Approfondimenti Rivista — 31 agosto 2013

Le difficoltà sono meno evidenti rispetto all’Italia ma anche in Europa il peso della crisi si avverte sull’editoria. Prendiamo per esempio il Financial Times, il principale quotidiano economico-finanziario del Regno Unito, fondato nel lontano 9 gennaio del 1888 da James Sheridan e Horatio Bottomley e rivale storico del Wall Street Journal, che ha quasi dimezzato la tiratura di copie vendute a livello globale: si è passati dalle oltre 400.000 del 1987 alle 293.000 dell’ottobre del 2012 fino alle 256.000 del maggio 2013 nonostante il giornale stesso abbia lanciato l’edizione in statunitense e in tedesco. Se però spostiamo l’attenzione dalla carta al digitale i numeri sono ben diversi: il sito Internetwww.financialtimes.com ha ben 4,5 milioni di utenti registrati, 285.000 abbonati e oltre 600.000 utenti paganti; la pagina dedicata su Facebook ha quasi 730.000 mi piace, le due di Twitter hanno addirittura complessivamente 2,3 milioni di follower. E qui torniamo inevitabilmente allo scorrere del tempo e alla necessità di sfruttare le innovazioni tecnologiche e i Social Network: la Rete può salvare e divulgare la cultura. Ed è proprio il Financial Times che da ora in avanti si pone una filosofia ‘social’.  

L’idea arriva da Sarah Laitner, communities editor del FT, il suo scopo è semplice: creare un filo diretto che unisca persone e giornalisti solitamente separati fisicamente e a livello comunicativo. Come sempre sono le cose semplici che funzionano: il lettore lascia un messaggio, un commento, un chiarimento sull’articolo visionato e il giornalista risponde ad ognuno immediatamente grazie alle nuovi funzioni e mezzi lanciati da Mark Zuckerberg. Si cerca di creare una sinergia che attiri le persone: d’altronde, così, un po’ tutti si sentirebbero scrittori aumentando il loro interesse. Nulla di complicato. Però in Italia raramente avviene in tempo reale. Nei Social Network dedicati ai giornali italiani vengono postate le notizie o sondaggi e poi? E poi nella maggior parte dei casi i giudizi delle persone rimangono in sospeso, le domande risolte da altri utenti. Non c’è nulla di più sbagliato che usare la parola snobbare, ma semplicemente nel nostro Paese non c’è questa cultura. Quando sarebbe bello e proficuo unire gli intenti anche perché tra quel mare di messaggi è possibile che ci sia un input, una provocazione che possa essere sviluppata sulle pagine del quotidiano stesso.

L’esempio diretto guarda caso arriva proprio dal Financial Times e dalla pagina Facebook personale in cui si chiedeva agli utenti brasiliani di esprimere una possibile soluzione per porre fine alle proteste iniziate lo scorso giugno.

Ovvio però che per avere successo in questa iniziativa servono linee cardine presentate sempre da Sarah Laitner: un’infografica chiara ed essenziale che sia in grado di attirare le persone, la possibilità di visionare i post su tablet o smartphone, la realizzazione di due o più account Facebook o Twitter in modo da offrire argomenti e punti di vista differenti al lettore che potrà scegliere quello di maggior interesse, e infine l’impiego di Hashtag ovvero parole chiave o combinazioni di parole precedute dal simbolo # (hash, cancelletto) che permettono all’utente di trovare facilmente il tema ricercato.

Quello del Financial Times è un progetto nobile, si prevede che abbia successo.

 

Gianluca Mariotti

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