La contesa di Marcorante Rivista — 04 febbraio 2013

SCENA VII – Marcorante sogno o son desto?

Il ragazzo correva verso palazzo, attraversando il giardino e si imbatté, con lo sguardo, in una bellezza fuori dal normale. Qualcosa che mai avrebbe pensato di conoscere al suo occhio.

MARCORANTE: Oh su dunque, mio Dio, dimmi un po’ di chi si tratta. Chi è quella fanciulla che gioca sul pozzo del muschio, con tanta grazia, pari a quella di una danzatrice provetta di palazzo. Le sua mani sono fatate, il suo volto è angelico. È forse una visione? Non pensavo la tua forza nel ideare l’umanità potesse giungere sino tanta perfezione. Io mi inchino di fronte voi e di fronte ad ella creatura. Contornata di raggi di sole rosso che amplificano i suoi contorni, curve sinonimo di limpidezza e candore. Vorrei udire la sua voce e trastullarmi nell’ascoltarla ripetutamente. Non ne fa ostentazione, ma la sua avvenenza è fuori dal comune. Non posso che volere un suo incontro, un suo sguardo. Lo rapirei all’aria e lo socchiuderei nei miei pensieri per fare in modo che possa illuminare il mio cammino nei giorni più bui, nelle difficoltà e nelle avversità che un giorno dovrò esser in grado di affrontare. Chi è ella? Chi è?! Mio Dio, perché questo segno? Parlando d’amore con Cadila, pensavo di essere un consumato della materia, ma oggi un nuovo argomento tu mi poni di fronte ed io mi sento un insulso scolaro della prima giornata. Le mie gambe tremolano sperando che i suoi occhi celesti cadano sui miei, ma questo mi creerebbe una vergogna tale da farmi impazzire. Oddio! Cosa io voglio davvero? Le sue candide labbra mi chiamano, lei è più di un desiderio, lei è la massima aspirazione che una vita umana potrebbe ambire ad assumere. Le sue spalle sono perfette, forme delicate che rendono giustizia al viso che contornano. Che sia ciò, quel che Cadila chiama amore, senza aver mai conosciuto?

Il ragazzo rimase in silenzio a contemplare la ragazza [ mentre le note di “Amazing Grace” rendono da perfetta colonna sonora al momento catartico]

La ragazza si alzò e saltarellando sparì dalla scena. Marcorante entrò, dal posto in cui osservava, e inibito da quella visione si siede chiedendosi se fosse una visione o una realtà.

MARCORANTE: Fosse questa la realtà, oppure è semplicemente una tua visione? Io mi sento confuso e allibito. Mi sento smarrito e non credo di aver alcun modo per rincontrarla. Perché mai una simile presenza celestiale saltellava per i giardini della contea di mio padre? Lo incontrerò e chiederò lui di chi si tratta, sempre che fosse verità e non fantasia.

SCENA VIII – Ingratitudine

Il ragazzo entrò in palazzo e incontrò il padre, nella sala d’attesa. Mantorato lo aveva informato che Miosite lo attendeva per parlare.

MIOSITE: Vi porgo i miei saluti, mio adorato erede.

MARCORANTE: Padre, mi è stato detto che mi volevate vedere. Perché tanta fretta? Qual problema vi perseguita?

MIOSITE: Non è problema, ma è scelta. A giudicare da quel che vi riguarda, una fortuna.

MARCORANTE: Vi prego di parlarmene. I miei interrogativi si moltiplicano ed ancora non ho recepito neppure l’argomentazione del messaggio che mi mandate.

MIOSITE: Si trattata della vostra persona. Avete ricordo di Sir Ludovic?

MARCORANTE: Certamente padre. Un vostro caro amico, piuttosto affarista e solito a ripetere gli errori più e più volte. La vostra notizia non inizia nel migliore delle maniere.

MIOSITE: Marcorante! Voi e le vostre manie di protagonismo. Tenete a bada la vostra lingua, avete sempre critiche da regalare. Ditemi piuttosto, invece, cosa ne pensate della figlia di Sir Ludovic.

