La contesa di Marcorante Rivista — 27 marzo 2013

V ATTO

SCENA I – Le tanto acclamate nozze del secolo

La notte era passata. L’oscurità svanì portandosi con sé i segreti del buio più assoluto che tutto cela e niente nasconde.

Marcorante era elegante. Emozionato e forse confuso, ma in piedi ai piedi dell’altare stesso, mostrava grazia e compostezza. La sala della cattedrale massima che aleggia nella distesa di terra ad est del palazzo della corte della contea, era gremita di persone. Curiosi sono miscelati amabilmente a personaggi d’alto rango di Faborot e oltre. I primi ghermiti come fosse il giorno delle loro nozze, si distinguevano solo per modi ed atteggiamenti dai sofisticati uomini e donne dell’alta aristocrazia inglese.

Fondo chiesa. Comparve per primo il sorriso sornione di Sir Ludovic. Al suo fianco Navilia sembrava un angelo alla ricerca della via del paradiso, pronto a ritornarvici. Il ghigno sul volto dell’uomo fece rabbrividire Cadila, che composta alla propria panca si era già abbondantemente lasciata andare alle lacrime.

La ragazza percorse lentamente il corridoio tra le due ali di folla. I loro volti cadevano sul viso paradisiaco della giovane. Gli uomini erano come incantanti, mentre qualche donna, sussurrava con la vicina della scomparsa di Luna e del dramma che la famiglia di Sir Ludovic stava affrontando.

La musica di sotto termina. Ludovic si mise a sedere al proprio posto, mentre la giovane venne ad affiancare la figura del suo amato.

L’aria che aleggia in sala era quella di una cerimonia che possa essere interrotta da un momento all’altro. Nessuno aveva da obbiettare e, contro pronostico, tutto filò meravigliosamente liscio.

Navilia, figlia di Sir Ludovic, e Marcorante, Conte di Faborot, erano finalmente sposi. Il loro sogno era realtà. Il bacio che si lasciarono a fine cerimonia era il simbolo di quella giornata che si poteva dire terminata, così com’era iniziata in chiesa.

I due sposi erano avvolti in un alone di magia. Lontani dai pettegolezzi della massa, lontani dai festeggiamenti delle altre persone. Loro erano in un loro mondo, creato con scambi continui di sguardi attraverso i quali comunicavano, un mondo in cui non era dato poter arrivare.

SCENA II – Sir Ludovic e il suo sogno primordiale

La cerimonia era terminata. I due sposi, al banchetto che si teneva in loro onore, erano scatenati nella sala da ballo. Il resto degli invitati li seguiva in pista. Una canzone tirava l’altra e i sorrisi si sprecavano.

Cadila, sedeva ad un tavolo con altre donne di un certo rango, venne chiamata da Sir Ludovic. Pretendeva che essa lo seguisse nel retro. Dovevano parlarle di un fatto, a suo dire, determinante.

SIR LUDOVIC : Ricordate quel che v’ho detto lo scorso giorno, a seguito della mia scoperta del vostro fatto con la mia mogliera?

CADILA: Non rimembro le esatte parole, però so bene ciò che voi avete fatto.

SIR LUDOVIC : Perfetto. Volevo dirvi semplicemente che mi ero sbagliato.

CADILA: Prego?

SIR LUDOVIC : Vi avevo detto che mi bastava il vostro piacere, in rapporto al mio per riparare alla perdita di mia moglie, colei che ha messo al mondo Navilia, ma mi sbagliavo.

CADILA: Volete forse altro?

SIR LUDOVIC : Può darsi, noto che iniziate a ragionare.

CADILA: Qualcosa che io vi posso per caso dare?

SIR LUDOVIC : Il vostro sorriso mi ammalia. Sì, avete indovinato anche questo. Solamente voi potete darmi ciò che io più d’altri bramo.

CADILA: Cosa desiderate? Dite e vi sarà dato.

La donna si avvinghiò all’uomo, pensando che ciò che lui desiderasse fosse un nuovo rapporto carnale con ella. Si sbagliava.

SIR LUDOVIC : La contea.

CADILA: Non son più contessa ormai.

SIR LUDOVIC : Io non bramo voi. La vostra carne mi ha avuto, ed ora mi disgusta. Voi siete la stessa donna che ha tolto barbaramente la vita a mia moglie Luna. Il suo ricordo merita di riposare in pace.

CADILA: Cosa volete insinuare?

