La contesa di Marcorante Rivista — 07 aprile 2013

SCENA VIII – Vi è fuga, e fuga

La notizia della scomparsa di Marcorante, in breve tempo prese piede a palazzo. Proprio nel giorno del trasferimento di Navilia a corte. La tradizione della contea, non permetteva alla sposa di passare la prima notte di nozze con il nuovo marito, ma pretendeva il trasferimento della donna a corte dopo due giorni casti. Quella sera sarebbe stata la loro prima notte, invece quella notte arrivò senza Marcorante.

La giovane sposa trasferiva i suoi bagagli nelle camere vicine a quelle del fuggitivo. Sir Ludovic, invece, si stanziava nelle camere libere affianco a quelle dell’ormai deceduto Miosite. Passandovi di fronte l’uomo sorrise a quelle stanze vuote ripiene di malinconia.

SIR LUDOVIC: Figlia mia, quando sarà di ritorno, dovreste convincere il vostro Marcorante a liberare una volta per sempre le stanza appartenute a suo padre e sua madre. Può sempre creare un altare in loro onore, ma stanze tanto grandi, solo per polvere, non credo sia corretto.

NAVILIA: Non credo lui tornerà.

La ragazza era nello sconforto totale. Proprio verso tardo pomeriggio, momento in cui avrebbe dovuto lasciarsi andare a giochi di prestigio sottocoperta con il suo fresco compagno, Navilia decise di esplorare le stanza del giovane in suo ricordo, per trovare il motivo plausibile alla sua fuga. Entrando la ragazza si accorse immediatamente di come ogni oggetto fosse fuori posto, come se Marcorante avesse da rientrare da un momento all’altro.

Il suo occhio cadde poi, dopo aver passato vetrine, armadi, letto e bagno, sul tavolo. Un foglio con una penna sembrava pronto per riempirsi d’inchiostro, ma così non era. Al suo fianco, una bevanda. Verde e con un’etichetta stravagante, dava indubbiamente nell’occhio. La prese in mano. Iniziò a farla danzare passandola nervosamente da una mano all’altra come se non avesse pace, come se, fermando quel viavai si fermasse anche il suo cuore.

L’appoggiò al tavolo e poi decise di uscire dalla stanza. Decise di andare al bosco, dove di solito lei e lui si incontravano lontani dagli occhi del prossimo. Era certa di trovarlo.

Non c’era. Pianse.

Tornò sconsolata a palazzo che ormai era sera.

L’orario era tardivo. Il buio aveva preso con sé, ogni albero e duna che incontrasse dopo il crepuscolo. L’intera vegetazione era succube dell’oscurità tranne la stanza di Marcorante a palazzo. Una donna, a gambe all’aria, respirava affannosamente. Come se fosse un continuo singhiozzo che si potesse trasformare in tosse da un momento all’altro. Come se dovesse sputare letteralmente un rospo.

Dalle labbra della giovane Navilia, iniziarono ad affiorare bolle. Lentamente divennero schiuma e con essa la luce della donna si spense. La schiuma iniziò a percorrere la sua guancia.

Sul tavolo, una bottiglietta con la scritta “Bevanda” se ne stava senza tappo. Quasi completamente scolata. Navilia l’aveva bevuta, credendo avrebbe portato con sé l’intuizione per ritrovare il proprio giovane marito. Il suo spirito fuggì dal corpo.

SCENA IX – Sir Ludovic e la figlia morente

Sir Ludovic, non sentendo più alcun rumore proveniente dalla camera di Marcorante dove si trovava la figlia, decise di entrare.

La trovò a terra, ormai esanime. Le sussurra qualche parola all’orecchio.

SIR LUDOVIC: Figlia mia! Figlia mia! Oh per tutti i santi nei cieli, cosa vi è accaduto? Dottore presto! Mi occorre un dottore!

NAVILIA: Voi.. voi..

SIR LUDOVIC: Parlatemene, ve ne prego.