MARCORANTE: Che io sappia, non credo di aver avuto l’onore di conoscerla. Non bramo alcun interesse a parlarne, non ne vedo il motivo.

Il padre si voltò e gli si pose di fronte. Erano vicini e l’ambiente si scaldò.

MIOSITE: Non mi interessa cosa bramate o meno. Io ho già deciso per voi. Lei sarà la vostra consorte ed il matrimonio avverrà a breve.

MARCORANTE: Giammai! Come vi permettete di scegliere per me, cosa avverrà del mio futuro?! Solo io posso proferire a tal proposito, anche se al fato non si comanda.

MIOSITE: Il destino. Esatto figlio mio. È stato proprio lui ha fare in modo che Sir Ludovic si interessasse a voi. Ho già avuto il piacere di conoscere Navilia. Dovreste ritenervi fortunato.

MARCORANTE: Navilia? Conoscere? Quando è stato?

MIOSITE: Stamani. Abbiamo passeggiato nel giardino. La ragazza dovrebbe essere ancora in giro. Ho lasciato a Sir Ludovic la possibilità di fare ancora qualche passo nella zona dei laghi. Credo ora sia con lui.

MARCORANTE: Una giovine nel parco?

MIOSITE: Sì, l’avete per caso già vista?

MARCORANTE: No. A questo punto credo non resti altrimenti che conoscerla. Per quanto riguarda il matrimonio, ne riparleremo.

MIOSITE: Io ed il padre di Navilia abbiamo già scelto. Impara ad amarla e tenta di essere felice. Questo matrimonio è troppo vantaggioso. A Sir Ludovic occorre un tratto di terreno, ed a noi occorre un titolo nobiliare di più alto rango. Ho scelto per il vostro bene.

MARCORANTE: Io solo posso sapere cosa occorre al mio benessere.

MIOSITE: Impertinente! Dovreste ringraziare il Signore di essere l’unico erede alla Contea, altrimenti io vi avrei già sbattuto fuori da tempo. Il rispetto, figlio mio, il rispetto. Una grande virtù che il tempo e le regole non scritte, hanno permesso di dimenticare ingiustamente. Ora vattene, lasciami osservare ancora un attimo questo tramonto.

MARCORANTE: Io me ne vado padre, ma la mia posizione non cambia.

Marcorante esce di scena.

MIOSITE: Cambierete una volta conosciuta Navilia. Ingrato.

SCENA IX – L’annuncio

La donna raggiunse il marito nella sala d’attesa, dove di solito si ricevevano i cari. Lei aveva indosso una vestaglia leggera, per tentare di far apparire una voglia, ormai addormentata, nel marito. Lui però, portava con sé notizie fresche di mattinata, notizie che la donna non poteva immaginare neanche lontanamente.

MIOSITE: Cadila! Fiore della contea, prego accomodatevi. Ho grandi notizie in serbo per voi.

CADILA: Miosite, fatevi prima baciare.

MIOSITE: Ora sedetevi, per favore. Stamani ho ricevuto una visita fondamentale. Sir Ludovic, si è presentato a palazzo.

CADILA: Sir Ludovic, di quale favore bisognavano le sue tasche questa volta?

MIOSITE: Nessuno, Cadila! Mi ha chiesto la mano di Marcorante. Vorrebbe unire Navilia a nostro figlio in matrimonio.

CADILA: Voi avete rifiutato spero!

MIOSITE: Assolutamente no. Quel tale ha il titolo nobiliare che rincorriamo da secoli, la nostra famiglia bisogna di un titolo di più alto rango. Mi sembra un guadagno!

CADILA: Stolto! Lui vorrà le nostre terre e le nostre tasche! Non l’avete compreso?! Miosite! Quella vostra amicizia vi rovina ogni volta, sgretolando la nostra famiglia!

MIOSITE: Cadila, per l’amor del cielo. Trovate pace. Non pensavo foste a tal punto contraria ad un matrimonio per il vostro unico figlio.

CADILA: Sarei ben felice di vedere Marcorante all’altare, credetemi. Di certo non con Sir Ludovic dall’altra sponda! Quell’uomo è un bruto!

