Approfondimenti Rivista — 22 gennaio 2013

Oggigiorno, si parla spesso di “crisi del libro”. Ma di che tipo è questa “crisi”?

A mio avviso, possiamo distinguere due accezioni del termine, diverse ma necessariamente connesse: la prima, si riferisce alla crisi come ad una crisi economica sì, ma di economia culturale, e la seconda è rappresentata da una crisi culturale tout court.

Cosa si intende per economia culturale, e perché non parlare di semplice economia?

Se parlassimo semplicemente di crisi economica del libro, finiremmo per considerare l’oggetto libro come una comune merce di scambio, come un mero oggetto di consumo alla pari dei prodotti che troviamo al supermercato. Se consideriamo invece il libro come un oggetto posto sotto la giurisdizione dell’economia culturale rendiamo omaggio al valore culturale e, più specificatamente, letterario, che ha caratterizzato il libro sin dalle sue origini. Il libro è stato il primo strumento nelle mani della cultura in grado di diffondere sapere, conoscenza, arte: è depositario delle idee degli uomini, dei loro valori, delle loro fantasie narrative. E, in quanto tale, il libro va tutelato.

Ma com’è possibile tutelare l’oggetto libro in un Paese che è effettivamente privo di una politica e di una strategia economica sulla cultura? In un Paese che non sostiene la ricerca e non finanzia la scuola? La diretta conseguenza di una mancanza di tutela e di fondi votati alla salvaguardia della cultura è la precarizzazione di coloro che operano direttamente nel settore: di fatto, oggi, librai ed editori si ritrovano nelle stesse condizioni di precariato in cui si incontrano gli operatori della scuola e dell’università. Ecco perché negli ultimi tempi stiamo assistendo alla chiusura in tronco di moltissime case editrici o di librerie cittadine.

Al fianco di questo tipo di crisi, si erge poi quella che possiamo considerare come una me “crisi culturale” : per individuarla, dobbiamo avere sottomano i trend attuali in fatto di libri: se pensiamo al successo di libri scritti in uno stile davvero mediocre, che raccontano storielle soft-porno di basso livello ma di grande appeal, ecco che scatta l’allarme. E’ vero che il significato del termine “cultura” varia a seconda della geografia e della storia di un Paese: la cultura di oggi non è la stessa di cinquant’anni fa, e la nostra prospettiva culturale occidentale è certamente diversa da quella di un abitante del deserto. Ma in fatto di libri, emerge, a mio avviso, un fattore che non si può considerare relativo o variabile: si tratta della letterarietà di un libro.

La letteratura si occupa di libri: ma non tutti i libri possono far parte della letteratura. Per essere degno di appartenere a questa prestigiosa categoria artistica un libro deve avere un certo valore estetico e una certa ricchezza o peculiarità a livello di contenuti. La crisi culturale del libro di oggi è una crisi di letterarietà: troppi libri che pretendono, a torto, di essere considerati opere letterarie e che, come niente fosse, vengono pubblicati dalle case editrici e pubblicizzati come imperdibili capolavori. Ridimensionare il “valore” di certe opere costituisce un esame di coscienza indispensabile al giorno d’oggi che deve essere portato avanti, prima di tutto, dal filtro delle case editrici e, in secondo luogo, dall’ultima catena del sistema editoriale: ossia il lettore.

Il lettore deve diventare critico e consapevole riguardo all’offerta di libri che gli viene proposta: scegliere e diffondere libri di reale valore letterario è più che mai urgente in un momento dove dilaga il “tutto-e-di-più”. Ovvio che i libri mediocri continueranno ad essere in commercio, ma per lo meno ci si augura che possano venire detronizzati dal piedistallo in cui una cieca e banale curiosità di lettore sconsiderato li ha posti.

La crisi del libro, in conclusione, sembra non avere risposte pronte ed immediatamente efficienti: ma le proposte ci sono, i governi possono rispondere, e il sistema editoriale considerato nell’eterogeneità degli elementi che lo compongono può intervenire e ritornare ad investire sulla cultura, solo vero grande imperativo morale della nostra società.

 

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