NAVILIA: Cosa… cosa ne avete fatt… di lui?

SIR LUDOVIC: Non vi capisco! Oh mia dolce Navilia, perché mai avete ingerito quella sostanza peccaminosa? Avete forse tentato il suicidio? Servitù! Servitù! Servitù!

NAVILIA: Malandrino..

SIR LUDOVIC: Si quel malandrino di vostro marito ha tentato di uccidervi! Servitù!

Con le ultime energie la ragazza afferra il padre per il collo. Lui recepì un significato differente da quello che la ragazza avrebbe voluto comunicargli.

SIR LUDOVIC: Vi manca il respiro?! Vi manca il respiro?! Navilia!

NAVILIA: …

SIR LUDOVIC: Navilia! Mia figlia non risponde! Presto, occorre cura! Occorre cura! Servitù! Medici, dove diavolo sono i dottori quando vengono interpellati?!

La ragazza non risponderà più.

Il tentativo di strangolare il padre sarà il suo ultimo gesto.

SCENA X – Marcorante, preludio al ritorno

Il giovane camminava per via angusta. Il suo cavallo era stremato, per questo aveva deciso di proseguire a piedi. Il fedele animale teneva il passo dell’uomo, ed ogni tanto quando gli arrivava affaticamento, rallentava. La corda in tiro faceva comprendere a Marcorante che stava esagerando, ed anch’esso rallentava.

Entrando nella taverna, si imbatté per fato in un uomo che era a conoscenza del suo essere.

SCONOSCIUTO: Oh che voi non siete il Conte?

MARCORANTE: Siete febbricitante? Io essere il Conte? Magari! Non starei di certo qui, in tale osteria malandata! Saprei bene come agire e cosa fare per i bisognosi, io son di quelli!

SCONOSCIUTO: Perdonatemi! Effettivamente avete la ragione. Scusate per la mia maleducazione, mi pareva d’avervi visto al funerale della madre.

MARCORANTE: Voi conoscevate la moglie di Miosite?

SCONOSCIUTO: No, affatto. Un gran bella donna non trovate? Io le avrei dato qualche colpo, voi no? Ero lì in veste di curioso. Sapete, l’occhio ha bisogni che a volte bisogna accontentare, altrimenti non vi mostra ciò che invece dovrebbe.

MARCORANTE: Vi sono persone in grado di vivere senza vista, sapete?

SCONOSCIUTO: Oh conosco. Ma chi non ha occhio, spesso è donato dalla natura di buon orecchio o buon intuito. Ad un povero vecchio ubriacone, l’intuito e l’orecchio sono le prime doti, che se presenti, vengono a meno.

MARCORANTE: Comprendo. Io non vi ho partecipato alla cerimonia funebre.

SCONOSCIUTO: Però sicuramente sarete stato presente al matrimonio, una giornata dove vi erano persone ovunque. Impossibile essere in chiesa. Che fortuna esser Conte.

MARCORANTE: Io ero in chiesa. Mi ero intrufolato con anticipo. Perché voi credete che esser conte di Faborot sia un dono e non un computo?

SCONOSCIUTO: Qual mai può essere il lato negativo? Forse il minimo di responsabilità? Io metterei subito firma. Voglio dire. Ho ricchezza, ho terreni, ho tempo libero e servi che piegano le lenzuola, cucinano pranzi e cene, e che sono pronti ad ogni mio capriccio ad esaurirlo. Se voi, che siete così uguale a quel giovine, andaste a palazzo vi confonderebbero per lui.

MARCORANTE: Potrebbe essere.

SCONOSCIUTO: Dovreste farvi vedere come piangente, ma del resto sareste identico. Avrà sicuramente che di problemi per capelli.

MARCORANTE: Piangente per la scomparsa della madre? Sì effettivamente di questo è vero..

SCONOSCIUTO: No. Io intendevo per il tragico suicidio della sua novella moglie. Togliersi la vita con veleno è da disperata. Chissà quale sgarbo mai, quel tale, le avrà fatto.