MIOSITE: Cadila! Io vi ho concesso rispetto, ma non accetto un simile tono di voce! Trovatevi un calmante mogliera mia. Marcorante andrà a nozze, che vi piaccia o che non vi piaccia!

CADILA: Le vostre decisioni sono irrevocabili, oramai conosco la prassi, ma non chiedetemi di stringere amicizia con quell’energumeno!

MIOSITE: Mia adorata moglie, ora andate e vestitevi! Questa sera a tavola avremo di cui discutere, vi è un banchetto di fidanzamento da organizzare!

CADILA: Certo! Prima di ciò però, potremmo approfittarne per concederci delle piccole gioie, non trovate?

MIOSITE: Moglie! Non ho tempo ora di giocare. Il tempo del pensiero si è fatto da parte, è il momento di agire.

CADILA: Miosite, la nostra vita sentimentale è ferma da tanto tempo! Potreste fare uno sforzo!

MIOSITE : Su questo argomento ne riparleremo a sera! Mia Cadila, festeggeremo certamente. Il matrimonio di nostro figlio, sarà l’evento più importante del secolo.

CADILA: Non ho dubbi in proposito.

La donna contrariata se ne andò, non nascondendo la rabbia per l’ennesimo rifiuto. L’uomo, non si accorse di ciò e si voltò nuovamente verso la finestra, una delle sue posizioni preferite. Contemplava il sole che lentamente spariva all’orizzonte.

Quel momento glia aveva sempre trasmesso magia e Miosite non se lo perdeva mai. Entrò lentamente e con rispetto, il servo Mantorato. Con delicatezza richiamò l’attenzione del Conte.

MANTORATO: Mio padrone, la cena è pronta.

MIOSITE: Mantorato! Servo mio prediletto, grazie per la vostra chiamata. Arriverò a breve.

MANTORATO: Un onore servirvi.

Il servo esce.

SCENA X – Monologo alla luna

La donna si trovava nelle proprie camere. Il vestito trasparente con cui aveva tentato di catturare il marito ra calato. In dosso aveva un telo che le copriva le parti più intime e null’altro. Si sedette con delicatezza su una poltrona antica e con lo sguardo osservò la luna sul suo nascere.

CADILA: Oh luna, perché mi fai questo? La tua lucentezza mi abbaglia, facendomi sentire una stolta. Una povera donna che pensava di poter amare il proprio figlio per il resto dei suoi inutili giorni. Un matrimonio ora, non è questo ciò di cui lui sentiva il bisogno, non è questo ciò di cui io sentivo il bisogno. Io nutro ancora voglie nascoste e perverse nei suoi confronti e forse, per sempre le nutrirò. Sono stata rinnegata per l’ennesima volta da un marito che anziché prendermi e denudarmi, mi riveste e mi allontana. Oh luna, quanto sei bella! Il fuoco che arde dentro di me, inizia ad espandersi e sento che se non lo controllo, rischio di prendere fuoco anche io con lui. Il bruciore mi pervade, non posso limitarlo, viene dall’alto e non ho nulla che possa porlo in scacco. Mi sento presa, catturata, sono fatta sua. Ho paura, luna! Ho paura di perdere l’unico uomo che mi abbia mai fatto strillare dal piacere e non dal disgusto, in una vita costruita da mio padre, per suo piacere. Di un matrimonio combinato che non volevo e che non ammiro. Oh luna! La tua maledizione giace su di me, come la più pesante delle pietre e mi riporta con la mente a quando iniziai con quel giorno, a commettere quel peccato. Mostrami la via con il tuo lume tanto chiaro da illuminare la notte, il buio più scuro.

La donna si alzò e si portò al camino, spento. Accarezzò la cornice in mattoni di questo e poi si sedette a terra sul tappeto. Restò seduta, poi alzandosi si osservò il corpo.

CADILA: Sono forse un gioco del demonio? Perché non ho diritto di avere un rapporto con la persona che amo. Io non credo sia un sentimento genuino, ma è colui che più si avvicina a farmi sentire donna e viva. Apprezza il mio corpo e la mia anima, nonostante lui stesso sia parte di questa. È forse vero che chi ha una relazione con il proprio figlio debba essere definita reietta?

