Approfondimenti Rivista — 29 luglio 2013

Festival letterari, manifestazioni culturali, rassegne cinematografiche affollano in ogni momento dell’anno la costellazione di città e piccoli borghi sul suolo nazionale; in continuo aumento, nonostante le ristrettezze economiche, è la tendenza a scegliere il turismo culturale nelle grandi città d’arte; aperitivi dal sapore estivo trasformati in vernissages all’aperto attirano gruppi di giovani incuriositi.

La promozione di eventi a vocazione culturale è sempre più sollecitata, nonostante la scarsa abilità del nostro Paese nel riuscirci, e la collettività è sempre più attratta da questo genere di proposte. Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia il motore di tanto proliferare di piccoli e grandi eventi promotori di cultura: queste persone sono davvero spinte da un interesse culturale personale o sono piuttosto manipolate biecamente dalla propaganda pubblicitaria di una cultura vista come bene di consumo? Siamo veri appassionati o meri consumisti? Evidentemente, ognuno sarà in grado di darsi una personalissima risposta. Proviamo però ad affrontare in questo articolo le possibili sfaccettature di questo ampio fenomeno sociale.

E’ naturale, tanto per cominciare, che la cultura (e l’insieme della persone che possono accedervi) ha subito un’evoluzione esponenziale votata alla progressiva diffusione di massa di qualsiasi forma intellettuale: dalla circolazione dei libri all’apertura dei musei pubblici, fino al ribasso dei costi per accedere a teatri o cinema. Come suggeriva il mirabile Walter Benjamin (1892-1940) negli anni ’30, la cultura di massa deve essere difesa come un traguardo irrinunciabile per l’umanità: rendere la cultura accessibile a tutti significa sottrarle quel valore da lui definito “cultuale” che ai tempi la imbrigliava tra le mani lucrose delle classi aristocratiche, prima, e dei regimi totalitari, poi. L’esempio dell’avvento della fotografia, da lui dettagliatamente descritto ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936) suggerisce una rivoluzionaria possibilità collettiva di creare quotidianamente un’opera artistica. Ma non solo: la possibilità, profetizzata in altri termini da Benjamin e concretizzatasi massivamente oggigiorno, di pubblicare sulla rete qualsiasi nostro pensiero (e persino interi libri!) rappresenta un’occasione straordinaria per interagire con la cultura. A ciò, si aggiunga il fatto che ad oggi sono sempre più le persone in possesso di un titolo di studio superiore qualificato: e questo senz’altro contribuisce a diffondere una più consapevole sensibilità verso le espressioni culturali della storia dell’uomo.

Tuttavia, se da un punto di vista antropologico e sociale (come quello sopra descritto) la cultura si nutre dell’evoluzione dell’essere umano e dei suoi processi storici e filosofici, secondo un’altra prospettiva, la macchina culturale sembra ad oggi assoggettata agli interessi economici e politici delle classi dirigenti. Dietro la nebulosa variopinta della creatività si celano spesso e volentieri subdoli ingranaggi pilotati da potenti magnati: le proposte e i gadget culturali resi accattivanti dalle strategie pubblicitarie sempre più raffinate rappresentano un mero oggetto di mercato impiegato per smuovere le redini dell’economia. Questo è il pensiero del giornalista Leopoldo Antinozzi che commenta con una frase ad effetto: “come si consuma la mortadella così si consumano i quadri di Van Gogh”.

Ora, nonostante sia concorde col sostenere che la cultura, quella con la C maiuscola, debba essere tutt’oggi stimata con il valore privilegiato che le compete, è importante comprendere che la nostra è una società di massa: una comunità globale che mette in comunicazione le persone, che fa viaggiare le idee sulle fila invisibili della rete e che coinvolge nel discorso culturale un numero sempre maggiore di individui. Inoltre, al di là di quelle che possono essere sconvenienti pratiche utilitaristiche, la cosiddetta “economia culturale” è assolutamente necessaria e indispensabile alla crescita del nostro Paese: certo, come già precisato, occorre saper mettere in luce il valore della cultura e saper farla apprezzare rispettosamente, senza la presunzione di potersene servire a proprio vantaggio.

Insomma: quello che può apparire come una precipitosa tendenza al consumismo culturale di massa in realtà potrebbe essere la chiave indispensabile per risollevare, da un lato, l’economia di una nazione come la nostra e, dall’altra, l’interesse e la curiosità delle persone verso le eterogenee fascinazioni della cultura.

Valentina Giovannini

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