MARCORANTE: Navilia è morta?

SCONOSCIUTO: Certamente. Un dolore atroce, forse l’unico motivo per cui non vorrei mai essere Marcorante. Ma fossi lui.. Oh buon cielo! Per vostra informazione oggi a breve si terrà il funerale. Io non andrò.

MARCORANTE: Devo correre al funerale. Ditemi, come vi chiamate?

SCONOSCIUTO: Martin Mirabell.

Marcorante salta in groppa al cavallo bianco e corse in direzione del proprio palazzo, ogni motivazione che lo spingeva alla fuga era sparita alla sentita notizia della scomparsa della propria morosa. Scappava per difenderla, ma non aveva mai pensato che così facendo l’aveva lasciata sola ed indifesa.

SCENA XI – Funerali di una donna

La chiesa era gremita di persone. Le lacrime si abbandonavano strazianti anche dalle palpebre che difendevano occhi che mai, nella loro vita, avevano avuto l’onore di posarsi sulle grazie di Navilia.

Le signore, quelle più anziane discutono la mancanza dello sposo. Le più frivole, lo vedono in camera piegato dal dolore, le più malefiche lo vedono in cerca di nuova sposa.

Sir Ludovic, completamente di veste nera, osservava attonito la platea. Il feretro come il migliore dei giudici, metteva in accordo tutti. Il silenzio, avanzava oscuro insinuandosi nella mente di ognuno. Terminate le musiche iniziali, qualsiasi rango della popolazione presente portò rispetto.

Un silenzio che solo un grande ingresso nella scena, come quello del buon Marcorante, con tanto di vestiti stracciati, poteva interrompere. Il ragazzo sembrava tornare da un viaggio lungo mesi e mesi, quando invece si era trattato di una sola notte e un solo giorno. Sir Ludovic, lo inchiodò con un’occhiata per nulla rassicurante, poi si spostò con signorilità lasciando al giovane la possibilità di sedere in prima fila.

Le voci delle più pestifere pettegole, ripresero a decorare l’aria parrocchiale. Il prete inseguì le parole come fossero passerotti inarrivabili. Cambiava spesso tono di voce, spesso fermandosi per assestarsi. Il pensiero di celebrare la morte di colei che due giorni prima aveva unito nel sacro vincolo del matrimonio, aveva letteralmente esterrefatto anche l’anziano padre.

Sir Ludovic, mentre il parroco era alle prese con l’incenso, si rivolge a Marcorante. Non uscivano parole, ma i due si intesero in breve tempo. I loro occhi erano soventi all’accordo. “Facciamo passare questo momento, e poi ne riparliamo”.

Marcorante, indignato non tanto per aver ricevuto la notizia da un ubriacone mattutino, ma per non aver potuto salvare la sua bella, ripensò a quando aveva abbandonato le stanze. Ripensò alla boccetta lasciata sguarnita sul tavolo e si sentì stringere il cuore. Colpa sua, nuovamente causa sua.

Suo padre, sua madre ed ora l’amata. Si era promesso di rimediare agli errori commessi in precedenza, ma volente o nolente aveva finito con il ricadere nella fatalità tragica. Appoggiò una mano al petto, tentando di porre fine alla sua esistenza, stritolandosi il cuore, organo che batteva all’impazzata e piangeva la scomparsa dell’anima gemella.

Non meritava di vivere, ma prima di condividere i suoi dolori con le persone che ne avevano alimentata la fiamma, decise di dover cancellare il male dalla contea, per il bene dei prossimi.

SCENA XII – Ricatto finale

Sir Ludovic salì in carrozza. La sepoltura era stato il momento più toccante. La bara adagiata nella fossa veniva coperta da terra fradicia della tristezza del cielo, che aveva deciso di accogliere Navilia tra le sue braccia piangente.