La donna si lasciò andare allo sconforto e scoppiò in lacrime. La luna irradiò esclusivamente il corpo della donna, come se fosse baciata da una bocca celeste.

[Si chiude il sipario]

SCENA XI – La supplica di Cadila

Marcorante che camminava avanti ed indietro. Ad un certo punto, Cadila, giunse a lui trafelata.

MARCORANTE: Madre perché mai questa vostra chiamata a quest’ora brava?

CADILA: Io e voi, figlio mio, dobbiamo parlare assolutamente.

MARCORANTE: Sono qui, ditemi. Dopo che abbiamo intrattenuto la discussione, possiamo anche prenderci qualche tempo di pausa del mondo. Camera mia è molto confortevole, è da tempo che non vi entrate.

CADILA: Marcorante! Avance sessuali a quest’ora?! In palazzo e con vostro padre nei paraggi?! Vi siete bevuti il cervello. Io vi ho chiamato solamente per raccomandarvi di non sposarvi con la figlia di Sir Ludovic.

MARCORANTE: Perché mai madre? Mi incuriosite.

CADILA: Quell’uomo è malvagio e vuole le nostre terre. Farà fuori vostro padre ed anche voi, una volta unito in matrimonio con sua figlia. Non ha scrupolo.

MARCORANTE: La vostra voce è redatta dalla gelosia. Tenete a bada i vostri sentimenti spregevoli per quel bruto, e lasciate liberi il vostro amore per me.

CADILA: Figlio mio! Come potete pensare al peccato, in un simile momento?

MARCORANTE: La notte è stata creata dal Signore per permettere di peccare all’oscurità del sole, forza celeste in grado di illuminare ogni angolo della nostra terra.

CADILA: La violazione resta tale, sia che la si compia di notte, sia che la si compia di giorno. Siete ancora giovane, avete tanto da imparare figlio mio.

MARCORANTE: Lo farò al vostro fianco. Non intendo sposarmi, ma voi madre, dovrete aiutarmi nel convincere quello stolto di nostro padre, che festante è in procinto di organizzare banchetto.

CADILA: Questa sera a cena mi ha parlato di ogni più e meno. Tutto è in fase di programmazione, a breve verrà stilata la lista delle compere e si deciderà il giorno. Voi figlio mio, non dovrete mai uscire di palazzo. Non dovrete mai, per nessuna ragione, far cadere i vostri occhi su quella fanciulla.

MARCORANTE: Perché mi dite questo? Voi avete realmente gelosie nei suoi confronti? Mi volete esclusivamente per voi non è vero? Oh madre, ma io non potrei mai dimenticare le vostre gesta. Questo parlare, mi ha seccato la gola e mi ha reso la voglia. Venite madre, trasgrediamo alle regole!

CADILA: Fermo!

MARCORANTE: Se voi non verrete con me io non terrò conto delle vostre parole.

CADILA: Figlio mio! Questo si chiama ricatto e non è apprezzabile. Voi siete l’erede al trono della contea. Dovreste avere ben altri modi. Ritirate le vostre parole.

MARCORANTE: Oh voi mi farete compagnia nel letto, od io rinnegherò le vostre raccomandazioni e mi unirò alla sconosciuta. Ma non temete, continuerò a farvi visita ogni notte ed ogni pomeriggio di libertà dagli impegni del palazzo.

CADILA: Pazzo! Decerebrato! Io non ho più aggettivi nelle vene per esprimere il mio disappunto nei vostri confronti. Siete tanto affascinante, quanto stolto!

MARCORANTE: Baciatemi e seguitemi nelle mie stanze.

CADILA: Mi prometterete che non sposerete quella donna?

MARCORANTE: Unite le vostre labbra alle mie, siete il mio più grande desiderio ed ho un’impaziente voglia di realizzarlo. Questa sera però, ve ne prego, non urlate come oggi nella foresta. Vi farò gioire comunque.