SIR LUDOVIC : Voi. Siete voi l’unica persona, oltre al Marcorante, che mi divide da una contea esclusivamente per me e mia figlia.

CADILA: Cosa intendete fare?! Parliamone.

SIR LUDOVIC : Troppo tardi. Non si scende a compromessi. Che la memoria di mia moglie sia ora vendicata, per mia mano, che spesso ha tradito, ma ancor più ha accarezzato.

Era sera. Il banchetto era finito.

Nessuno ancora si era accorto, che in una stanza del palazzo, vi era una donna appesa ad una trave per via di una corda oscillante. Il volto nascosto dalle lacrime, ne rivelava appena l’identità. A ritrovarla fu un servo da poco nella corte. Questo spaventato urlò dando l’allarme.

Il palazzo della contea, cadde nuovamente nella disperazione a poche ore da quello che doveva essere il matrimonio del secolo.

SCENA III – La cerimonia funebre della donna sregolata

La cattedrale era debolmente illuminata dalla luce, così come l’affluenza che l’ha investita. Erano diverse le panche in legno che cantavano alla loro indomabile solitudine. Marcorante, era l’unico seduto nei primi posti. Relativamente dietro, si potevano intravedere i volti, scossi ma non realmente, di Sir Ludovic e sua figlia. Entrambi festosi per motivazioni varie della scomparsa di Cadila. Il terreno, la vendetta della madre, scomparsa da giorni, su quella donna infima accalappiatrice di uomini per eccellenza.

Le parole dello parroco sembravano tentassero di uscire dalle cupole della chiesa. Incrociavano sacrestie chiuse, come porte, e finivano con il rimbombare rumorosamente; ricordando ai presenti del vuoto che si era creato. Un dolore che si diffondeva, però, solo nel cuore di Marcorante che si chiese una volta di più quale fosse il suo reale destino: restare al fianco della madre o le nozze con Navilia, che avevano finito con il lacerare quella donna, trovata suicida.

Terminata la cerimonia, il corteo formato d’una decina di persone, s’avviò al campo santo. Sir Ludovic avvicinò il giovane e rimpinguò le sue numerose performance, con un’altra esibizione teatrale.

SIR LUDOVIC: Vostra madre era una grande donna. Condoglianze sincere.

MARCORANTE: Sono gioioso di potervi stringere la mano quest’oggi. Non credevo sareste venuto. Sono al corrente della scomparsa di Luna.

SIR LUDOVIC: Mia moglie è scomparsa da qualche giorno, il dolore mi attanaglia, ma forse anche questo rende possibile la comprensione del vostro. Nulla è una sparizione, una fuga, in confronto alla salita al cielo. Che vostra madre sia benedetta.

MARCORANTE: Voi avete avuto modo di conoscerla. Da oggi voi e vostra figlia, diventerete a tutti gli effetti la mia famiglia, vista la scomparsa in breve tempo dei miei genitori.

SIR LUDOVIC: Io, se posso in confidenza dirvi, sono dell’idea che non sia stato Mantorato ad uccidere vostro padre, che il Signore l’abbia in gloria. Forse vostra madre soffriva troppo di quell’avvenimento e non è riuscita a sopportare il tormento che ne spasimava l’anima.

MARCORANTE: Vi ringrazio per la vostra vicinanza. Ora vi prego di lasciarmi, vorrei che il silenzio facesse da Virgilio a questo viaggio, l’ultimo, delle vesti di mia madre.

Mentre il giovane avanzava lentamente, Ludovic si fermò. Con le mani compose il segno della croce e poi si voltò, sparendo lentamente dal corteo.

Sua figlia Navilia era in carrozza, lo attendeva.

NAVILIA: Avete portato le mie più sentite condoglianze al mio promesso sposo?

SIR LUDOVIC: Ovviamente. Ora vi prego di rilassarvi. Cocchiere! Alla nostra tenuta, grazie. Figlia mia, che le ricerche di Luna non abbiano termine fino a quando non saranno portate a compimento. Questo e d’altro per lei. La troveremo.

La carrozza si allontanò lentamente solcando la via tratteggiata da terra battuta e ghiaia fine.

SCENA IV – Monologo sulla morte di chi s’ama

Marcorante rientrò in camera e si sedette sul letto della madre, ora vuoto. Si chiese cosa ne sarebbe stato di lui ora che si trovava solo di fronte ad un’intera contea.

