Approfondimenti Rivista — 06 settembre 2013

Tutto il mondo è paese. Inutile nasconderlo: la firma viene prima di tutto. Vi ricordate qualche anno fa, con la Fiat in difficoltà, l’idea alquanto goliardica del Cavaliere di cambiare il marchio in Ferrari per rilanciarlo? Bene, questa era solo una proposta irrealizzata, la stessa cosa invece avviene realmente e regolarmente nel mondo dell’editoria. Perché quando una persona prende in mano un libro prima di tutto legge il nome impresso sulla copertina. E spesso solo il sesso o maschile o femminile dell’autore, legati alla narrativa trattata, fa la differenza nell’attrarre la gente e vendere più copie. E’ risaputo, ad esempio, che i thriller funzionano meglio se attribuiti ad un uomo, al contrario i racconti erotici se attributi a donne. In più gli ultimi studi confermano che quattro uomini su cinque preferiscono leggere libri redatti da altri uomini. Così spesso gli scrittori utilizzano pseudonimi, quello che gli inglesi chiamano pen name.

La storia ne è piena di esempi, vedi le sorelle Brontë del XIX secolo. Charlotte, autrice di Jane Eyre, scelse il nome maschile di Currer Bell; Emily, autrice di Cime Tempestose, preferì Ellis Bell; infine Anne, autrice di Il segreto della signora in nero, optò per Acton Bell. In tutti e i tre i casi la scelta fu fatta per scongiurare il rischio di non vendere le opere per via dei pregiudizi che vigevano allora nei confronti della figura della donna. Poi ecco Agatha Christie, la regina dei romanzi gialli, che scrisse alcuni romanzi rosa sotto il falso nome di Mary Westmacott, oppure Stephen King, che ha realizzato sette libri dal 1997 al 2007 con lo pseudonimo Richard Bachman. E che altro dire di Benjamin Franklin, che all’età di quindici anni scrisse 14 lettere al giornale del fratello, The New-England Courant, fingendosi una vedova di mezza età, Mrs Silence Dogood?

Una scelta, un desiderio personale di reinventarsi per necessità o per mettersi alla prova con altri generi. Un input per darsi maggiore libertà.

Succede anche adesso, ma con fini decisamente più commerciali. Cosa non si fa per vendere qualche copia in più. Vedi la nuova saga a sfondo erotico, la Trilogia delle Stanze, dove dietro la presunta autrice, Emma Mars, in realtà si nasconderebbe un famoso scrittore francese che avrebbe utilizzato uno pseudonimo femminile proprio perché come già detto all’inizio è in grado di attirare maggiormente le persone per questo tipo di narrativa.

Non sempre, comunque, utilizzare un pen name è sintomo di guadagni, come nel caso del “The Cuckoo’s Calling”, il richiamo del cuculo. Inizialmente, con il falso nome in copertina di Robert Galbraith, il libro non ha scatenato interesse da parte del pubblico, poi quando si è scoperto che era solo uno pseudonimo di J.K. Rowling (chissà perché è emersa a galla la verità…..) ecco che nel giro di tre settimane sono state vendute ben 1.500 copie. Tutt’altra un’altra storia. Volendo, però, la stessa Rowling utilizza lei stessa uno pseudonimo: il suo nome di battesimo è solo Joanne, la K deriva dal nome della nonna, Kathleen.

La lezione è chiara, la firma è alla base del successo.

 

Gianluca Mariotti

 

 


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