Marcorante rubò l’ennesimo bacio alla madre, che mentì a sé stessa. I due sgattaiolano nella camera del giovane [sipario si chiude]

SCENA XII – L’amicizia con l’esecutore

Non troppo lontano dal palazzo della contea, un uomo in completo abito nero, bussava alla porta di quella che a prima vista pareva l’osteria del ghetto.

SCONOSCIUTO: Chi va la?

SIR LUDOVIC: Vi sono sempre troppe persone in circolazione, non crede?

SCONOSCIUTO: Il signor Smith, vi attende.

Sir Ludovic, incappucciato, entrò nel locale. L’uomo che gli aveva aperto, si fece seguire fino ad una seconda porta. Si congedò dicendo che all’interno, Smith lo attendeva.

LORD SMITH: Non trovate che vi siano troppe persone, realmente, in circolazione?

SIR LUDOVIC: Certamente, l’ho sempre pensato. Anche per questo, voi ed io siamo grandi amici.

LORD SMITH: Dovreste smettere di ricordarmi la nostra amicizia. Mi porta a pensare al tempo da cui la conosco e questo mi ricorda la mia ormai non più giovane età.

SIR LUDOVIC: Il giorno che lei si spegnerà, questo mondo conterà una persona di cui andar fiero, in meno. Anche io, d’altra parte, non sono più vispo come un tempo sapete?

LORD SMITH: Forse dovremmo accettare la situazione e concentrarsi sulle faccende all’ordine del giorno. Adoro ricevere la vostra visita, ma ogni qualvolta accade, poi vi scappa sempre il morto.

SIR LUDOVIC: Non ne dubito, voi siete il migliore nel vostro campo. Non avete mai deluso le aspettative e credo che, pur avendo pochi danari oramai, siano sempre spesi bene se recapitati a lei. Qualsiasi cifra lei decida di affidare al caso.

LORD SMITH: Lei mi onora, ma la prego, sono curioso. Passatemi l’immagine dell’uomo o donna che devo eliminare, io sono un professionista nel mio lavoro e non mi piace scherzarci sopra, così come non si giocherella con il cibo a tavola.

SIR LUDOVIC: Prego, tenete. Questa immagine lo ritrae qualche tempo passato. Non è recente, ma lo riconoscerete tra masse di persone. Inconfondibile. Soprattutto il luogo in cui se la vive. Lo voglio con la testa mozzata in men che non si dica.

LORD SMITH: Porti rispetto ai miei lavori. Non intendo prendere ordini o consigli su come agire. Ma la prego mi dica, avete qualche preferenza?

SIR LUDOVIC: Lo tolga di mezzo e verrà pagato come non mai prima.

LORD SMITH: L’offerta si rende allettante. Mi sento di non rifiutare, ma la prego mi dica, mio caro amico, come mai tanto astio nei suoi confronti?

SIR LUDOVIC: Semplicemente, mi occorrono i suoi denari. Mia figlia presto si unirà, ma io ho bisogno dell’eredità. Una volta raggiunto quel patrimonio, vedrete quanto verrò a trovarvi più spesso. Può pensarla come se fosse un investimento per il suo lavoro. Non fallisca e verrà profumatamente rimunerato.

LORD SMITH: Adoro il suo sproloquiare. Bene, ha un intervallo preferibile entro il quale devo svolgere il lavoro? La prego mi dica pure, è un mio ottimo cliente, non avrò problemi a farla avanzare nella lista d’attesa.

SIR LUDOVIC: Non ho un intervallo da consigliarli, ho una data.

LORD SMITH: Sarebbe a dire?

SIR LUDOVIC: Vi sarà un banchetto, per il fidanzamento. Quella sarà data perfetta. Non si preoccupi, se dovesse fallire provvederò anche personalmente. Un avvicendamento di data però è inaccettabile.

LORD SMITH: Non si tormenti. Lei si rivolge a me, amicizia a parte, perché comprende bene le mie motivazioni e sa quanto io sia il migliore del settore. Per quanto riguarda la tipologia di fine? Ha in mente qualcosa?