MARCORANTE: Non mi sono mai interessato dei vostri affari padre, ed ora eccomi qui. Sul letto sgombro dal corpo di vostra moglie. Solo di fronte al mondo dettato da regole, scritte dai fautori della paura stessa, che io non comando e tanto meno conosco. Mi chiedo come dovrò muovermi, dove dovrò arrivare, cosa mai dovrò fare per conquistarmi la fiducia di coloro che amano la vostra casata. Oh madre! Perché vi siete suicidata? Voi eravate simbiosi d’orgoglio e forza, non credo avreste mai abbandonato la partita a metà incontro, mi chiedo cosa mai vi abbia spinta all’impiccagione. Oh forse non siete stata voi ad appendervi fin lassù? Il vostro sodo corpo, i vostri seni, lasciati all’angustia della gravità. Le vostre sinuose gambe, create con capacità d’artista, lasciate ciondolanti come pendolo rintronato, perso nella sua confusione scandita dall’età, che non riesce a contare il secondo. Ora che vostro marito vi aveva lasciato per miglior vita, mi avevate promesso una vita in mia compagnia piena di esageri e peccati carnali. Ora che incombeva su di voi l’ombra della bellezza giovine, voi vi siete spaventata? È forse stata Navilia la causa della vostra scomparsa, o forse vi è altro dietro?

Voi con me parlavate, io di questo vado certo, così come fugge dalla mia ragione la risposta che placherebbe l’ira della domanda che aleggia da troppo nei miei pensieri. Il vostro gesto insulso ha fatto decadere nel panico un’intera società che in me ora ripone le proprie speranze, quand’io non saprei da che parte dover partire e in qual altra terminare. L’angelo della morte vi ha preteso con troppo anticipo, come se anche il suo pendolo a muro non avesse ben conteggio dei secondi che vi restavano, perché io vado certo che fossero ben di più, vista la vostra ancor giovane sfacciataggine. Morte voi siete vile perché giungete senza emettere il ben che minimo rumore, vi prendete il permesso di non bussare e credete d’esser meglio della vita. Vi prendete chi vi pare, solo perché si dimentica di voi od ha osato non portarvi rispetto parlandovi male alle spalle. Siete voi, il reale motivo del mio dissesto psicologico. Io v’odio!!

Marcorante, steso sul letto della madre, strinse il cuscino a sé e pianse.

MARCORANTE: Il mio futuro ora è al fianco di Navilia, non ho altro a cui poter pensare. Difenderò la mia bella.

Sfogata la sua ira, uscì di stanza, dopo aver urlato:

MARCORANTE: Per coloro che sono servitù, io Marcorante Largantds Conte di Faborot, oggi pretendo di non esser disturbato! Mai! Per alcuna ragione del mondo.

Due mandate e la sua porta si chiuse fino al mattino successivo. Nessuno lo avrebbe disturbato.

SCENA V – Sir Ludovic, sensi di colpa o strategia da attuare?

Sir Ludovic lasciò sua figlia nella propria camera e decise di prendere un bicchiere di vino. Si sedette e bevve. Alternò il vino al silenzio in maniera costante, meccanica, quasi asfissiante. Quando si accorse che Navilia, oramai, dormiva, si alzò ed inizia a ragionare su come agire.

SIR LUDOVIC: Or che sono a conclusione del mio progetto, mi chiedo come mai potrò portarlo al termine. Quel Marcorante credo abbia avuto una qualche illuminazione sui miei reali propositi. Che lui sia maledetto! Io lo punirò. Ora son maritati! Lo punirò per le sue gesta sconsiderate nei confronti di mia figlia. La morte di Smith non era di copione, ma sporcar la mia mano sarà un onore. La decisione dell’eliminazione di Cadila è stata sconsiderata, quanto fortunosa. La donna è stata data per suicida ed io passerò notti forse insonni, nel mio animo, ma non certo per rischio d’esser scoperto. Potrei anche dir d’essermele macchiate, ma quando si ragiona a macchie, io considero la corda come una soluzione pulita e vendicatrice. Quella sporca troia ha tolto la vita a mia moglie! Io non posso credere ancora. Nessuno mai aveva osato tanto in vita mia. Ora Marcorante pagherà, così avrò vendetta e ricchezza assoluta. Ogni cosa per me. Che forse anche mia figlia mi sia di mezzo? A lei penserò al massimo dopo, comunque vada è sangue del mio sangue, senza Smith non potrei mai avvicinarla. Sarebbe contro la mia natura. Com’agire? Mi chiedo ora, com’agire? Devo forse avvelenarlo? Devo forse punzecchiarlo, portarlo al suicidio o accoltellarlo? Devo ragionare, devo agire come pipistrello di notte, con l’indifferenza del serpente o la foga del coccodrillo? Un po’ come questo calice, che se fatto ondeggiare, regala un magnifico turbinio al vino che rossastro brilla controluce e rispecchia i miei occhi ed il fuoco che li contraddistingue. Basta un attimo, un istante, un colpo di polso, ed una goccia di vino potrebbe saltar fuori e macchiare le mie mani, o i miei panni. Sarebbe la prova schiacciante e ciò, non dovrà accadere. Ora un brindisi, a me, alla contea, ai soldi. Un brindisi alla nostra unione!

