Approfondimenti Rivista — 24 gennaio 2013

Ve li immaginate i preistorici a discutere al caldo della loro grotta sulle tecniche utilizzate per le pitture rupestri, sorseggiando un cocktail al latte di cocco e bacche rosse?

Sai Ambrogio (nome tipicamente preistorico) quel cervo lì, forse avrebbe avuto bisogno di più colore. E poi l’hai fatto troppo largo. Non è così nella realtà”.

Ma l’hai visto il cervo che hai disegnato tu? Sembra ‘er bambi de’ noantri’.”

A Ruggè (altro nome tipicamente prestorico) se avessi cacciato tutti i Cervi che ho cacciato io… E comunque sarà pure brutto, ma il mio è più grande…”

Considerazioni poco oggettive di uomini (forse con un ego smisurato) che con il loro fare un po’ bullo discutono su chi ce l’ha più grande (il cervo) e su chi l’ha disegnato meglio, gettando le basi di quella che negli anni verrà riconosciuta e studiata come comunicazione visiva.

Siamo nel paleolitico superiore. Ne succederanno di tutti i colori e non c’è bisogno che ve lo dica, ma è adesso, proprio nel bel mezzo di una discussione tra preistorici che l’uomo per la prima volta sente il bisogno di comunicare qualcosa che abbia una parvenza di eterno.

Con il passare degli anni la comunicazione si è evoluta (ovvietà) mantenendo però, sempre le radici ben ancorate a quel momento (prei)storico. Sono cambiati i mezzi (e non mi sembra il caso di fare un trattato sull’evoluzione dei mezzi) ma è rimasto intatto il fine: la voglia spasmodica di comunicare e di riprodurre la realtà attraverso delle immagini.

Sebbene i primi rudimenti furono rilevati ben 17500 anni fa ne “la Cappella Sistina della preistoria” è un dato di fatto (per molti un dato di fatto irritante) che la FOTOGRAFIA sia oggi il mezzo più utilizzato (ma anche il più veloce) per la rappresentazione della realtà.

Complice l’avanzata inarrestabile della tecnologia l’importanza del mezzo si è fatta sempre più iniqua portando avanti un discorso meramente legato al FINE.

Discorso che ha fatto incazzare non poco i puristi (e/o puritani) della fotografia con un ritorno, quasi da moda all’ultimo grido, ai rullini fotografici, alle macchine vintage da mercatino dell’usato e all’odio incondizionato verso i ragazzini che con sempre più veemenza hanno apposto la loro firma (Alessandro Rossi Photographer o la variante breve Alessandro Rossi PH che fa più profescional) sulle loro foto scattate con reflex entry level.

Ok, adesso la questione si fa interessante e il mondo della fotografia si spacca. Se da una parte abbiamo i puristi (e/o (ribadisco) puritani) succitati, dall’altra abbiamo una quantità industriale di fotografi (veri) diventati tali solo grazie esclusivamente alla possibilità che il mercato ha offerto loro di acquistare una reflex a basso costo. Fotografi con un talento latente e soppresso fino a pochi anni fa a causa dell’elevato costo del mezzo.

E’ il caso del talentuoso diciassettenne Stefano Galeotti o della bravissima diciottenne nostrana Joana Sorino, ma la lista potrebbe essere infinita comprendendo quantità ingenti di ragazzi che se non si fossero potuti permettere una macchina fotografica, probabilmente non avrebbero mai scoperto di essere così bravi.

Il rovescio della medaglia c’è. Come sempre. Ed è banale. Come sempre.

Perchè per ogni artista che nasce, altri cento presunti tali, non ostentando il loro non-talento, gettando l’arte in pasto a un marasma complessivo di photographer da sabato sera. (E credetemi, la lingua mi prude, di nomi me ne vengono in mente tanti, ma per pudore e senso del rispetto ometto. Ometto tutto.).

Il più plateale (e recente) mezzo di diffusione dell’arte fotografica (ammesso che di arte fotografica si tratti) è proprio Instagram, acquisito dal colosso Facebook. So che lo conoscete così come so, che più o meno tutti avete provato a rendere “artistiche” le vostre foto applicando effetti precompilati. E so che avete pensato: “però….con gli effetti, questa foto scattata per caso, non è affatto male!” (No, non sono un indovino, riporto solo una frase che è stata detta in mia presenza).

Dicevamo appunto del rovescio della medaglia di tutta questa tecnologia e del fatto che per molti il prezzo da pagare per l’industrializzazione del mezzo sia stato TROPPO alto, ostentando un velo di egocentrismo e bullismo (lo vedete che allora ritorniamo alla storia degli uomini preistorici?) nei confronti di chi ha iniziato dopo di loro ed è diventato più bravo di loro. Signori, è un dato di fatto. Instagram, le reflex a basso costo e compagnia bella potrebbe aver fatto della fotografia, uno schifo. O potrebbero aver ampliato le capacità creative degli artisti. Il nocciolo, come sempre, è la relatività del punto di vista, il modo con il quale il nostro occhio vede le nuove tecnologie.

Ma in fondo è così in tutte le cose. Le mele marce esistono, i finti artisti esistono, gli artisti improvvisati esistono, i preconcetti esistono. Esistono e vengono tutti gettati in quel calderone chiamato COSE DA NON FARE che è presente in tutte le categorie e le forme d’arte.

E allora vige la norma del buon senso e del buon gusto. Norma che chi conosce la materia sa come va applicata e sa perfettamente discernere l’arte, dall’arte improvvisata.

Voi non ci pensate troppo. Non lambiccate il vostro cervello chiedendovi se sia giusto o sbagliato. Comunicate. Fatelo nel modo più naturale possibile. In quello che vi sembra più giusto. Fatelo nel vostro modo. Perché una cosa ho premesso all’inizio: il mezzo è un MEZZO. E deve rimanere tale. Qualunque esso sia. Paradossalmente è il fine a renderci tutti incredibilmente diversi. Comunicate.

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