SIR LUDOVIC: Niente di particolare. È un caso in cui mi interessa il risultato finale più che la sofferenza che dovrà patire il poveretto.

LORD SMITH: Mi lascia l’idea, quanto meno dall’immagine, che debba essere un esponente importante. Il suo vestiario non può ingannarmi. Questa aggravante verrà a pesare sul costo, ma visto che lei è un mio fedele cliente, la tratterò con i guanti di velluto.

SIR LUDOVIC: Gli stessi che userà per il banchetto?

LORD SMITH: No. Per lei userò quelli bianchi da gentlemen. Per il protagonista del banchetto, userò quelli neri come le tenebre. Colorati come la pece, neri come la morte.

SIR LUDOVIC: La prego di accettare una bevanda, offro io.

LORD SMITH: Certamente, chiami il mio assistente. Le dica pure due whisky, bisogna festeggiare.

I due rimasero seduti al tavolo e continuarono a parlare vicendevolmente scambiandosi sguardi di reciproca intesa.

SCENA XIII – Il banchetto

L’atrio regale della palazzo della Contea era allestito a regola d’arte.

Uomini e donne, tutti in rigorosi abiti da cerimonia, si presentavano e colloquiavano l’un l’altro dando sfoggio della propria signorilità come fosse l’unico ciò che contava in una vita.

MIOSITE: Salve gentildonne e gentiluomini, diamo fiato a questo banco di fidanzamento tra mio figlio, ed erede alla contea, Marcorante e lady Navilia, giovane fanciulla, figlia del mio caro amico Sir Ludovic qui presente. Bisogna dar conto a questi giovani poiché il loro amore possa un giorno sbocciare in un erede maschio e garantire lunga vita alla casata dei Largantds. Così sempre è stato e così sarà. Con questo termino di annoiarvi, visto che la mia signora mi accusa d’esser costantemente prolisso nelle mie osservazioni. Un brindisi ai due fidanzati.

I due futuri coniugi, sottovoce iniziarono ad apprender l’un l’altro con chi avevano a che vedere.

MARCORANTE: Parla d’amore, senza averlo mai conosciuto.

NAVILIA: Sembrano parole mie. Come vi capisco. Mio padre non ama mia madre. Per certi versi io mi posso anche considerare come scherzo della natura, nata da un legame non benedetto dal sentimento più profondo di questo mondo.

Marcorante fu rapito dallo sguardo della giovane. Un sussulto nel cuore lo fece traballare per la prima volta. L’attore rimane per qualche istante in silenzio, poi riprese la parte.

MARCORANTE: Mi pare che la natura sia stata benevola con voi. Il vostro viso è talmente affascinante e limpido, lontano dai peccati del mondo, che mi porta a chiedermi se voi siate una donna oppure una creatura venuta da un’altra era.

NAVILIA: Le vostre sono belle parole, ma nulla di quanto le mie orecchie non abbiano già sentito più volte nella mia vita. Vi considero fortunato, mio padre ha scelto voi e non ne conosco ancora le ragioni.

MARCORANTE: Vi vantate degli adulatori che vi hanno riempito le timide ore invernali, e le fresche giornate estive? Chi ricorre al vanto, solitamente è povero di piacere.

NAVILIA: Persone. Mille parole, ma poco coraggio.

MARCORANTE: Chi ama pensare o parlare, lo fa solo per paura d’agire. Fuggite con me, ora. Dimostratemi quanto valete

NAVILIA: Siete matto?

MARCORANTE: Voglio solamente mettervi alla prova. Siete o meno all’altezza della mia imprevedibilità?

I due si alzarono da tavola e si avviarono verso una porta, che dava sul retro. Il padre di Marcorante lo vide e lo fermò.

MIOSITE: Figlio! Hai ammirato la grandezza di questo banchetto in vostro onore?

MARCORANTE: Ovviamente padre. Navilia ha però bisogno d’aria fresca. Perdonateci, usciamo qualche istante, giusto per assaporare il gusto dell’aria d’inverno.

MIOSITE: Non tardate, abbiamo di che parlare.

Cadila nel vedere i due allontanarsi uno dopo l’altro, ha una stretta al cuore. Questo non passa inosservato a Sir Ludovic.