L’uomo sorrise tra sé e sé e, una volta bevuto l’intero bicchiere, si versò altro vino. La notte era alle porte e rischiava, per qualcuno, di essere l’ultima.

SCENA VI – Sir Ludovic e la trappola

Marcorante, non sapeva bene cosa attendersi, ma in cuor suo, forse, quel giorno aveva capito quanto dietro ad ogni singolo intrigo e mistero di quel suo periodo di vita, vi fosse Sir Ludovic. La madre lo aveva avvisato. Ora non poteva dire a lei altro, per via del passaggio a miglior vita.

SIR LUDOVIC: Buon mattino. Mi scuso per il disturbo arrecatovi nel bussare, ma i vostri servi mi lasciano carta bianca appena mi mostro a loro. Sarà che oramai io sono vostro genero, sarà che hanno molta fiducia.

MARCORANTE: Prego, entrate. Immaginavo della vostra visita.

SIR LUDOVIC: Veramente? Motivi?

MARCORANTE: Non le condoglianze. Io credo, voi siate dietro diversi misteri che hanno affollato la mia vita degli ultimi mesi. Da quando vi ho conosciuto, ho perso padre e madre, ed ora mi sento in bilico.

SIR LUDOVIC: Voi siete un equilibrista. La vostra massa prima o poi cadrà dal filo, la vostra unica decisione è se buttarvi a destra, dove vi è un burrone, o se buttarvi a sinistra, dove c’è un precipizio.

MARCORANTE: Non mi sembrano due allettanti alternative. Ditemi cosa diamine volete?

SIR LUDOVIC: Amo di voi la vostra franchezza. Bene, io voglio solamente chiedervi di prendere una decisione, in proposito a cosa farne della vostra vita.

MARCORANTE: Spiegatevi!

SIR LUDOVIC: Vi lascio l’alternativa, non dovreste urlare. Semplicemente vi chiedo se togliervi la vita da eroe, oppure rivelare a mia figlia della vostra relazione con vostra madre.

MARCORANTE: Navilia è al corrente dell’errore.

SIR LUDOVIC: Lei conosce l’errore al singolare, non lo conosce al plurale. Figlio mio, imparerete un giorno quale sia la differenza che poche parole posso dare o non dare. Tra infinito e finito, vi è solo un “in” all’inizio, ma in realtà è un’enormità. Mi capite?

MARCORANTE: Certamente non mi toglierò la vita!

SIR LUDOVIC: Allora rivelate la verità a vostra moglie e lasciate a lei il compito di comandare la contea, come si evince dalle leggi. Qual ora fosse commesso reato o tradimento, il regnante, sarebbe immediatamente esiliato, senza possibilità di richiamo. Sbaglio forse?

MARCORANTE: Voi volete il comando del regno per voi. Mia madre mi aveva sempre avvisato della vostra malvagità!

SIR LUDOVIC: Voi stesso lo sapevate. Per amore nei confronti di mia figlia non ve lo siete mai imposto come pensiero, ma l’idea del mio essere perfido era sotto i vostri occhi, ogni singolo giorno. Ogni mio sorriso. Io percepivo in voi, lo spirito di colui che non cade nel tranello. Avete evitato di prendere una decisione. La verità è che voi fuggite, mio caro. Quando vi si pone un problema di fronte, voi fuggite. Affrontatelo! Se lo aveste fatto, vostra madre sarebbe viva, e forse.. anche vostro padre.

MARCORANTE: Voi! Io sapevo!! Voi siete dietro ad ogni problema, voi stesso siete il problema! Il verme che ha portato la mia casata a strisciare in meno di un mese.

