Approfondimenti Rivista — 23 marzo 2013

Gli autori di gialli amano provocare. Qualcuno potrebbe obiettare che la letteratura non ha nulla a che fare con le istigazioni che causano reazioni violente o controproducenti; oppure che un giallista come Leonardo Sciascia, in una celebre intervista di Davide Lajolo, si è definito un “non provocatore per vocazione”. Eppure ogni scrittore che si rispetti è inequivocabilmente un provocatore nel significato etimologico del termine. Pungola, irrita, disorienta, agita e, a volte, imbarazza il proprio lettore, perché mosso da un obiettivo intrinseco alla sua professione: “chiamare fuori” quello che in lui c’è ma non si vede, “chiamare avanti” ciò che di latente esiste.

Scrivere non è mai soltanto contemplazione e riflessione sul mondo fine e se stessa. E non lo è soprattutto quando il destinatario della propria scrittura è un lettore di gialli. Egli non è alla ricerca di autori-amici che lo consolino nelle sue giornate buie o lo dondolino nella culla delle proprie certezze. Il lettore di gialli sa che, ogni qualvolta si appresta a leggere il romanzo scelto, accetta di raccogliere il guanto di sfida lanciato dall’autore-rivale: nella fitta rete di intrighi che fa da sfondo alla vicenda narrata, solo colui che con sagacia e perspicacia sarà in grado di cogliere gli indizi astutamente nascosti dietro le parole, potrà dirsi vincitore nella competizione con lo scrittore e scoprire la verità prima di giungere all’ultima pagina. E se il lettore è chiamato ad assumere le vesti di investigatore, all’autore spetta l’onere di provocare – o meglio “chiamare fuori”- la fame di verità del suo pubblico; e badi bene: sarà all’altezza del compito che gli è stato assegnato, soltanto se il lettore sarà capace di appagare il suo bisogno di sazietà non prima di aver letto il capitolo finale.

Il pubblico di un autore di gialli è estremamente variegato. Giovani ribelli, casalinghe affascinate dai misteri, professori alle prese con gli enigmi: tutti, almeno per una volta, sono disposti ad accantonare gli impegni quotidiani per immergersi in una lettura che avanza loro un’unica richiesta, sentirsi veri detective. Eppure, soltanto gli habituè del genere sono capaci di riconoscersi in questo identikit: diffidenti, attenti, esigenti e concreti. Soprattutto, non amano le storie fittizie o inverosimili e sono, anzi, attratti dal realismo e dalla crudezza delle immagini. La paura, l’orrore, l’amarezza – che ci piaccia o no – fa parte del vissuto degli uomini e quei pochi autori che coraggiosamente ne interpretano le fattezze meritano di essere letti. Tuttavia, difficilmente capita di trovare un romanzo di genere tra i principali premi letterari e nelle recensioni di critici di fama internazionale. “Molte volte – ha scritto Maurizio De Giovanni su “Il Corriere della Sera” – tra autori di romanzi neri ci chiediamo per quale motivo mettere al centro della vicenda un morto ammazzato, con tutte le passioni e le emozioni che un evento come l’omicidio inevitabilmente suscita, debba avere meno dignità che mettervi un amore o un abbandono. Ci chiediamo, senza trovare risposta, come si possa liquidare con condiscendenza un genere che ha avuto tra i propri adepti geni riconosciuti come Simenon, Chandler, Vazquez Montalban e McBain. E come si possa disconoscere che oggi la realtà del mondo che ci circonda possa essere compiutamente raccontata soltanto dalla letteratura nera”.

Gli habituè del genere sono diffidenti, hanno fame di verità e riconoscono a stento di perdere la propria sfida con l’autore. Non si stupisca lo scrittore se il suo lettore negherà che un sorriso è spuntato involontariamente sul suo viso, tradendo ogni tentativo di celare lo stupore per una conclusione inaspettata. Il lettore di gialli non accetta mai una sconfitta fino in fondo. Anche nel suo intimo, pur dovendo incassare il colpo, si lascerà compiacere dall’idea di essere riuscito a scovare, tra tanti, l’unico autore capace di beffarlo.  

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