SCENA XIV – La fuga dell’amore

I due uscirono da una porta e si ritrovarono nella foresta. Inizialmente giocarono, si inseguirono, si guardarono, come un volersi prendere ma non un esserne sicuri. Poi Marcorante si inchinò simulando come un voler offrire un ballo a Navilia che accettò. Mentre ondeggiavano tra le dune create dalle radici, iniziarono un dialogo.

MARCORANTE: Fanciulla che vien dal paesino, chi vi ha insegnato a danzar tanto divinamente?

NAVILIA: Non ho mai ballato prima, mi sento un po’ in imbarazzo. Scapparsene così dal banchetto in nostro onore non è da villano?

MARCORANTE: La burocrazia, le regole, il buon comportarsi, sono pianeti distanti anni luce dal mio pensiero. La differenza tra me ed un altro è che il mio pensiero, faccio sempre in modo di renderlo azione. Non ho alcuna intenzione di tornare là, se non quando la serata sarà finita. D’altra parte deve esser la nostra notte, ed allora eccoci qui. Con le chiome degli alberi a filtrare le stelle più belle, lasciandoci intravedere solo le più brillanti, come a volerci indicare la via. La luna soffusa ci bacia delicatamente dandoci la buona notte, ma non dormiremo tanto facilmente. Oh Navilia, parlatemi di voi.

NAVILIA: Le vostre parole, oddio. Inizio a creder che voi, forse voi no. Voi non siete come il resto. Voi non potete essere il sole ed io la luna. Il vostro viso ora mi sembra come parte di me, ciò che avevo perso per la strada quando ancora ero in fasce.

MARCORANTE: Se avessi avuto la possibilità di non distogliermi dalla vostra anima, credetemi, non me ne sarei mai andato. Oh Navilia, la vostra voce. La migliore delle sinfonie, la più prelibata delle sonate e la più armoniosa melodia che l’orecchio umano sia in grado di recepire.

NAVILIA: Le vostre parole, mi onorano. Scusate se al banchetto ho criticato i vostri apprezzamenti, rinnegandoli, spacciandoli per ciò che ogni mio spasimante mi soleva dire.

MARCORANTE: A volte posso sembrare scontato e mieloso, ma ciò che io intendo far parlare è il mio cuore. Ora, se io vi dico che siete la creatura più meravigliosa, vi prego di credermi.

NAVILIA: Marcorante, in voi vedo l’uomo che ho sempre desiderato, ma che mai ho incontrato sul mio cammino. Premuroso ma sicuro di sé, sincero ma determinato, guerriero ma vincitore. Vi prego di concedermi un altro ballo, appena questo sarà terminato.

MARCORANTE: Io non potrei mai non concedervelo. Le vostre guance, si colorano di rosa acceso ed io qui posso solo sperare che la mia presenza vi sia gradita. Non mi permetterei mai di azzardar nulla che vi possa mettere in vergogna.

NAVILIA: Non vi preoccupate, voi agite come vi sentite. Questo mi piace di voi, che non sentite il peso del pudore e del vostro nome, agite per intelletto e per giusta parte, anche per istinto.

MARCORANTE: L’istinto appartiene all’animale, io preferisco chiamarlo impulsività. La mia indole, mi porta a non dettar comando al mio cuore. Lui è il condottiero che guida le mie azioni, dalla più limpida alla più peccaminosa.

NAVILIA: Voi siete in grado di commetter peccato, Marcorante?

MARCORANTE: Ovviamente.

NAVILIA: Come?! Non è buon proposito. Non dovreste andar contro le leggi della natura, le leggi scritte dal buon Dio.

MARCORANTE: A volte, vi sono regole che mettono in disaccordo i sentimenti del cuore. Io non posso precludermi delle opportunità a prescindere. Vi dico io, a volte il peccato rivela la vera ragione, ed apre strade che altrimenti non sarebbero percorribili. Non dico che sia giusto, come principio, ma io vi credo. Voi?

NAVILIA: Io son di chiesa. Non credo nei vostri principi.

