Approfondimenti Rivista — 10 novembre 2012

Le parole, si sa, rispecchiano il popolo che le crea. La cultura, le tradizioni, i costumi di una civiltà passano attraverso il linguaggio, vero specchio di ciò che siamo e di cosa pensiamo. Questo, infatti, si evolve a seconda di come lo fa la società in cui nasce, acquisendo anno dopo anno parole del tutto nuove, entrate a far parte nella storia dei vocaboli attraverso vicende che non sempre sono collegate direttamente al mondo della cultura.

Mario Cannella è il responsabile dal ’94 della revisione dello Zingarelli: “la velocità è diventata impressionante nella vita e ha un riflesso anche nelle parole, nel turbinio di vocaboli che circolano, moltiplicato dalla enorme quantità di mass media che li veicolano”. Se dovessimo individuare la parola attorno alla quale si focalizza la sua frase, quale sarebbe? Sicuramente “velocità”.

Oggi tutto è veloce: gli spostamenti, i modi di comunicare, persino le idee. Come può la lingua non adattarsi a questa incredibile rivoluzione? Sono entrate, nel nostro vocabolario, enormi quantità di parole nuove, appena sufficienti per star dietro agli immensi cambiamenti degli ultimi venti anni. Molte sono, infatti, collegate al mondo delle nuove tecnologie e dei mass media, come ci ricorda anche Cannella. Qualche esempio? La parola “internet”, pronunciata miliardi di volte al giorno in tutto il mondo, è entrata a far parte del vocabolario nel 1996 (anno della nascita di Google, non a caso). Anno dopo anno si inseriscono parole che hanno a che fare con la realtà telematica e che spesso sono anglicismi, parole che vengono dall’inglese ma che noi abbiamo adattato all’italiano (spesso non rispettando neanche il loro significato originario) creando mostri linguistici come “zippare”o “linkare”. Ma i cambiamenti tecnologici non sono l’unica cosa che influenza i vocabolari. 

Dialettalismi, regionalismi, neoconiazioni nostrane provenienti (strano a dirsi ma è così) soprattutto dalla politica, sono elementi che modificano profondamente la lingua. Si ricordi solo che la parola “politichese” (da cui nacque poi il “burocratese”) fu coniata in merito al linguaggio complicato, sibillino che Aldo Moro sfoggiava nelle pubbliche dichiarazioni della Dc, e che, da allora in avanti, passò ad indicare l’oscurità della lingua politica, la difficoltà di capire i loro discorsi per i non addetti ai lavori. L’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è un altro politico che ha influenzato fortemente il linguaggio, come ricorda Paolo di Stefano sul Corriere della Sera, con l’espressione “scendere in campo”. Per non parlare poi di parole tristemente legate a stagioni ed eventi non troppo felici della nostra storia: “Tangentopoli” e “Calciopoli” ne sono lampanti esempi.

Ma le novità non provengono solo dall’interno. La globalizzazione porta ad una tale circolazione di informazioni, di usi e di costumi che il linguaggio non può rimanerne indifferente. I cosiddetti “orientalismi” o “esotismi” sono infatti quelle parole che derivano da culture a noi lontane (la civiltà cinese, indiana, giapponese o araba) ma che descrivono fenomeni ormai profondamente inseriti nella nostra società o perlomeno conosciuti da tutti. Da  buongustai quali siamo noi italiani, possiamo riferirci soprattutto al mondo culinario: chi è che non conosce la parola “sushi” o “kebab”? (Da quest’ultima deriva il “kebbabaro”, obbrobrio linguistico pari alle parole di formazione mista inglese/italiano) Ma possiamo parlare anche di “kamikaze”, di “burqa” (1999, data della prima presenza sul vocabolario italiano) e di molti altri.

Ci sarebbe molto altro da dire, molti altri esempi da fare, ma l’idea sommaria è questa: la lingua e la società sono in continua evoluzione, strettamente legate l’una all’altra. Non è possibile ignorare l’enorme peso che le parole hanno nella nostra vita e che, viceversa, la vita ha le parole.

 

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