Sir Ludovic seduto in carrozza attendeva l’arrivo di un uomo.

MARCORANTE: Mi avete fatto chiamare? Eccomi, non fuggo.

SIR LUDOVIC: Avete superato voi stesso. Vi prego, entrate e sedetevi. Dobbiamo parlare, voi ed io.

MARCORANTE: Immagino d’affari, cos’altro senno? A voi solo loro interessano!

SIR LUDOVIC: Non.. discutete. Non siete nell’adatta posizione. Io voglio la vostra contea, questo voi lo sapete. O abdicate, oppure firmate un atto costitutivo dove indicate che alla vostra morte tutto sarà lasciato a me, compreso il comando.

MARCORANTE: Perché mai dovrei abbassarmi al vostro livello? Voi mi avete tenuto per le corna, come un toro povero di idee ho creduto di essere bloccato, quando invece potevo in qualsiasi momento colpirvi e togliervi dai giochi. Perché mai vi ostinate a credere d’essere al comando?

SIR LUDOVIC: Io posso dire di voi notizie che la gente crederebbe. Sareste allontanato come un cane, voglio mantenervi l’immagine pura però. Eravate pur sempre, anche se per un sol giorno, il consorte di mia figlia.

MARCORANTE: Non firmerò alcun testamento fasullo. Voi avete tradito vostra moglie, con mia madre!

SIR LUDOVIC: A voi non crederebbe nessuno, se non altro per via del vostro modo d’oggi di presentarvi al funerale di vostra moglie. Scalzo, senza vesti adeguate, sporche rozze, strappate, fradicie di puzzo. Vi rendete conto del ridicolo di cui avete attorniato la vostra famiglia?

MARCORANTE: Voi non siete più legato a me in alcun modo!

SIR LUDOVIC: Io sono pur sempre il padre di vostra moglie. A meno che voi non troviate moglie, io ho diritto a stanziare nelle vostre stanze e credetemi. Ho mi date ciò che voglio con la gentilezza, oppure io vi farò passare le pene dell’inferno, prima di prendermelo con arroganza.

MARCORANTE: Pazzo! Io non scendo a compromessi con voi.

SIR LUDOVIC: Ma scendete a patti con gli inferi. Ora scendete, siamo arrivati a palazzo. Il vostro odore mi disgusta. Prendete una decisione entro sera, perché qualsiasi decisione voi prendiate, questo sarà per forza di titani, il vostro ultimo tramonto.

MARCORANTE: Potrebbe anche essere il vostro, non trovate.

SIR LUDOVIC: Ricordate, per la vostra prossima vita, mostrare le carte credendo di aver vinto è a vostro rischio e pericolo perché vi è sempre colui che ha in mano carte migliori delle vostre. Combinazioni, che voi nemmeno immaginate.

MARCORANTE: A volte, studiando bene il tavolo, s’impara a fare mosse avventate e far credere agli altri che siano tali, quando invece si ha in mano la combinazione vincente ad ogni modo.

SIR LUDOVIC: Non vedo l’ora di giocare questa partita con voi.

MARCORANTE: Occhi aperti Sir. Arrivederci.

SIR LUDOVIC: Io non li chiuderei mai, e voi?

I due si lasciarono, la guerra però era iniziata. Uno voleva il terreno ed il potere, l’altro desiderava tenere alto l’onore di una famiglia che in appena un mese aveva perso fama e buon occhi, creandosi un alone di maldicenze esagerate. Casato portatore di sventura.

SCENA XIII – Il testamento della verità

Marcorante decise di non essere più passivo alle vicende che volteggiavano attorno alla sua persona. Doveva prendere una posizione e farla valere, lui era il Conte di Faborot, anche se in cuor suo sentiva quanto la posizione non avrebbe portato beneficio al suo cuore. Troppi i dolori, troppi i fallimenti, pochi i momenti in cui poter respirare, ed ora quest’aria iniziava a venire a meno.