MARCORANTE: Allora credete alle mie parole. Sarebbe semplice dare ragione all’occhio dopo che ha visto, ben più arduo è dar ragione prima ancora di aver potuto constatare il vero. Però, questo è ciò che si fa quando una persona ripone fiducia veramente in chi ha di fronte.

NAVILIA: Non credo potrò mai fidarmi a tal punto.

MARCORANTE: Imparerete a farlo. Fissatemi negli occhi, Lady Navilia. Vi prego guardatemi le pupille. Ditemi se brillano e quanto, chiedetevi il perché.

NAVILIA: I vostri occhi sono meravigliosi Marcorante, ma non comprendo dove intende portarmi con il suo ragionamento intricato.

MARCORANTE: Arriverà il giorno che sarete in grado di credere ad una persona fissandola negli occhi, senza dover attendere che la bocca emetta suono o che la mente inventi scuse. Quel giorno, sarà il giorno in cui io vi sposerò.

NAVILIA: Mi spiegate il motivo di tanto mistero attorno alla sincerità, avete per caso segreti da nascondere? Storie di cui non andate fiero appartenute al passato.

MARCORANTE: Il passato. Il fatto che sia successo un tempo, non esclude mai che possa riaccadere. Ricordate sempre, non esiste passato, si vive esclusivamente il presente.

NAVILIA: Non avete risposto alla mia domanda. Avete segreti?

MARCORANTE: Nulla di ragguardevole. Questi sono solo insegnamenti, che mi furono dati, e che ora io vi tramando. Fatene buon uso, lady Navilia.

I due danzarono avvinghiati ancora qualche nota della canzone e poi uscirono lentamente dal palco, mentre le luci sfumarono e la canzone terminò fioca.

SCENA XV – La scomparsa

Il banchetto era giunto al termine. Qualcheduno si era preoccupato per la scomparsa dei due festeggiati, ma Sir Ludovic aveva poi attirato su di sé l’attenzione parlando ed offrendo brindisi continui. Miosite entrò in stanza. Stanco, ma soddisfatto dei festeggiamenti.

MIOSITE: Trovo sia stato un banchetto esemplare.

CADILA: Fuga a parte dei due fidanzati, non trovi?

MIOSITE: Assolutamente, mia Cadila. Ora perdonatemi, ma mi reco in bagno. Come voi ben sapete, tengo all’igiene.

CADILA: Marito, ormai vi conosco. Non bisogna che mi ripetiate le vostre esigenze, ogni sera. Io non sono stata ancora chiamata da Morfeo tra le sue braccia, uscirò a far due passi per le stanze della reggia. A più tardi.

Cadila uscì.

Miosite si spostò sul palco ed arrivò nella zona dei bagni. Con le mani prese il sapone e si lavò il viso, poi prese una specie di pasta e la portò alle labbra. Ad un certo punto l’uomo urlò e si accasciò al suolo, dopo aver spostato tutti gli oggetti che si trovavano sul mobile con lo specchio.

MIOSITE: Ahh! Bastardo colui che ha manomesso la mia crema! Il petto, che dolore al mio petto. Sentivo il battito che rallenta, come se da un momento all’altro debba fermarsi completamente! Cadila! Marcorante! Mi sento venire meno. Ahh! Una fitta possente, il dolore mi divora lentamente, non riesco quasi a parlare. Cadila! Dove siete?! Mondo, arrivederci ad un’altra vita, ma ricordatevi di me come un buon uomo, sempre.

Miosite ebbe due o tre sussulti e poi cadde rovinosamente al suolo. Le sue mani allentarono la presa sul collo e scivolarono ai lati del corpo inerte dell’uomo. Steso sul tappeto rosso, che raffigurava il collegamento con la morte ed il sangue versato.

Una musica, che accompagnava la scena, in senso di suspense, terminava malandata. Era la fine di Miosite Largantds, conte di Faborot.

[Un gioco di luci, restando sulla stessa scena, danno l’idea del tempo che passa. Il buio sparisce lentamente e viene a comparire una luce rossastra, simbolo dell’alba del giorno seguente. ]

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.