Approfondimenti Rivista — 08 marzo 2013

C’è un motivo che spinge un uomo a rischiare. In alcuni casi è talmente forte da convincere testa e cuore che ogni fatica seppure dovesse essere vana ha comunque portato vicino al desiderio. Mai stati tanto vicini. Si sente l’odore inebriante, colpisce l’anima, brucia nello stomaco e vorremmo che il corpo si sciogliesse davanti a tanta emozione. Invece resta in piedi, con le gambe tremanti, vuoto ormai, eppure ancora lì.

Il motivo che spinge un uomo ad andare oltre il proprio essere per amarne di più un altro è la passione.

Ed è la stessa che ha portato Giuseppe D’Ambrosio Angelillo a mantenere 5 figli facendo l’editore, in un tempo di crisi economica e culturale. La passione per il mestiere ha vinto contro la semplicità di un’occupazione prevalentemente a scopo redditizio.

Ma la sua storia non finisce qui, perché la parola più giusta per definirlo sarebbe “artigiano”.

Con le proprie mani crea il prodotto che vede la luce grazie all’amore e al bisogno. Il contatto diretto con il libro non permette l’alienazione del lavoratore, non è una catena di montaggio, un lavoro smembrato, ma un farsi, un divenire. L’editore assiste alla crescita di un’opera, e a maggior ragione lo fa il protagonista della storia che vi stiamo raccontando.

È nato 57 anni fa, in una famiglia pugliese di umili origini. All’intervista rilasciata su ilGiornale.it racconta di essere stato contadino nella sua terra e ad Arles, in Provenza; pescatore di cozze a Lampedusa; fornaio ad Assago; imbianchino a Londra; portapizze a Firenze; rilegatore a Venezia, insegnante d’italiano a Berlino; lavapiatti alla mensa della Breda di Sesto San Giovanni. Poi operaio in una fonderia di Affori dove si producevano vasche da bagno. Dopo aver conseguito la laurea in filosofia alla Statale divenne supplente in vari licei lombardi. La sua personalità si mostrò particolarmente vivace proprio perché incurante del sistema scolastico aveva scelto di non dare voti e far studiare ai suoi allievi un solo filosofo, Arthur Schopenhauer, e una sola opera del medesimo, “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Per questi motivi arrivò la lettera di licenziamento.

Oggi Giuseppe ha 5 figli ed è proprietario-factotum di Acquaviva. Pubblica libri in un massimo di 100 copie e spesso realizza da solo le copertine. Può capitare che le dipinga con gli acquerelli.

E non ditemi che tutto questo non è passionale!

La mano morbida stende i colori, e questi divengono una crema curativa, una veste su una timida nudità.

I volumi vengono venduti in strada al prezzo di 5 euro, se invece sono del tutto realizzati a mano 10 euro. Le sue attenzioni infatti non sono confinate all’esterno, ossia alla copertina, ma stende di proprio pugno, con una calligrafia ornata, le opere più brevi oppure affida al tipografo le più lunghe. Oppure trascrive i manoscritti di alcuni libri con una Olivetti Lettera 22 e riproduce le pagine così ottenute.

Diversi testi pubblicati sono stati scritti da lui e confessa che nella vita avrebbe voluto fare lo scrittore a tempo pieno.

In questo piccolo regno dorato, dove il suddito viene vestito dal sovrano, Giuseppe ha trovato la fonte con cui sfamare una famiglia numerosa.

Dalla sua conoscenza, dalla capacità di crearsi un’opportunità senza che i tempi migliori siano una prerogativa è nata Acquaviva.

Il rischio è nobile solo se lo è il motivo. Il motivo della sua storia è l’amore per una pratica che eleva un gesto meccanico al grado di gesto voluto, desiderato, dolce e risoluto.

Forse questa testimonianza potrà servire da slancio per molti lettori, solo pochi però crederanno nel volo senza ali. Sì, perché in un momento economico così difficile un inizio coraggioso spesso somiglia a uno stupido suicidio.

Questo non è stato un tentativo disperato, ma la conferma di un amore anche quando non c’è un tempo per consumarlo. Questo è scegliere il dubbio della passione alla certezza di una scelta semplice.

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