle massicce e ricurve, uno scialle violaceo in lana dura, dal quale spunta, spiovente, un colletto ricamato. Gli occhi grandi, languorosi circondati da un alone di ombre profonde che fanno pensare a passioni mai tramontate e promesse di scoperte struggenti. Lo sguardo vispo, con un che di arcano ed eterno, pronto ad affrontare il mondo attraverso un difficile lavoro di alchimia delle parole.

Bisticciano come suocere altere e, con saccenza inaudita, ognuna vuole francamente dire la sua.

Ciascuna gelosa del proprio dominio ma, sotto sotto, entrambe giocosamente disposte a mischiarsi, a intricarsi, a intrecciarsi all’unisono.

Italo Calvino, in uno dei suoi saggi più illuminanti, scriveva: “L’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono: entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione”.

Sono belle parole. Ma quanti di noi ci credono davvero?

Nel 1959, Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese, accendeva un dibattito vivacissimo grazie alla pubblicazione del pamphlet “The two cultures and the scientific revolution”. Il suo intento era descrivere la dicotomia in auge tra le due “culture” (quella scientifica e quella umanistica), corrispondente a una totale, disdicevole incomprensione tra scienziati e lettorati. Con grande lungimiranza, Snow deplorava l’ignoranza scientifica dimostrata da chi possedeva basi umanistiche e ne auspicava il superamento attraverso un diverso sistema educativo.

Un incontro-scontro tra scienza e letteratura esisteva, ed era distintamente percepibile agli occhi di chicchessia. Era placidamente ammissibile che un letterato, esperto in critica dantesca, potesse non conoscere le leggi di massa e accelerazione di un corpo; al contrario, il biologo che non padroneggiava i morbidi versi shakespeariani, poteva dirsi un ignobile mentecatto.

Peraltro, questo tirannico snobismo degli intellettuali nei confronti della scienza era concretamente dannoso al progresso dell’umanità.

A onor del vero, Snow non aveva tutti i torti, tuttavia oggigiorno la riflessione deve fare un ulteriore passo in avanti. Scienza e Letteratura non sono e non debbono essere considerate in competizione tra loro, bensì complementari.

Ancora una volta è Calvino a prenderci per mano e a dispiegare il senso profondo della loro intrinseca unità. Con luminosa chiarezza, spiega: “La letteratura costruisce i ponti tra i modelli della logica scientifica e l’esperienza e il linguaggio quotidiani: più la scienza va avanti più c’è lavoro per la letteratura.”

Oggi, è generalmente accettata e condivisa. La stessa scienza non è più subordinata né subordinante alla letteratura e gode di profumatissimo rispetto. Ian McEwan, Richard Powers sono solo alcuni nomi dei nomi che, attualmente, attingono alla sfera scientifica per dare corpo alla loro letteratura. Un altro personaggio degno di nota è H. G. Wells che, alle soglie del ventesimo secolo, ascoltava, incantato, le lezioni di scienze naturali impartite da un brillante insegnante, Thomas Huxley, discepolo di Charles Darwin. Carpiva, così, il segreto di una scienza solenne, ma anche bizzosa e imprevedibile. Nella mente di Wells, in mezzo a una processione di formule matematiche, leggi fisiche e biologiche, si mette a fare le capriole la Fantasia, quella fantasia che lo porterà a dare vita a romanzi di fantascienza del calibro de “La macchina del tempo”, “La guerra dei mondi” e “L’isola del dottor Moreau”.

Wells è considerato uno dei padri del romanzo scientifico, in quanto riuscì a realizzare una felice fusione tra le atmosfere fantastiche e il pensiero scientifico. Le sue opere sono un intelligente strumento di analisi sociale e morale. A riprova del fatto che, dallo spericolato intersecarsi di numeri e lettere, ne affiora pur sempre qualcosa di irresistibilmente buono. 

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