Iniziò la stesura del suo testamento. Lo fece fino che non fu ora di cena. Sapeva che avrebbe cenato a tavola solo con Sir Ludovic, sapeva che questo sarebbe venuto armato di perfidia e avrebbe agito con scaltrezza, per questo decise di non difendersi e decise di andare a mani nude.

Il testamento riposava sulla scrivania.

MARCORANTE: Io mi giocherò ogni carta fino l’ultimo, come sempre. Voi siete un vile ed io proverò a debellare la vostra malvagità dalla contea, fosse l’ultima mia azione!

SCENA XIV – L’ultima cena

Sir Ludovic era seduto. Capotavola. Di fronte a lui si sedette Marcorante. Il ragazzo si voltò verso la servitù ed intimò loro di uscire e chiudersi la porta alle spalle. Una volta fuori, si alzò, e con due mandate chiuse ermeticamente l’uscio.

Erano uno fronte all’altro, nessuno dei due avrebbe toccato cena.

SIR LUDOVIC: Avete in mente qualche cosa? Non comprendo il perché avete sigillato l’unica via d’uscita. Fossi in voi l’avrei usata per andarmene, visto che è l’atto in cui meglio riuscite.

MARCORANTE: Non improvvisatevi attore, siete meschino, ma non abbastanza da riuscire a fingere il contrario di voi. Io vi conosco, vi ho sempre compreso ma non ho mai ammesso a me stesso la vostra perfidia. Volete giocare? Perfetto, ma le regole le faccio io.

SIR LUDOVIC: Sapete una cosa? Io son dell’idea che colui che fa le regole lo fa esclusivamente per i vincere. I regolamenti, sono vincoli posti da coloro che non sopportano l’idea di perdere perché fragili emotivamente. Pongono paletti laddove le loro qualità, scarse, impedirebbero loro di arrivare.

MARCORANTE: Interessante teoria, ma a giudicare dalle vostre bugie, la ritengo falsa. Di conseguenza inappropriata al momento. Ci pensate a quanto successo in questo mese?

SIR LUDOVIC: Non rammento. Perdonatemi, ma dovreste comprendermi. Io son anziano ormai, la memoria si diletta nel dimenticare e ricordare a suo piacimento. Potreste ricordarmelo voi?

MARCORANTE: Voi sapete. Non fingete d’esser angelo, perché di fronte a voi avete pane per vostri denti.

SIR LUDOVIC: Parliamo d’affari?

MARCORANTE: Ho compilato il testamento. Sarà vostro, a patto che mi facciate fuggire.

SIR LUDOVIC: Mi sembra un accordo ragionevole. Perché mai avete deciso di chiudervi la porta a chiave? Solo finzione dunque?

MARCORANTE: Preferisco la via alternativa.

Il giovane si diresse alla finestra che dava sul retro del giardino. Aprì entrambe le ante e poi si affacciò sorridendo.

MARCORANTE: Volete sapere dove riposa vostra moglie?

SIR LUDOVIC: Voi cosa?!

MARCORANTE: Vostra moglie si trova laddove vostra figlia mi ha baciato. Al suo fianco riposa quella povera megera della signora Smith. Credeva di poter andar lontano con un povero pugnale da quattro soldi. Io ho punito entrambe, personalmente. Le loro lacrime sono sgorgate come un fiume in piena. Hanno pregato perché io lasciassi loro la vita. Vostra moglie gemeva come un suino.

SIR LUDOVIC: Pensate di farmi perdere il controllo?

MARCORANTE: No, affatto. Le voglio semplicemente raccontare momento per momento. Quando ho deciso di approfittare di lei, aveva le mani legate. Avreste dovuto godere dello spettacolo scenico. Il mio piacere le ha inondato il volto. Era un fiore.

SIR LUDOVIC: Voi.. voi credete che dopo queste vostre parole di sfida, io mantenga valida la vostra parola? Le promesse di colui che commette tradimento con la propria madre, non hanno significato. Il vostro complesso di Edipo, mi diverte. Questo è ciò che meritate.