SIR LUDOVIC: Non diciate sciocchezze. Vostra madre si è suicidata, e vostro padre è stato assassinato da un killer di professione. Se non volete che io diffonda dell’adulterio di vostra madre con voi, decidete. Tenete. Questa è per voi, fatene buon uso.

L’uomo appoggiò una boccetta, con su scritto “Bevanda”, sul tavolo. Alzò il capo e sorrise a Marcorante.

MARCORANTE: Voi siete un bruto!

SIR LUDOVIC: Non ho mai ucciso nessuno, figlio mio. Io ho solo assunto professionisti del settore. Lavoratori che ho pagato con denari di mia tasca. Commissionare lavori non è un crimine. Vostra madre si è tolta la vita, lei ha peccato. Lo ha fatto anche con voi, ripetutamente. Ora sarete voi a pagare per i suoi errori. Marcorante, codesto finale, è ciò che io attendevo dall’inizio. Le colpe, se van così, sono solo vostre. Ricordatevelo.

MARCORANTE: Non avete avuto un briciolo di pietà, vi siete sempre mostrato come un signore in pubblico, ma la vostra facciata cadrà, ve lo posso assicurare. Io, fosse l’ultimo mio atto, farò sparire quel ghigno nevrotico dal vostro volto, e vi punirò per ogni vostro gesto. Preoccupatevi.

SIR LUDOVIC: La vendetta non ripaga mai. Ricordatevelo.

MARCORANTE: Io parlo di giustizia, la vendetta è per sciocchi.

Sir Ludovic uscì alla porta. Lui era a conoscenza dei problemi del giovane, che non si trovava nella posizione di trattare, di conseguenza di sentiva di avere la partita in pugno. Uscendo, lasciò a Macorante la possibilità di decidere i tempi, ma non il finale.

SCENA VII – Marcorante: cosa farne di me?

Marcorante si sedette a tavola. Fissò per un tempo indeterminato la boccetta. La riconobbe, non poteva sbagliare. La stessa che aveva tolto la vita al padre ed al servo, solo l’etichetta differiva. Il contenuto verdognolo pareva lo stesso. Si alzò a prese una bottiglia di vino, l’annata migliore che la vetrina della propria camera poteva offrire.

MARCORANTE: Ed eccomi qua. Credo d’esser solo, che sia questa la fine? Quel bruto ha incastrato me, mia madre e mio padre. Si è preso con rabbia le loro vite, per gelosia di una vita che non gli apparteneva ma desiderava, bramava alle nostre spalle. La sua facciata amichevole, era solo uno specchio che rifletteva le nostre buone intenzioni, che manteneva all’ombra i suoi prepotenti propositi. Mi duole aver perso una battaglia, ancor prima di poterla combattere come se fossi stato affrontato da un nemico invisibile, come se fossi succube dei suoi colpi improvvisi provenienti dal nulla. Forse dovrei rialzare questo capo, e guardare la luce, ma d’ora come ora non intravedo nulla. Navilia, fiore della mia vita, unico motivo di vita, vi siete spenta sotto le gesta oscure di un padre che forse neanche voi conoscete. Non ucciderò un vostro genitore, se non altro perché vostra madre già ha perso il dono fornitogli dal Signore per via d’un incidente. Cosa farne di me? Cosa diamine farne di me? Sono forse io che non sono bene per questo modo, sono forse io l’errore primordiale che ha spazzato via ogni ciò che di caro avevo? Dovrei bere, non vedo altra possibilità, sempre meglio che una scomoda verità, da me riposta in mansarda, torni su di voi mio amore divorandovi. Non fuggirò, no, non questo giorno. Forse io sempre ho dato posticipazione nel tempo ai miei affari, ora è il momento di sedersi con calma, leggere le possibilità e..

Marcorante lasciò la boccetta sul tavolo. Si alzò perentorio e corse in direzione di una cassapanca. Prese con sé vari fogli, e poi andò alla porta. Prima di uscire si guardò attorno lentamente e poi fuggì.

Corridoio, giardino, boscaglia, oltre. Marcorante su di un cavallo, bianco, a lui sempre fedele, correva via. Urlò, passando per i giardini:

MARCORANTE: Povero illuso! Ti ho fregato, proprio comportandomi come sempre io prima d’ora ho fatto! Arrivederci Contea, arrivederci Sir Ludovic! Divertitevi senza di me! Quando tornerò sarò pronto per prendere le mie responsabilità.


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