Sir Ludovic si avvicinò in corsa, per spingere Marcorante dalla finestra, questi però pronunciò con fermezza:

MARCORANTE: Non mi ucciderete, non ve ne lascio il piacere. Vi aspetto all’inferno.

Il ragazzo si gettò nel vuoto. Sir Ludovic, invece, si affacciò esterrefatto.

SCENA XIV – Il governo, a chi è in grado di governare

Sir Ludovic affacciandosi mostrò il suo volto alle decine di servi che erano come in attesa. Marcorante aveva detto loro di appostarsi in quel preciso punto.

Il corpo senza vita di Marcorante fu immediatamente soccorso. L’impatto fu però traumatico. Non ci nessuna possibilità per lui. Le cure non avrebbero potuto nulla.

I servi iniziarono ad infierire contro Sir Ludovic, accusandolo di omicidio.

SIR LUDOVIC: Ho visto quello sciocco scrivere quel testamento. Non importa nulla se si è tolto la vita e la servitù pensa possa essere stato io. Io sono il Conte ora! Finalmente, il desiderio d’una vita intera diventa realtà.

L’uomo iniziò a prendere a calci la porta chiusa con la chiave. Questa ora riposava nelle tasche del cadavere di Marcorante attorniato da diversi suoi fedeli servitori.

SIR LUDOVIC: Ecco la porta della stanza dell’imbecille suicida! Lasciata aperta, povero stupido. Ecco il tavolo, ed ecco il testamento. Io Conte di Faborot, e via via. Sì… dunque .. benissimo. Esatto! La totalità dei miei poteri e dei miei possedimenti in qualità di Conte a … Cosa?! Cosa diavolo?! Chi è Martin Mirabell?! Mi ha mentito. Quel povero stupido fuggiasco mi ha mentito. Aveva detto che aveva compilato il testamento, l’avevo spiato nel momento in cui poneva la sua firma, ma il destinatario dei beni e del regno non sono io!

L’uomo passò altri minuti, gli ultimi della sua vita ad imprecare. Quando sentì i passi degli ufficiali che correvano per le scale, pronti per portarlo via, decise che era giunta la sua fine. Quel buono a nulla di Marcorante si era dimostrato più scaltro del previsto, anche se, per rimediare al guaio ormai combinato, aveva dovuto rinunciare al trono. Si Ludovic era ora solo e rimpinguato di debiti.

SIR LUDOVIC: Addio mondo. Questa boccetta è sorella di quelle che hanno privato della gioia di vivere sia Miosite che mia figlia Navilia per equivoco. Ora, come è giusto che sia, priveranno della stessa gioia me, fautore di morte e miserie, che ha finito con il lacerarsi nel tentativo di arrivare ad un posto in società che forse già mi apparteneva senza che io me ne fossi mai accorto. Bramavo ricchezza e questa mi ha respinto con cattiveria, sono stato un passo da essere il Conte di Faborot, ed ora eccomi qui, morto suicida in una delle centinaia di stanza di un palazzo che mai ho avuto il piacere di dirigere. Che destino crudele, ha avuto in serbo per me il fato. Luna, vi raggiungerò a breve. Navilia, spero voi siate in paradiso. A mai più.

L’uomo bevve.

Quando gli ufficiali entrarono, lo trovarono senza vita, o quasi. Scodava imprecando sotto l’effetto del veleno che lentamente, come la più viscida delle serpi, prendeva il controllo dei suoi organi facendoli avvizzire su loro stessi.

Il notaio, qualche giorno dopo, rintracciò Martin Mirabell. Per l’uomo fu una sorpresa la lettura di quell’inatteso testamento. In una storia dove, gli intrighi avevano finito con l’eliminare due delle famiglie più potenti dell’intera contea, il fato aveva deciso di essere clemente con un uomo dai sani principi, con il solo vizio del gomito alto.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.